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sabato 26 marzo 2016

LA CORSA DI PASQUA DELLA MADONNA VERSO IL CRISTO RISORTO

SULMONA - E’ la “Madonna che scappa” a chiudere i riti della Settimana santa, nella città di Sulmona, cuore verde d’Abruzzo, fulcro di tradizioni religiose antichissime custodite dalle Confraternite cittadine. Un rito che risale al dramma liturgico medievale e che da sempre viene ospitato nello splendido anfiteatro naturale di piazza Garibaldi già piazza Maggiore. Una cornice unica, un quadro d’autore che mette in risalto l'Acquedotto medievale,
i palazzi nobiliari e le chiese che si affacciano sulla piazza come un’alba rendendo l’evento unico nel suo genere. Il sacro rito è dedicato al mattino di Pasqua, intorno a mezzogiorno, orario in cui prende vita la manifestazione della Confraternita di Santa Maria di Loreto. Sono loro che portano avanti la manifestazione di generazione in generazione senza tralasciare nulla al caso. I Lauretani, in tunica bianca e mozzetta verde, dalla loro chiesa, Santa Maria della Tomba, portano in piazza la statua del Cristo Risorto, posto nell'altare allestito sotto le arcate dell’Acquedotto Svevo.  Mentre nell’antistante chiesa di San Filippo Neri è chiusa la statua di Maria Addolorata, avvolta in gramaglie e muta nel dolore per la morte del Figlio. La leggenda che avvolge questo “magico” rito narra che i due Apostoli Pietro e Giovanni, gli stessi che il mattino di Pasqua trovano il Sepolcro vuoto, annuncino alla Vergine la Risurrezione di Cristo. Il primo a “bussare” alle porte della chiesa di San Filippo Neri è Giovanni, l’Apostolo prediletto da Gesù, ma Maria ancora sconvolta per la perdita del suo unico Figlio non gli crede. Il secondo annuncio è affidato a Pietro, l’Apostolo che nei giorni della Passione ha rinnegato il Maestro. Ma anche Pietro non viene creduto. Ed è in questo preciso momento che Giovanni torna da Maria e sebbene fosse ancora incredula, decide di aprirgli la porta e di uscire dalla chiesa. A prestare la voce ai due simulacri, un Lauretano che fa da tramite con i confratelli che si trovano all’interno della chiesa. L’apertura di quella porta, dopo vari minuti di attesa, comincia a far sospirare la piazza. Maria comincia a camminare. Un passo lento. Il dolore è vivo. Una madre che piange suo Figlio. L’incertezza della Madonna cattura i cuori dei partecipanti mentre pian piano arriva nel plateatico della piazza gremita. A sostenerla a spalla i quattro confratelli Lauretani, che il lunedì santo sono stati prescelti dal sorteggio, il passo è cadenzato dalla “struscio”, antica usanza devozionale di strofinare i piedi a terra, in uso soprattutto nella processione del Venerdì santo, animata dall’Arciconfraternita della Trinità. Maria a piccoli passi si dirige verso l’Acquedotto. I cuori cominciano a battere e l’emozione si fa sempre più strada tra le migliaia di persone che assistono all’evento fiore all’occhiello della regione Abruzzo.   Un incanto. Un’emozione unica racchiusa da un anfiteatro naturale che non ha eguali. Tutt'intorno, infatti, svettano le cime ancora imbiancate della montagna Madre la Majella e il monte Morrone. Più lontano, a nord, si erge il massiccio del Gran Sasso. Anche qui, come leggenda narra, una madre guarda il figlio. Maja guarda Ermes. Si racconta, che al tempo dei Giganti, Maja figlia di Atlante, una semidea bellissima, aveva avuto un figlio da Giove il cui nome era Ermes, il più affascinante dei Titani. Mentre combatteva contro i suoi fratelli, Ermes rimane ferito a morte. Maja  fu costretta a scappare portando con sè il figlio morente e fece rotta verso le sponde orientali d'Italia. Aveva saputo, infatti, che su una montagna consacrata al padre degli dei cresceva un'erba. La sola in grado di salvare il Titano. Purtroppo però sulla cima del monte le nevi e il gelo non avevano permesso all'erba di germogliare. Così, Ermes muore e ben presto anche ella muore di crepacuore. Il padre degli dei non restò insensibile all'amore  di madre e fece in modo che Maja ed Ermes potessero vedersi per sempre. Trasformò il Titano nella roccia del Gran Sasso e Maja in una parte della montagna che, oggi, gli abruzzesi chiamano Majella Madre. Più di qualcuno si chiede cosa ci sia di vero in questa storia che sembra quasi una favola. Difficile dirlo! Ma oggi più di qualche pastore racconta che nelle notti d'estate quando c'è tempesta riconosce il lamento e il pianto della Regina Madre. È invece un tripudio di gioia quello che da qui a poco scoppierà in piazza Maggiore. È all'altezza  del “Fontanone" che la Madonna scorge in lontananza Cristo Risorto. In un istante Maria perde il manto del lutto che da spazio alla speranza e quindi al suo abito verde. In quell’istante comincia la corsa, pochi secondi, ma di un’intensità inaudita. La Madre che ritrova suo figlio. Un “miracolo”. Il tutto accompagnato dallo sparo dei mortaretti, dal volo delle colombe bianche, dalle lacrime delle folla ed infine dalle note musicali della banda che intona l’”Alleluja” di Haendel.  Un’infinità di emozione. La Vergine riabbraccia Cristo. E soltanto allora la tradizione invita a scambiarsi gli auguri pasquali. I Lauretani dopo la foga si riallineano per cominciare la solenne processione tra le mura storiche della città portando a spalla la Vergine che ora precede suo Figlio.

Barbara Delle Monache

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