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RUBRICA PSIC-ART

Rubrica Psic-Art
dott.ssa Mariachiara Pagone

Nata a Sulmona il 13.09.1986 e ivi residente.
Laureata in Psicologia Clinica e della Salute all'Università G. D'annunzio di Chieti nel 2012 con tesi di laurea "Uscire dal limite: Art Brut e psicopatologia" con il Prof. Giovanni Stanghellini ( tesi svolta con l'osservazione diretta di casi clinici presso -La tinaia- Firenze).
Ha svolto il tirocinio post-lauream presso l'ASL Avezzano- Sulmona- L'Aquila da marzo 2012 a settembre 2012 al Centro di Salute Mentale di Sulmona e da settembre 2012 a marzo 2013 presso il Servizio di Neuro Psichiatria Infantile di Sulmona.Nel marzo 2013 ha conseguito il titolo di Esperta in Psicodiagnosi presso il Centro Nazionale Alta Formazione di Roma . Formata come Arteterapeuta a mediazione plastico pittorica (corso riconosciuto dalla Fédération Multiculturelle d'Art-Thérapie)- Corso di arte terapia nel marzo 2016 presso l'associazione italiana studi sulle psicopatologie dell'espressione e arteterapia - Spoltore (PE)- Artedo (Artedo - Ente Accreditato MIUR ai sensi della Direttiva Ministeriale 90/2003 con decreto prot. AOODPIT.852 del 30/07/2015)
Abilitata alla Professione di Psicologa in data 16 ottobre 2013;Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Abruzzo in data 27 ottobre 2013 al n. 2296;Promotrice del progetto di riabilitazione Psichiatrica "elastica-mente" presso il centro diurno del CSM di Sulmona; Psicologa Responsabile del servizio Gratuito di Psicologia presso la Farmacia del Carmine di Sulmona;  si occupa di valutazioni degli apprendimenti e sostegno alla didattica; Specializzanda in Psicoterapia Analitica Antropologica Esistenziale – Pescara.

                                             Il bullismo


Il bullismo è definito come “un’oppressione, psicologica o fisica, ripetuta e continuata nel tempo, perpetuata da una persona - o da un gruppo di persone - più potente nei confronti di un’altra persona percepita come più debole” .
Olweus dice “uno studente è oggetto di bullismo, ovvero è prevaricato e vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”. Più specificamente “un comportamento ‘bullo’ è un tipo di azione che mira deliberatamente a far del male o a danneggiare; spesso è persistente, talvolta dura per settimane, mesi, persino anni ed è difficile difendersi per coloro che ne sono vittime. Alla base della maggior parte dei comportamenti sopraffattori c’è un abuso di potere e un desiderio di intimidire e dominare”.
I diversi autori affrontano il tema del bullismo soffermandosi a distinguere diversi tipi di azioni bullistiche. Tali azioni hanno molte sfaccettature sul piano del comportamento che può essere più o meno aggressivo. Si parla cosi di:
- bullismo diretto fisico, tra i comportamenti è giusto annoverare il picchiare, il prendere a calci e a pugni, spingere, graffiare, mordere, tirare i capelli, appropriarsi degli oggetti altrui. Questo tipo di comportamento ha una funzione intimidatrice;
- bullismo diretto verbale, implica il minacciare, l’insultare, l’offendere;
- l’ altra forma più celata, solitamente operata dalle femmine, è il bullismo indiretto: si gioca più sul piano psicologico, il fenomeno è meno evidente e più difficile da individuare, ma non per questo meno dannoso per la vittima. Esempi di bullismo indiretto sono l’esclusione, l’isolamento, l’uso di gesti volgari e la diffusione di pettegolezzi.
Il bullismo crea  disagio relazionale, che si attua, tra persone “più forti” ai danni di persone “più deboli”, in un periodo di tempo prolungato.
Le caratteristiche sono : la continuità e l’asimmetria degli attori coinvolti.
Importante però è non confondere!!!!
Non possiamo parlare di bullismo, quando due studenti, pressappoco della stessa forza fisica o psicologica, litigano o discutono, in questa circostanza viene a mancare l’asimmetria. Questi atti, non costituiscono forme di bullismo, ma mettono in scena una relazione alla pari, in cui non c’è prevalenza di uno studente, ma un’alternanza di ruoli tra prevaricante e prevaricato.
Non possiamo parlare di bullismo nemmeno di fronte ad atti di estrema gravità, vicini al reato, perché in questo caso si parla di atti anti-sociali e devianti, che nulla hanno a che vedere con il bullismo.
È necessario ricordare che il  bullismo  è un fenomeno relazionale, dunque deve essere letto in una prospettiva più ampia che consideri fattori individuali, familiari, sociali e scolastici.
All'origine del fenomeno, c'è un’incapacità dei ragazzi a controllare le proprie emozioni, spesso dovuta alla fragilità del sistema educativo.
La famiglia ha un ruolo importantissimo nella prevenzione del bullismo, poiché è chiamata ad educare bambini e ragazzi all’empatia, al rispetto delle regole, alla prosocialità e alla non-violenza.
I protagonisti coinvolti nelle dinamiche bullistiche sono:
- il bullo, che prevarica su una vittima. Possiamo quindi distinguere i bulli in bulli dominanti e bulli gregari;
- le vittime invece possiamo distinguerle tra vittima passiva o sottomessa e vittima provocatrice;
- gli spettatori poi, vi sono i sostenitori del bullo, i difensori della vittima e la cosiddetta “maggioranza silente”.
⦁    il bullo dominante: ha una forte necessità di autoaffermazione e di dominio, motivo per cui risulta spesso popolare tra i compagni. Il controllo emotivo è spesso labile, tendendo ad essere impulsivo ed irascibile. Per tali soggetti risulta difficile seguire un sistema di regole. Non riesce a comprendere il disagio provato dalle sue vittime.
⦁    il bullo gregario: solitamente sono un gruppetto, di due o tre persone, che sono “seguaci” o “sobillatori” del bullo dominante e sono definiti bulli passivi. Tra gli elementi di personalità riscontriamo tratti ansiosi e insicuri. Rispetto al bullo dominante sembra essere più empatico nei confronti delle vittime e provare sensi di colpa per le angherie commesse.
⦁    la vittima passiva/sottomessa: presenta una personalità più sensibile, timoroso, fragile, ansioso ed insicuro. Come i bulli gregari, ha una bassa autostima. Ricerca protezione negli adulti e non è capace di difendersi, spesso reagisce alle prepotenze piangendo e chiudendosi in se stesso. Continua a subire le prepotenze.
⦁    la vittima provocatrice: questo tipo di vittima reagisce agli attacchi del bullo, provocando a sua volta e rispondendo anche con attacchi fisici alle prepotenze subite. Le caratteristiche tendono a descriverlo come un ragazzo, irrequieto, iperattivo, impulsivo, talvolta goffo e immaturo. Provoca negli altri, anche negli adulti, sentimenti di fastidio, per via dei suoi atteggiamenti, insicuri e irritanti. A scuola fatica a concentrarsi e teme per la propria incolumità fisica.
⦁    gli “spettatori”: sono quella parte di bambini e ragazzi, che pur non essendo coinvolti direttamente nelle azioni bullistiche, ne sono a conoscenza. Gli “spettatori” potrebbero quindi assumere un ruolo importante nel favorire o frenare gli episodi a cui assistono. Purtroppo nella maggior parte dei casi la maggioranza rimane “silente”.
Ricordiamo che l’unione fa la forza, più il gruppo è compatto e non terrorizzato dal bullo e meno il bullo potrà perpetrare le sue azioni prevaricatorie.
Conoscendo meglio se stessi e le proprie emozioni, si è anche maggiormente in grado di affrontare influenze ambientali negative.

Dott.ssa Mariachiara Pagone


                               Pensiero psicoanalitico: Invidia
In questi giorni a Sulmona, presso il cinema Pacifico, è in corso l’Evento che da alcuni anni si ripete  “Cinema e Psichiatria”. Quest’anno il tema messo al centro del dibattito è L’invidia. E’così che prendo spunto per poter affrontare con voi questo argomento.L’invidia non  è altro che la manifestazione della capacità distruttiva  primaria  appartenente all’uomo  fin dalla nascita.
Inizialmente  l’invidia  è stata intesa ed avvicinata ad altri affetti, come gelosia e avidità, ma in realtà è da questi che deve essere distinta.L’invidia infatti, emerge prima della gelosia ed è sempre esperita nei confronti di un oggetto parziale non è conseguente ad una relazione triangolare.
Vorrei specificare gli affetti succitati:
- mentre la gelosia è connessa al triangolo edipico e si caratterizza dell’odio per il rivale e dell’amore per l’oggetto del desiderio,  l’avidità mira al possesso di tutto al di là delle proprie necessità;
-mentre  l’invidia ha lo scopo di distruggere la bontà dell’oggetto e agisce attraverso l’identificazione proiettiva, l’avidità ha alla base l’introiezione.
È dalla teorizzazione di  Freud sull’invidia del pene nella bambina che questo affetto acquisisce uno spazio a sé ma non dobbiamo tralasciare come questo affetto venga sentito anche dall’uomo per le potenzialità creative della donna.
Freud riconosce all’invidia una grande importanza nell’eziologia della psicopatologia, tanto da ritenerla causa della reazione terapeutica negativa.
La visione del padre della psicoanalisi, relativa allo sviluppo psichico della bambina non ha retto nel tempo, ha subito un’usura associata ai cambiamenti socio-culturali. Ricordiamo infatti che la donna prima era legata a ruoli sociali marginali.
Tante le critiche da parte dei suoi colleghi contemporanei, che gli rimproveravano l’avere sottovalutato la consapevolezza che la bambina ha del proprio spazio interno e delle proprie capacità creatrici.
La Klein riprende l’osservazione dell’invidia, discostandosi.
Nel pensiero kleiniano l’invidia del pene è un fenomeno complesso, espressione della bissessualità esistente autonomamente nell’essere umano. Lei amplia il tema.
La Klein propone nel testo “invidia e gratitudine” un’altra ipotesi relativamente all’invidia primaria, che considera uno degli affetti più precoci, collocabile nella fase sadico-orale. Essa è rivolta ad un oggetto parziale, il seno, fantasticato quale possessore di buon nutrimento oltre che di qualità psichiche. Tale affetto può anche derivare da una esperienza frustrante, nel senso che se nella fantasia il seno non è a propria a disposizione, allora è il seno stesso a godere delle proprie ricchezze.
 Il paradosso è che l’invidia sembra essere sottesa da una esperienza gratificante in quanto questa ultima è la prova delle risorse del seno, avvertita al di fuori di sé.
Rosenfeld ipotizza che l’invidia insorga alla nascita, come conseguenza della separazione dal corpo materno, il cui interno è vissuto come fonte di gratificazione.
Riprendendo l’ipotesi kleiniana, Bion spiega come di fronte alla violenza dell’invidia, il lattante mette in atto una scissione tra soddisfacimento psichico e soddisfacimento materiale, privilegiando quest’ultimo ma negandone la provenienza da un fonte esterna. L’attacco alla funzione alfa distrugge la possibilità di essere in contatto con se stessi e con gli altri esseri viventi.
Può verificarsi che l’invidia o meglio l’attacco invidioso sia sferrato da parti distruttive nei confronti di aspetti più evoluti della personalità.
Ferrari A. ha proposto una diversa ipotesi recentemente, la quale assegna all’invidia  una funzione coordinatrice e organizzatrice nel senso che servirebbe ad evitare la disintegrazione.
L’invidia sembra essere un aspetto costitutivo della mente umana ed ogni psicoanalista deve farci i conti nella stanza di analisi, con quella di chi gli si affida ed anche con la propria.
Non nascondetevi nel negare questo affetto!!!!

Dott.ssa Mariachiara Pagone
                                     L’uso della maschera
“Ogni uomo mente ma dategli una maschera e sarà sincero” Oscar Wilde

Ci avviciniamo al carnevale,  perché non parlare di MASCHERE?????
La maschera di tipo cultuale aveva  come funzione, quella magica. Trasformava in un altro essere colui che la indossava. Tale strumento appariva in tutti i riti di passaggio, che celebravano le tappe fondamentali della vita di un individuo, tra cui anche la morte. La caratteristica magica si celava proprio nel nascondere il volto e l'identità personale e sociale di colui che la indossava, trasformandolo così in un altro da sé.
La maschera è da sempre conosciuta come strumento utilizzato soprattutto in ambito teatrale. Sin dal teatro greco e latino per poi diffondersi con successo nella commedia d’arte italiana del Cinquecento.
Tuttavia, la maschera rappresenta un oggetto molto usato anche in alcuni approcci psicoterapeutici.
In ambito psicologico indossare una maschera  non è altro che una metafora per distinguere i tipi di atteggiamenti tenuti nelle diverse situazioni della vita: si può indossare la maschera del burlone ad esempio ed ognuna in realtà non va a  mascherare nulla, ma permette di mostrare un lato della propria personalità. Infatti noi non siamo solo amici, compagni, lavoratori etc. ma siamo l'essenza che interpreta tutti questi ruoli.
Ma qual è la sua funzione?
La funzione della maschera non è nascondere quanto apparire. Permette di mettere in mostra alcuni aspetti di sé che vengono spesso celati.
Proprio per la sua funzione di nascondere/rivelare, la maschera rappresenta un ottimo strumento di auto osservazione e introspezione. Proprio nel momento in cui si indossa una maschera, qualcosa in noi subisce una trasformazione, questo perché entriamo in contatto con parti di noi stessi profonde dando modo ad esse di  mostrate esternamente.
Lavorare con le maschere può essere fatto con bambini, adolescenti e adulti, sia in gruppo che individualmente.
I  bambini,  attraverso il gioco con le maschere hanno la capacità di riconoscere, manipolare e successivamente eliminare le angosce profonde che vengono espresse generalmente con le loro più comuni paure.
L’obiettivo è quello di permettere al bambino di padroneggiare dominare le proprie angosce distruttive e i propri istinti aggressivi.
È proprio per questo motivo  che le attività che prevedono l’uso delle maschere vengono costruite con l’obiettivo di facilitare l’apertura emotiva e la comunicazione di vissuti nascosti, celati, più difficili da portare alla consapevolezza.
Per ora buon carnevale a tutti!!!!

Dott.ssa Mariachiara Pagone

                                A volte perdere la memoria è una scelta

Freud, circa un secolo fa, spiegava che la mente è capace di inibire in modo consapevole alcuni ricordi poco piacevoli. Questa ipotesi sembra essere stata avvalorata da un esperimento condotto da psicologi, Michael Anderson e Collin Green, dell’ Università dell’Oregon.  Hanno spiegato il  meccanismo alla base della repressione dei ricordi.
Lo studio ha previsto di chiedere a dei volontari di imparare coppie di parole che non erano in relazione tra loro.
Un gruppo doveva guardare le parole e pronunciare la seconda ad alta voce; l’altro gruppo doveva semplicemente guardare le parole senza compiere sforzo alcuno per ricordare.
In un secondo momento ai due gruppi, venivano mostrate le prime parole delle coppie con il compito di cercare di ricordare le seconde. Il risultato emerso è che il gruppo il cui compito era stato quello di pronunciare le parole a voce alta, tendeva a ricordare meglio del gruppo cui era stato chiesto di non pensarci, anche se a questi ultimi veniva offerto del denaro per azzeccare le risposte.
Anderson dice “Le persone possono spingere i ricordi fuori dalla coscienza e causare la loro dimenticanza”, questo potrebbe essere la strategia  utilizzata da bambini vittime di abusi sessuali, in modo da dimenticare i loro ricordi scioccanti.
Quando un bambino subisce un abuso da parte di una persona conosciuta, ci sono maggiori probabilità che riferisca di averlo dimenticato rispetto a coloro che non conoscevano i loro aggressori. Tale fenomeno secondo il ricercatore potrebbe essere determinato, in quanto il bambino deve reprimere, ed eventualmente dimenticare, i ricordi poco piacevoli ogni volta che si trova ad incontrare il suo aggressore.
Questo potrebbe riguardare anche persone che hanno vissuto un forte stress. “Forse le persone con disturbo post traumatico da stress provano a sopprimere il ricordo degli eventi, ma non  vi riescono. Potrebbe esserci qualcosa che interferisce con i processi inibitori.”
Anderson suggerisce che: “la repressione potrebbe essere effettiva se qualcuno deve continuamente fronteggiare il ricordo del trauma – per esempio se i veterani del Vietnam dovessero continuare a vivere in Vietnam“. “Se essi evitano gli spunti per ricordare, potrebbero pagarla con ricordi penosi”. Potremmo avere dei chiarimenti anche da Freud che denominava alcuni meccanismi di inibizione della memoria. Egli distinse  il termine repressione da quello di rimozione. Freud intendeva per repressione,  un’operazione psichica tendente a far scomparire dalla coscienza un contenuto spiacevole o inopportuno. Sottolineandone il carattere conscio dell’operazione, si tratta quindi di una esclusione dal campo della coscienza attuale, distinguendolo dalla rimozione,  in cui l’operazione e il suo risultato sono totalmente inconsci.

Dott.ssa Mariachiara Pagone











                           Difficile elaborazione del lutto..

In quest’ultimo periodo  la nostra Regione è stata segnata da eventi drammatici. Eventi che hanno lasciato il segno in ciascuno di noi.
Emozioni che si susseguono in modo amplificato al punto da mettere in pausa il pensiero che poi riprende a ritmo ancor più sostenuto.
Quando si perde una persona cara, si vive una delle esperienze più dolorose che la vita ci può offrire. Affrontare questo evento, cercando  di mantenere un buon equilibrio interiore non è cosa semplice.
In tali circostanze ci si scontra con la labilità della vita e con un vissuto profondo e inappagabile di impotenza.
La reazione al lutto è personale. Tale reazione può essere influenzata da molteplici fattori come le circostanze che hanno portato al decesso; la prevedibilità o meno con cui esso è avvenuto; le caratteristiche personali di chi subisce il lutto e le risorse presenti all'interno del contesto di appartenenza.
Tali variabili possono influenzare la modalità con cui l’esperienza viene elaborata.
In casi più difficili tale esperienza può assumere risvolti patologici.
Bowlby considera la perdita come una forma irreversibile di separazione.  Diversi suoi studi hanno permesso di suddividere le fasi del lutto in 4 momenti:
⦁    prima fase, detta di disperazione, è presente un senso di stordimento e protesta. Vi può essere un immediato rifiuto per l’accaduto e la presenza di crisi di rabbia e di dolore.
2) Seconda fase può esser presente un intenso desiderio e ricerca della persona deceduta.

3) Terza fase si presenta un senso di disorganizzazione e di disperazione; la realtà della perdita comincia ad essere accettata, e la persona affranta sembra essere chiusa in se stessa, apatica e indifferente.

4) Quarta e ultima fase avviene una riorganizzazione della propria vita. Gli aspetti acuti del dolore cominciano a ridursi e si comincia ad avvertire un ritorno alla normalità.

Le reazioni descritte rientrano tutte nella normalità del processo di elaborazione del lutto; non è la qualità, ma la durata nel tempo e l'intensità con cui vengono vissute che ne sottolineano la normalità o la patologia.
Vivere un lutto, implica la necessità di dover affrontare e sentire una serie di sensazioni negative, che riguardano il dolore e la disperazione per l’accaduto. Dolore talmente forte che alcune persone per evitarlo soffocano tali emozioni, fingendo che ciò non sia accaduto.
Le manifestazioni di un lutto normale si acutizzano e diventano croniche.
É molto frequente e spesso  sottovalutata la scoperta che alla base di un profondo malessere esistenziale vi sia un lutto irrisolto. Tale fantasma può pesare sulle generazioni successive, che a loro volta diventano le eredi di un profondo dolore inconscio.
Riuscire a identificare la presenza di un lutto inconscio, può aiutare la persona a dare un senso a ciò che sta vivendo e a proseguire il processo di elaborazione del lutto arrestato. Affinché tutto ciò accada è necessario consultare un professionista. L’esito positivo di tale percorso permetterà all’individuo di trovare nuove energie vitali e di poter proseguire il proprio percorso di vita, che si era arrestato dolorosamente.
E con questo articolo che sono vicina ai familiari delle vittime di Rigopiano e dell’elicottero del 118. Invitando ciascuno di loro a vivere intensamente questo dolore per far si che esso possa acquisire una nuova forma ed un nuovo significato.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                    L’isteria e il suo ritorno
Psicologi e psichiatri del Johns Hopkins Hospital è convinto che più di un terzo dei pazienti ricoverati per sintomatologie epilettiche in realtà sembra essere affetto da disturbi psicologici, non riconducibili a disfunzioni organiche.
La diagnosi in questi casi si trasforma in psychogenic non-epileptic seizures (PNES).
In base all’ICD-10 tale disturbo rientra tra le sindromi dissociative -da conversione,  nello specifico si identifica nella definizione di  Convulsioni Dissociative .
Le convulsioni dissociative  o pseudo – convulsioni possono riprodurre fedelmente le convulsioni epilettiche sia per quanto riguarda i movimenti, ma anche per ciò che riguarda la convulsione psicogena. Inoltre la perdita di coscienza è assente o è sostituita da uno stato di stupore o di trance.
Altro aspetto fondamentale è che i farmaci antiepilettici appaiono inefficaci nel contenere la sintomatologia.
Nel DSM-IV si fa riferimento ai Disturbi di Conversione. La caratteristica essenziale è la presenza di sintomi o di deficit riguardanti le funzioni motorie volontarie o sensitive, che suggeriscono una condizione neurologica o un’altra condizione medica generale, e per questo motivo vengono definiti pseudo-neurologici.
Il termine conversione deriva dalla ipotesi che il sintomo somatico presentato dal soggetto rappresenta la risoluzione simbolica di un conflitto psicologico inconscio, che riduce l’ansia e che serve a tenere il conflitto fuori dalla coscienza. La persona che lo manifesta può trarre dal sintomo un “guadagno secondario”, il che significa che possono essere ottenuti benefici esterni o evitati impegni e responsabilità sgraditi.
Diversamente dalla Simulazione e dai Disturbi Fittizi i sintomi non sono prodotti intenzionalmente per ottenere dei benefici.
I ricercatori affermano che la percentuale di diagnosi di disturbo di conversione, disturbo che in passato prendeva il nome di isteria, sta progressivamente aumentando.
Le persone a rischio sono nel maggior numero dei casi  altamente suggestionabili.
In base alle ultime ricerche, sembra che i soggetti con PNES non abbiano sviluppato questa sintomatologia a causa di traumi o eventi particolarmente stressanti, ma come conseguenza di meccanismi meno efficaci per la gestione dello stress. Possiamo anche definirla scarsa resilienza del soggetto.
In uno studio i soggetti con disturbi “isterici” hanno mostrato maggiori difficoltà degli altri nella pianificazione di strategie utili a gestire situazioni stressanti. In più coloro che hanno utilizzato la negazione, cioè il mancato riconoscimento dei fattori di stress, hanno sperimentato maggiori difficoltà rispetto a chi non ha fatto uso di questo meccanismo di difesa.
Ciò evidenzia l’inefficacia della negazione come strategia per affrontare l’ansia.
Una cattiva diagnosi può costare al paziente anni in inutili trattamenti per l’epilessia.
Il trattamento migliore è quello di una psicoterapia ad indirizzo dinamico per comprendere i meccanismi alla base di questa scarsa resilienza e per arrivare al conflitto inconscio sottostante.
Diamo via libera ai sogni.

Dott.ssa Mariachiara Pagone

                                Minori e abusi

“Abuso” è ogni atto omissivo o autoritario che metta in pericolo o danneggi la salute o lo sviluppo emotivo di un bambino. E’ inclusa la violenza fisica e le punizioni corporali severe, gli atti sessuali, lo sfruttamento in ambito lavorativo e il mancato rispetto dell’emotività del piccolo.
L’ “abuso sessuale” è il coinvolgimento di bambini e adolescenti in attività sessuali che non ancora comprendono completamente e di conseguenza alle quali non sono in grado di acconsentire con piena consapevolezza. Ogni forma di maltrattamento implica un coinvolgimento emotivo che determina danni immediati e permanenti.
Si parla di maltrattamento fisico quando i genitori o chi è legalmente responsabile del bambino eseguono o permettono che si eseguano lesioni fisiche, o mettono i bambini in condizione di rischiare lesioni fisiche. Esse in base alla gravità possono distinguersi in lievi, moderate o severe.
La violenza sessuale sui bambini nel nucleo familiare è più diffusa di quanto si creda.
Il contesto condiziona fortemente le possibilità della vittima di ribellarsi. La vergogna, i sensi di colpa favoriscono il segreto.Quando si parla di pedofilia, ci si riferisce solitamente in modo generico ad ogniforma di abuso sessuale da parte di un adulto verso un bambino prepubere. In realtà
dovremmo distinguere tra il pedofilo di tipo esclusivo, cioè attratto solo dai bambini, da quello non esclusivo, che invece accanto ad attività eterosessuale con i pari, predilige un oggetto sessuale immaturo, un bambino.Riguardo alla natura dell’atto sessuale, è fondamentale distinguere tra abuso con contatto e abuso senza contatto.Nel primo caso il bambino ha un ruolo attivo e subisce sul piano fisico la perversione del pedofilo mentre nel secondo caso al bambino viene richiesto un ruolo passivo(quasi un osservatore partecipante) ciò rappresenterebbe un incentivo all’eccitazione dell’abusante, ciò non diminuisce la valenza violenta del comportamento.
Lo pseudo abuso si configura ogni qual volta viene dichiarato, descritto o denunciato un abuso non realmente avvenuto. I motivi sottostanti a questa falsa dichiarazione, possono essere diversi: il minore, descrive una esperienza fantasticata anziché realmente vissuta; può rappresentare un modo estremo per scuotere la famiglia; un modo per diventare oggetto di attenzione; un modo per affermare la propria identità.C’è un’altra categoria di abusi che coinvolge quei casi in cui “i genitori, o le persone legalmente responsabili del bambino, non provvedono adeguatamente ai suoi
bisogni, fisici e psichici, in rapporto al momento evolutivo e all’età”.Tre sono le categorie cliniche:
incuria, quando le cure sono insufficienti;
discuria, quando le cure fornite sono inadeguate ;
ipercuria, quando vengono somministrate cure eccessive o sproporzionate ai bisogni.
Nell’ipercuria vengono incluse: la Sindrome di Munchausen per procura in cui la madre, psicotica, considera il figlio come estensione del proprio corpo e lo sottopone ad interminabili cure e
ricoveri nella convinzione delirante che sia affetto da qualche patologia, portandolo
in numerosi casi alla morte; il medical shopping, il genitore sposta sul corpo del figlio le sue preoccupazioni che viene condotto da un medico all’altro, da un ospedale all’altro per controlli medici e analisi senza fine; il chimical abuse, che consiste nella tendenza del genitore disturbato a
somministrare al figlio sostanze chimiche, farmacologiche e di altro tipo nella convinzione errata e delirante che ne abbia bisogno, provocando effetti molto nocivi alla sua salute.
In ultima e non perché meno importante è la violenza psicologica. Essa consiste in “pratiche o atteggiamenti che compromettono in modo immediato o a lungo termine il comportamento, lo sviluppo affettivo, le capacità cognitive o le funzioni psichiche del bambino”.
Tra le forme di maltrattamento psicologico ci sono atteggiamenti di rifiuto, svalutazione, minaccia, isolamento, indifferenza e tutti quegli atteggiamenti che negano o non soddisfano i bisogni affettivi evolutivi del bambino.Tale violenza è più difficile da individuare ma è la più diffusa. Di solito è piuttosto precoce e viene inflitta in modo regolare e sistematico sul figlio che potrà esprimere il
suo disagio attraverso vari sintomi.
Non siamo ciechi segnaliamo !!

Dott.ssa Mariachiara Pagone


               Perché l’aggressività verso le opere d’arte

La domanda è come mai chi deturpa, lo fa aggredendo le opere d’arte?
Si deve ricorrere, per rispondere al quesito del perché le persone vengono spinte ad aggredire capolavori artistici, non solo alla psicologia ma anche alla neuro estetica. Tale neologismo è stato ideato da Semir Zeki un neuro scienziato.
Tra i copolavori deturparti ricordiamo la Pietà di Michelangelo che, nel 1972, la tela Black on Maroon di Mark Rothko, il capolavora di Raffaello – Madonna di Foligno, il David di Michelangelo e tanti altri…
Questi sono solo alcuni esempi, tanti eventi simili si sono verificati, per mano di persone diverse. Non è facile comprendere cosa smuova le persone  a sfogare la loro rabbia e la loro aggressività verso le opere d’arte. A volte possono essere azioni mosse da persone squilibrate, artisti falliti che riversano la loro insoddisfazione sui capolavori altrui, come nel caso di Cannata, dove un ex studente  imbrattò a colpi di pennarello i Sentieri ondulati di Jackson Pollock.
Ma cos’è che scatena questa aggressività?.
Da qualche anno le neuroscienze hanno cominciato ad interessarsi all’arte, per provare a capire quali siano le reti neurofisiologiche che permettono di distinguere il bello e il brutto di un’opera d’arte.
La neuroestetica disciplina nata nella seconda metà degli anni Novanta, derivata dalle neuroscienze, si pone l’obiettivo di esplorare le basi neuronali dell’esperienza artistica. Secondo  Zeki l’arte e in particolar modo la pittura, è uno strumento straordinario per studiare i processi nervosi attraverso cui il cervello percepisce la realtà e per indagare in modo scientifico le basi neuronali dei processi cerebrali che governano il godimento di un’opera d’arte.
Egli si è per molto tempo occupato dei rapporti  esistenti fra immagini artistiche e operazioni del cervello visivo: “[…] il cervello partecipa attivamente alla costruzione di ciò che vediamo e, facendo ciò, investe di senso i molti segnali che gli pervengono acquisendo, dunque, conoscenza del mondo”.
Quando viene realizzata un’opera d’arte, l’artista vi fa entrare segni e simboli, elementi storici e culturali dell’epoca e dei luoghi in cui è vissuto; quando l’ osservatore si trova di fronte ad un capolavoro può avere una variabilità di reazioni connesse alla sua personalità, alla sua storia e all’ambiente in cui si svolge l’esperienza estetica. Diverse le aree del cervello che si attivano quando formuliamo un giudizio estetico.
Quando un’opera entra nel nostro campo visivo e formuliamo un giudizio estetico positivo, insieme alle aree cerebrali occipitali deputate alla visione, viene attivata l’area orbito-frontale mediale, mentre se il nostro giudizio estetico è negativo si attiva la corteccia motoria sinistra.
Negli ultimi quindici anni la fisiologia della fruizione artistica si è arricchita di un elemento rilevante, il cosiddetto rispecchiamento, che si attua attraverso una classe di cellule nervose corticali: si tratta dei neuroni-specchio, capaci di elaborare, simultaneamente, una rappresentazione dei propri atti ed una rappresentazione degli atti altrui.
Tale meccanismo, definito simulazione incarnata, è un fenomeno per il quale chi rileva un’azione non solo la percepisce, ma anche la simula internamente.
I neuroni-specchio riguardano anche le emozioni, le sensazioni, gli affetti e, come sostengono Freedberg e Gallese, persino l’osservazione di immagini statiche di azioni stimola l’atto di simulazione nel cervello dell’osservatore. Tale affermazione è molto interessante in quanto va a spiegare come ogni volta che ci si trova dinanzi ad un’immagine statica (come anche un’opera d’arte) si attiva il processo della simulazione incarnata, questo produce nell’osservatore una reazione di tipo empatico ed emotivo.
Quando guardiamo corpi umani raffigurati sulla tela, il corpo dell’osservatore reagisce come se fosse esso stesso direttamente coinvolto nella scena raffigurata.
Per ciò che riguarda le implicazioni empatiche quando ci troviamo di fronte ad una scultura, dobbiamo rivolgerci al filosofo Herder, che, nel suo studio dedicato alla scultura, va a descrive l’incontro tra la statua e l’osservatore. Egli spiega come la nostra anima si incarna nel corpo estraneo e si istituisce una vera e propria simpatia (o antipatia) interiore che pervade il corpo che si confronta con la scultura. Ecco perché il David , simbolo per eccellenza di bellezza ed armonia, può provocare violenti turbamenti emotivi mossi da invidia e gelosia per tanta perfezione, che possono persino sfociare in un istinto vandalico.
Ecco che il desiderio di danneggiare l’opera serve a  riaffermare il proprio “ Io” messo in pericolo.

Dr.ssa Mariachiara Pagone




                                  Il sorriso come terapia

Sorridere è una delle attività più benefiche per la nostra salute e il nostro benessere. Ridere è una reazione a situazioni e serve ad esprimere emozioni. Si tratta di un comportamento che favorisce la fiducia reciproca nella comunicazione tra le persone. Uno studio condotto presso l’Albert Einstein
College of Medicine di New York, ha preso in esame uomini che avevano oltre 95 anni di età; i dati dello studio affermarono che affrontare la vita con il sorriso andava ad influenzare la longevità.
Il dott. Franco Scirpo, sottolinea come ridere aumenta l’ossigenazione del sangue; influisce positivamente sul ricambio della riserva d’aria presente nei polmoni e stimola la produzione di serotonina.Una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature Genetics e ha confermato
che gioia e rabbia, memoria e capacità di comprensione sono strettamente correlati ad alcuni neurotrasmettitori come la dopamina e la serotonina. Tali neurotrasmettitori sono in relazione con la durata stessa della vita media, secondo la loro maggiore o minore presenza e funzionalità. Uno studio
statunitense ha rilevato come negli anni Cinquanta le persone ridessero in media dai 45 ai 60 minuti al giorno contro i 15 minuti odierni.Il sorriso va a stimolare sia la produzione di endorfine, sia degli ormoni della felicità, che alleviano il dolore. Si ha una maggiore produzione di anticorpi; l’aumento dell’irrorazione sanguigna degli organi interni, l’aumento dell’irrorazione sanguigna dell’epidermide e dei muscoli facciali; il miglioramento del tono muscolare addominale; il miglioramento dell’autostima; la neutralizzazione degli effetti dello stress;la neutralizzazione degli effetti dell’ansia;lo sviluppo di una maggiore predisposizione ai rapporti sociali.In pazienti ammalati di cancro si è rilevato un aumento delle cellule T e delle natural killer(NK), importantissime per contrastare tale patologia così come le infezioni virali, proprio grazie al ricorso alla terapia del sorriso. Un’ultima interessante applicazione di questa cura e attività di prevenzione è quella delle malattie cardiovascolari. Infatti uno studio condotto a Baltimora dall’Università del Maryland e presentato a Orlando in Florida all’inizio del 2005, ha comprovato che la risata è in grado di aumentare l’espansione del rivestimento interno dei vasi sanguigni (endotelio) esattamente come
succede con l’esercizio fisico. Infatti, gli impulsi piacevoli che produce la risata arrivano alla corteccia cerebrale da dove sono inviati al sistema limbico e all’ippocampo che a loro volta risvegliano la produzione di endorfine, cioè i mediatori chimici responsabili dello stato di eccitamento. Questi mediatori agiscono direttamente sull’endotelio favorendone la dilatazione. In questo modo si attua una prevenzione dell’aterosclerosi e si riducono i rischi di infarto e ictus.
Praticamente le modificazioni fisiologiche apportate da una sana serie di risate sono paragonabili a quelle che si hanno come conseguenza di un’attività aerobica.
Direi che ridere fa bene… riscopriamo tutto questo nelle relazioni umane.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                   Il rapporto di Dalì con la psicoanalisi

Salvador Dalì definì il suo metodo artistico paranoico-critico, i suoi temi erano quelli psicanalitici dell'inconscio, del sogno e della sessualità.La sua arte e il movimento che ne nacque il Surrealismo erano per lui occasione di far emergere l’ inconscio, Breton, padre del movimento parlava del principio dell’“automatismo psichico”.
Dalì di origine catalane raccontava che i suoi genitori lo avevano chiamato Salvador, perché era destinato a salvare la pittura minacciata di morte dall’arte astratta. Ma la realtà era altra, i genitori lo chiamarono esattamente come il fratello maggiore morto anni prima a causa di una meningite e fu considerato dagli stessi come una reincarnazione di quel fratello mai conosciuto.
La sua infanzia trascorse in una casa piena di foto di quel fratello, era iper protetto dai
genitori che temevano di perdere anche lui.A diciotto anni iniziò gli studi all’Accademia di Belle Arti a Madrid, conobbe in questi anni lo scrittore Federico Garcia Lorca, con cui strinse un’intima amicizia.Ben presto quest’amicizia si trasformò in una passione amorosa da parte del poeta di
Granada e la cosa turbò Dalì, che, ne “Les Passions selon Dalì” (1968) scrisse: Quando Garcia Lorca tentò di possedermi, mi rifiutai a lui con orrore.Dall’inizio del 1927 l’artista catalano si trasferì a Parigi.La personalità provocatoria e gli atteggiamenti stravaganti di Dalì, oltre alle sue opere
piene di allusioni sessuali, incuriosirono il gruppo dei surrealisti parigini. Salvador rimase affascinato da Gala, i due, ben presto, divennero amanti e, successivamente, marito e moglie. E’ Dalì stesso a fornire la chiave interpretativa freudiana di questo grande amore, che dominerà la sua opera fino alla fine:era destinata ad essere la mia Gradiva (‘colei che avanza’), la mia vittoria, la mia
donna. Ma per farlo, bisognava che mi guarisse. E mi guarì, grazie alla potenza indomabile e insondabile del suo amore, la cui profondità di pensiero e abilità pratica surclassavano i più ambiziosi metodi psicoanalitici.
Il loro rapporto fu molto intenso e turbolento, vissero il matrimonio in maniera promiscua, la loro passione fu totale e surreale.Dalì definì la paranoia come una malattia mentale cronica, la cui sintomatologia più caratteristica consiste nelle delusioni sistematiche, con o senza allucinazioni dei sensi.
Le delusioni possono prendere la forma di mania di persecuzione o di grandezza e
ambizione.L’attività paranoico-critica venne definita dallo stesso pittore come:
un metodo spontaneo di conoscenza irrazionale basato sull’associazione interpretativocritica
dei fenomeni deliranti.L’artista dichiarò più volte di voler immortalare la vita onirica, realizzando ciò che lui definì delle “fotografie dei sogni dipinte a mano”. L’artista fece qualcosa in più, riuscì
ad illustrare magistralmente un meccanismo mentale indagato da Freud, nell’”interpretazione dei sogni” cioè l’effetto che uno stimolo esterno, percepito durante il sonno, produce su ciò che stiamo sognando. Nelle opere dell’artista catalano si ritrovano tutti i capisaldi della teoria freudiana: l’inconscio, il sogno e la sessualità.

dott.ssa Mariachiara Pagone






                            L’importanza della tristezza

 L'origine del film Inside Out sembra sia nato dalla vita del regista, la cui figlia quando si è avvicinata all'adolescenza ha cominciato ad avere un stato d'animo più triste. L'interesse da cui è nato il film è stato chiedersi: la tristezza va repressa? Cosa fare? Bisogna metterla sempre a tacere? Anche con dei psicofarmaci? Allora perché è un sentimento così universale?I Film della Disney ci hanno aiutato a crescere umanamente. Le sue storie non hanno alcun rapporto con l'infantilismo, ricordiamo  Bambi che vide  morire sua madre e il leone Simba che vide morire suo padre. La differenza in questo nuovo cartone è che i produttori mettono in risalto i meccanismi emotivi che sono alla base di una esperienza. Nella testa della bambina protagonista cinque emozioni: gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto formano un consiglio che prende le decisioni con cui la ragazza affronta la sua vita, vorrei ricordare che le emozioni sono più di cinque ma sarebbe stato complesso raccontare una storia con troppi personaggi. Il ruolo delle emozioni nella pressa di decisioni appare ben rappresentato, sembra mancare un rappresentante del ragionamento logico, il processo decisionale.Le due emozioni principali sono Gioia e Tristezza. La memoria è protagonista. Anche se cedevole nella sua struttura rappresentativa. La cosa che è possibile però apprezzare è come le emozioni trasformino i ricordi, come siano rielaborati nel presente.
L'aspetto importantissimo del film è il tema della “Tristezza” che diventa un personaggio chiave, dando alla storia una svolta narrativa veramente emozionante. Oggi la società obbliga al successo e alla felicità e l’edonismo invade tutte le sfere della vita.
La tristezza è un emozione che esegue funzioni utili per gli esseri umani, Gioia, che potrebbe essere considerata il nostro desiderio di vivere, deve servirsi della tristezza per evitare che la bambina protagonista si isoli di tutto e di tutti.
Spesso la tristezza è considerata un'emozione da evitare, la presenza della tristezza nel nostrobagaglio emotivo ci offrire un vantaggio evolutivo, come la paura ci aiuta a sfuggire al pericolo, la rabbia ci chiede di lottare, ed il disgusto ci fa respingere cose che potrebbero farci del male. I ricercatori riferiscono degli studi che collegano il dolore ad una maggiore eccitazione fisiologica che risveglia il corpo in modo che la persona reagisca dopo una perdita. Le persone che sono più felici a volte sono meno motivate ad agire, mentre una persona che si sente triste avrà più ragioni per cambiare.
La tristezza ci mette in contatto con i nostri bisogni profondi, ci spinge ad esprimerci e a cercare delle soluzioni, e di conseguenza, ci mette in contatto con gli altri e ci rilancia alla vita.

Dr.ssa Mariachiara Pagone

                                             Indivisibili

Nei giorni passati ho avuto modo di vedere un film “Indivisibili” dello sceneggiatore Nicola Guaglianone e musiche di Enzo Evitabile. Questa pellicola mi ha permesso di fermarmi a pensare il tema della separazione, nelle sue più svariate forme.L’angoscia di separazione, è un tema introdotto da Otto Rank nel 1924 partendo dal trauma della nascita. Questo riferimento è caratteristico delle relazioni a partire dalla relazione primaria madre-bambino.Il bambino vive nella totale dipendenza dalla madre, il neonato può vivere la separazione da essa come un evento drammatico, tale vissuto può ripercuotersi in modo negativo sulle future separazioni adulte e prima ancora sul vissuto di quei
processi indispensabili di separazione che sono lo svezzamento, la crescita, l’adolescenza e la maturità.
Nel caso di un superamento non felice di queste primissime angosce infantili di separazione, anche il vissuto della morte come separazione definitiva non sarà facilmente elaborabile. La Klein nel 1935 sottolinea come nel corso dello sviluppo il bambino vada inevitabilmente incontro a situazioni di separazione o di perdita, le prime e più significative delle quali riguardano la nascita e lo svezzamento. Proprio lo svezzamento connesso con la separazione dalla madre e l’ingresso nella posizione depressiva, rappresenterebbe il modello di tutte le perdite successive.Bion, postkleiniano, sottolinea la capacità innata del bambino di far fronte alle frustrazioni che inevitabilmente la madre, provoca in lui.
Le frustrazioni di origine orale sono collegate alla separazione, come nel caso dello svezzamento, o di frustrazioni edipiche precoci legate alla presenza della figura del padre.Grazie alla sua capacità di rêverie, la madre potrà accogliere l’angoscia di morte che si accompagna nell’infante. Può così aiutarlo a trasformare questa angoscia e a tollerarla, se fallisce in questo compito crea le premesse della sua patologia relazionale adulta.Secondo Winnicott il bambino sviluppa la capacità di essere solo in maniera progressiva: prima in presenza della madre e successivamente, in maniera graduale,
attraverso l’interiorizzazione di questa, fino alla possibilità di essere veramente solo, inconsciamente sostenuto dalla sua rappresentazione interna.
Un forte supporto empirico alle formulazioni post-freudiane dell’angoscia di separazione proviene dalle osservazioni effettuate da Bowlby attraverso i suoi studi sull’attaccamento. Questo autore concepisce l’angoscia di separazione come qualcosa di primario e biologicamente determinato. Emde nel 1981 e Stern nel 1985, evidenziano che fin dalla nascita il bambino mostra uno spiccato interesse per l’ambiente umano e ricerca selettivamente l’interazione con esso.Come conseguenza della sua centralità nello sviluppo, numerosi autori postfreudiani pongono particolare enfasi sulla separazione in analisi, suscettibile di far emergere nel transfert gli antichi vissuti separativi del soggetto, fino a farne in alcuni casi l’aspetto centrale del trattamento e delle sue finalità trasformative.
Meltzer (1967) si sofferma sulla ciclicità del processo analitico, sottolineando come l’esperienza della separazione tenda a dominare l’inizio e la fine di tali cicli (seduta, settimana, segmento, anno di analisi): l’analisi è “dominata” da questo aspetto dinamico “fino a quando le ansie con esso connesse non siano state chiarite, di modo che la loro elaborazione possa avviarsi”.
Come suggeriscono Winnicott (1965) e la Klein (1963), l’esperienza della separazione è un vissuto profondo e difficilmente obiettabile, a partire dall’essenziale possibilità di sperimentarla in presenza dell’oggetto. Per converso, non sempre e non necessariamente sensazioni di vuoto, solitudine e distacco con le relative ansie e difese corrispondono in maniera lineare a situazioni di separazione in senso spaziotemporale.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                      Scuola ed è tempo di distacchi

E’ l’inizio di un nuovo anno scolastico e per tanti bambini/e e genitori non è altro che
l’inizio di una nuova esperienza.E’ il momento dell’inserimento dei più piccoli in un nuovo contesto che li porterà a sperimentare, forse per la prima volta il distacco dalla mamma e dal papà.Alcuni genitori si mostrano preoccupati per il tempo, dal loro punto di vista, troppo lungo con cui si svolge l’inserimento ed il timore che questo significhi non dare la possibilità ai bambini/e di crescere sicuri e autonomi.
Mi sono chiesta dove nasca questa preoccupazione, se e quanto sia legittima, quali sono le parti in gioco e come si potrebbe fare per trovare il delicato equilibrio. Molti i bisogni, le aspettative e le storie personali che entrano in gioco in questo delicato passaggio.Riflettendo sul contesto sociale e lavorativo in cui viviamo penso che il nostro contesto non aiuta e non agevola le relazioni, non asseconda i tempi lenti necessari nei rapporti, non facilita il poter sentire fino in fondo le emozioni che ci attraversano potendo dar loro un nome.
La situazione economica e le condizioni lavorative non agevolano e non supportano i genitori nel potersi prendere il tempo, senza il timore di perdere il proprio posto di lavoro, per poter accompagnare i propri figli nei momenti di passaggio.
E i bambini/e, i loro bisogni ???
Mi sono tornate in mente le parole di Alba Marcoli: “Il bambino che affronta bene il distacco è quello che lo patisce ma col tempo impara a tollerarlo, quello che studia la situazione, si accerta bene che ci siano a portata di mano la mamma o il papà – che sono le sue sicurezze maggiori – poi, piano piano, comincia ad esplorare per tentativi ed errori, allontanandosi prima e poi tornando dai genitori per riceverne incoraggiamento e conforto, costruendo così a poco a poco un legame con i percorsi
e le persone nuove, imparando a capire di chi può fidarsi e di chi no”.Il bisogno fondamentale quindi di ogni bambino/a è quello di avere accanto a sé adulti che lo accompagnino nel suo cammino, che lo incoraggino e lo sostengano.
Questo senso di protezione e fiducia nelle proprie possibilità si costruisce con il tempo, con la vicinanza e con la condivisione delle esperienze. Ecco perché l’inserimento nel contesto scolastico ha bisogno di tempo, di gradualità e di delicatezza.Non c’è “il” modo giusto per organizzare il momento dell’inserimento, in quanto ognuno è unico, ha la propria storia.
Credo però ci possano essere alcuni elementi fondamentali che possono aiutare nel vivere nel miglior modo possibile questo momento: adeguarci con flessibilità ai ritmi di ogni bambino/a; ascoltare bisogni ed emozioni che si stanno vivendo.
Buoni inizi a tutti!!

Dott. ssa Mariachiara Pagone




                                          Perfetti Sconosciuti

Nonostante sia uscito da un po’ ho avuto modo di vedere solo ieri “Perfetti sconosciuti” il film di Paolo Genovese.La bellezza di questa pellicola è quella di mettere in risalto come ciascuno di noi
abbia tre vite “una pubblica, una privata e una segreta”, come afferma Gabriel Garcia Márquez. Ciò che in questo film si riesce ben a osservare è ciò che accade quando queste si mescolano e si svelano.
La storia narra di una cena fra amici, quattro uomini e tre donne, di cui tre coppie, che decidono di fare un gioco di condivisione. La regola era che ciascun commensale doveva mostrare agli altri messaggi, email, telefonate che arrivavano durante la serata. Quanto accadrà metterà in luce uno spaccato importante della nostra società contemporanea.Il film appare interrogare diversi aspetti del nostro vivere contemporaneo: l’uso che facciamo del cellulare, il tipo di comunicazione e di legami che l’uso dei nuovi social permette, le nuove modalità di vivere la sessualità e i tradimenti coniugali.
La pellicola mette anche in evidenza come il telefono possa abbattere le censure e l’imbarazzo, permettendo anche ad un padre e a sua figlia di parlare della “prima volta” senza l’inibizione che potrebbe caratterizzare la comunicazione vis a vis .Non tutti i segreti afferiscono a dei tradimenti, ci sono anche alcuni argomenti di cui questi amici si vergognano a parlarne fra loro, nonostante si conoscano da tutta una vita e siano amici d’infanzia.Si evidenziano tematiche faticose da affrontare pubblicamente come, ad esempio, affermare di andare in analisi da uno psicoanalista, oppure rivelare la propria omosessualità… Queste scene mettono in luce quanto nella nostra società contemporanea, nonostante i profondi cambiamenti avvenuti e l’apparente maggiore libertà e apertura, sia ancora molto difficile parlare apertamente e senza pregiudizi di alcuni temi.Perchè questo avviene? Come mai siamo così restii a confrontarci su questi argomenti?
Ridurre il film a una banale storia di tradimenti coniugali e debolezze, frustrazioni e imbarazzi, è fuori luogo in quanto, ad una visione attenta, è possibile notare come il registra si sia soffermato sui dettagli. Primo dettaglio è il titolo di cui lo stesso Paolo Genovese afferma non essere casuale in quanto la pellicola “vuole raccontare come, a volte, le persone che ci stanno vicine non le conosciamo fino in fondo”.È interessante ascoltare le interviste dei diversi interpreti in quanto alcuni di questi evidenzino come un punto focale del film non sia tanto “il segreto nascosto all’interno del telefonino, quanto il fatto che le persone ricorrano al telefono per crearsi un’altra opportunità, un’altra possibilità. In realtà i segreti che emergono sono anche un po’ meschini e infantili. Ma a volte le persone hanno bisogno anche di questo per uscire dal grigiore delle loro esistenze – riferisce Anna Foglietta – da rapporti che con il tempo si sono incancreniti”.
Il film ci permette di domandarci il perché di questa necessità, ci consente di domandarci come sia possibile ritagliarsi una nuova opportunità all’interno della coppia e non al di fuori, senza dover costruire giochi erotici con perfetti sconosciuti per evadere dalla routine quotidiana, domandarsi come mai il proprio rapporto coniugale o amicale si sia “incancrenito” e come sia possibile, invece, dargli un nuovo slancio e una nuova forza.
Vorrei anche soffermarmi sulla colonna sonora appositamente scritta per questo film e cantata da Fiorella Mannoia, la quale è in grado di regalare ad ogni parola un significato profondo e trasmettere sensazioni e atmosfere che ben si legano a questa pellicola. Racconta di una donna che si interroga sulla sua relazione complicata, dove i silenzi pesano più delle parole, dove giorno dopo giorno, si moltiplicano i segreti, gli errori, i sensi di colpa di una vita fatta di menzogne, verità taciute e sconfitte che è difficile


                                               L’allattamento

L’alimentazione, sappiamo bene che oltre a provvedere al soddisfacimento del bisogno fisiologico della fame, ha valenze psicologiche.Non bisogna mai dimenticare che il cibo è il primo rapporto che il bambino ha con il mondo. Winnicott spiegava come l’allattamento al seno rappresenta la
prima forma di comunicazione che ha il potere di condizionare le esperienze comunicative e relazionali successive.La madre non si limita a dare del latte ma va a creare un legame.Un esempio dell’importanza rivestita dall’esperienza della nutrizione l’ha mostrato Harlow il quale dimostrò l’importanza delle sensazioni tattili nel rapporto madre-figlio. Egli osservò che i cuccioli di scimmia trascorrevano molto più tempo con un manichino di stoffa morbida piuttosto che con quello di filo di ferro ma provvisto di un poppatoio.
Il neonato necessita immediatamente di instaurare una relazione con la mamma durante l’esperienza della nutrizione.Le piccole percezioni come il contatto con la pelle, il calore, l’odore, il suono
della voce permettono di dare un senso alla vita del bambino. Tanto più questo contatto si verifica in modo armonioso tanto più il piccolo riceverà sensazioni di un mondo esterno sereno che vale la pena di essere esplorato e vissuto.Come in una danza i due corpi si fondono per creare un ritmo. Sarà la fame del bambino a dettare la produzione di latte nella mamma: tanto più esso si attaccherà al seno tanto più latte verrà prodotto. Fondamentale è stimolare precocemente il bambino a succhiare porgendogli il capezzolo ed attendere che esso lo scopra.L’istinto aiuta la coppia madre -bambino poiché il neonato avendo iscritto nel suo patrimonio genetico il riflesso di suzione si attacca senza indugio al seno della madre se posto nelle sue immediate vicinanze.E’ importante che la madre si dedichi prevalentemente a osservare il proprio bambino. A volte la madre per via di insicurezze può essere influenzata, non sempre positivamente. Questi falsi miti possono far perdere di vista alla
mamma i segnali che vengono dal bambino.L’allattamento è fonte di ricchezza e di stimolo per i due partner quando soddisfa desideri e calma timori di entrambi. Mentre laddove esso conferma le paure o determina delle delusioni, rischia di divenire un comportamento sempre più patologico e carico di ansia.

Dr.ssa Mariachiara Pagone




                 Costruire il benessere: i disturbi psicosomatici



La psicosomatica è una branca della medicina che mette in relazione la mente con il corpo, ossia il mondo emozionale ed affettivo con il soma, nello specifico va a rilevare e a capire l'influenza che l'emozione esercita sul corpo e quelle che possono essere le sue affezioni.
Bisogna inoltre soffermarsi sul contesto di vita dell’individuo e di come esso possa contribuire a creare o a mantenere un sintomo psicosomatico.I disturbi psicosomatici sono suddivisibili in due gruppi: i disturbi psicosomatici primari e secondari.
 Nei disturbi psicosomatici primari è presente una disfunzione biologica.Possiamo annoverare in questo gruppo i disturbi metabolici come il diabete e le diatesi allergiche come l’asma.
L’elemento psicosomatico è nell’esacerbazione emozionale del sintomo già esistente.Se un bambino soffre di asma può ad esempio avere dei gravi e ricorrenti attacchi d’asma in risposta a stimoli emotivi piuttosto che fisiologici, ecco che prende così il nome di “asma psicosomatica”. Nei disturbi psicosomatici primari non vi è un’eziologia psicologica per il disturbo originale.
 Nei disturbi psicosomatici secondari, invece, non può essere dimostrata nessuna disfunzione biologica all’origine dei sintomi. L’elemento psicosomatico è evidente nella trasformazione dei conflitti emotivi in sintomi somatici.
Tra i disturbi psicosomatici ricordiamo:
 disturbi a carico del sistema respiratorio: asma bronchiale (frequente
soprattutto nei bambini).
 disturbi del comportamento alimentare anoressia, bulimia e binge eating.
 disturbi a carico del sistema gastrointestinale: colon irritabile, gastrite cronica,
iperacidità gastrica, stipsi, nausea, vomito, diarrea.
 disturbi a carico del sistema cardiovascolare: aritmie, ipertensione arteriosa
essenziale, crisi tachicardiche e la cefalea emicranica.
 disturbi a carico del sistema cutaneo: psoriasi, sudorazione profusa, eritema
pudico (rossore da emozione), dermatite atopica, orticaria, secchezza della cute e
delle mucose.
 disturbi a carico del sistema muscolo-scheletrico: cefalea tensiva, cefalea
nucale, torcicollo, lombalgie e cervicalgie.
Il disturbo psicosomatico non è altro che una difesa necessaria per proteggersi da emozioni dolorose e intollerabili che si attuano attraverso l’espressione diretta del disagio psicologico attraverso il corpo.
L'ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel soma attraverso il disturbo.La persona non può, o non riesce, a esplicitare e a dare parola alle istanze conflittuali ed a verbalizzare le tensioni emozionali.Per chiunque voglia approfondire l’argomento vi aspetto a Raiano Domenica 4 Settembre alle 10:00, in Via Giovanni Falcone n.5, dove si terrà un seminario relativo al tema, nel quale interverranno anche altri professionisti.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                      Una questione di distanze

Hall spiega come gli esseri umani sperimentano all’interno delle relazioni umane, quattro tipologie di distanze: pubblica, sociale, personale e intima.Vivere all’interno della società attraverso una differenziazione dei ruoli ha condotto l’uomo a modificare ed ampliare la dimensione ed i comportamenti della sfera personale.
Pacori M. spiega come ogni distanza ha una fase di vicinanza ed una fase di
lontananza.La “bolla sociale” in realtà non è altro che un' immagine mentale la quale definisce lo spazio attorno al quale siamo soliti circondarci delle persone ed i cui confini descrivono, a seconda di quanto questi siano vicini o distanti da noi.
Solitamente teniamo a distanza una persona che non desideriamo o con la quale non vogliamo interagire.Ci sono due momenti in cui ‘rompiamo la bolla’ e permettiamo all’altro di
avvicinarsi a noi: con la stretta di mano e quando baciamo il nostro interlocutore.E’ in questi momenti che si struttureranno le basi per le successive interazioni.Qui possono nascere comprensioni o incomprensioni, simpatie o antipatie.Il bacio nel dialogo e nella comunicazione tra gli esseri viventi, assume un significato complesso, in quanto può assumere infiniti ruoli, finalità ed obiettivi nell’agirlo.
Quando la madre lo dona al figlio, il bacio, tale gesto veicola un meta-messaggio che è quello del “ti voglio bene”.Il bacio assume anche significato sociale legato al saluto cordiale tra amici per iniziare una comunicazione, rompendo schematismi fatti di formalità.Ma un aspetto importante che non dobbiamo dimenticare è che il bacio è il primo atto sessuale, attraverso il quale si apre la porta dell’intimità per scoprire emozioni intense e profonde che potranno portare al rapporto sessuale.
Alcuni autori come Ekman P., Friesen W.V., hanno riscontrato che esistono segnalibdi gradimento del bacio.Baciare sulle labbra una persona alle volte è sentito come un gesto assai più intimo del rapporto sessuale.Per concludere facciamo attenzione al modo che utilizziamo nel salutare perché può
indurre a fraintendimenti e non rendendocene conto potremmo oltrepassare la bolla psichica dell’altro.

Dott.ssa Mariachiara Pagone





     Aspetti psicologici e dinamiche relazionali della violenza sulle donne.

Ritengo sia utile spendere qualche parola sull’origine dell’aggressività. Questo tema coinvolge da anni esperti di diverse discipline e tra questi gli psicologi e gli psicoanalisti.S. Freud nel 1920 con la nuova formulazione dell’apparato psichico - seconda topicaintrodusse il concetto di “pulsione di morte”. Tale concetto spiega la tendenza di tutti gli esseri viventi a tornare allo stato inorganico. A questa pulsione oppone la “pulsione di vita”, che è una tendenza alla riorganizzazione della materia organica.
Il concetto fermamente sostenuto dai kleiniani stabilisce che il masochismo è primario ed il sadismo è una sua estroflessione.Fanti nel suo Dizionario di Psicoanalisi e Micropsicoanalisi, afferma che l’aggressività è neutra ma acquisisce un’identità quando si manifesta nei confronti di un oggetto.
Inoltre, essa può essere di varia entità in relazione alle componenti costituzionali ed acquisite.
Nel titolo del mio articolo emergono due parole psicologico e violenza. Psicologico sta a indicare ciò che riguarda l’apparato psichico, il quale è costituito da una parte conscia, ed una inconscia. La parola violenza invece sta a indicare una forza impetuosa, incontrollata che viene esercitata da un soggetto all’altro.
Quando si affronta il tema della violenza sulle donne, si è soliti distinguere tre diversi tipi di
violenza:
- Violenza psicologica: insulti, minacce verbali, intimidazioni, denigrazioni e svalutazioni;
- Violenza fisica: passaggio all’atto di un impulso aggressivo;
-Violenza sessuale: passaggio all’atto di un desiderio sessuale attraverso l’ imposizione ed i
ricatti.
Si parla di persone adulte che subiscono comportamenti coercitivi e/o mortificanti da parte di un pari, questo porta a dover riflettere sugli aspetti soggettivi della donna e sulle dinamiche relazionali della coppia.Il termine maltrattamento è sinonimo di violenza ed implica uno stato di inferiorità soggettivo e/o oggettivo della donna. Il maltrattamento non è altro che la dimostrazione di arroganza e prepotenza verso chi è “inferiore”. Specifico cosa voglio dire con la parola inferiore, la persona può esserlo sul piano fisico (più bassa, più debole), sul piano intellettivo (persona affetta da difficoltà mentali), o può riguardare un piano soggettivo se si percepisce come mancante di qualche attributo.
Questo è il caso della maggior parte delle donne che subiscono violenza e maltrattamenti in ambito domestico. Mentre le differenze oggettive sono misurabili attraverso scale di valutazione, l’inferiorità tra adulti corrisponde ad una percezione distorta dell’Io e della propria immagine corporea.Esiste una particolare situazione che rende la donna, più fragile e dipendente dall’uomo: la gravidanza. Si registra frequentemente che i parteners diventano violenti in contemporaneamente con la prima gravidanza delle mogli.La gravidanza riattiva una frustrazione antica, un vissuto di rifiuto, esclusione e perdita degli oggetti primari infantili. I soggetti violenti sono incapaci di spostare l’interesse su altre mete o di sublimarlo in altre attività, ciò determina gli agiti violenti. Per agito si intende il passaggio all’atto. L’altro viene vissuto a fini strumentali, per scaricare tensioni, utilizzando modalità arcaiche di risoluzione dei problemi, ovvero i modi usati dal bambino in età preverbale, quando agisce un desiderio specifico senza tener conto dell’esistenza dell’altro e dell’ambiente.
Questo permette il passaggio dal mondo egosintonico alla relazione con l’altro. La capacità di entrarvi in relazione presuppone il riconoscimento dell’altro. Chi effettua agiti vive l’altro come oggetto complementare posseduto per mantenere l’illusione dell’onnipotenza narcisistica.
La coppia è complementare e riassumibile nel binomio sadismo/masochismo.Chi agisce l’aggressività è portatore di una struttura narcisistica con scarse capacità di sublimare e spostare le pulsioni sessuo/aggressive e quindi ha scarse capacità di instaurare relazioni oggettuali, mentre chi la subisce è pervaso da un profondo senso di colpa inconscio e da un vissuto di inadeguatezza che lo spinge a collezionare umiliazioni e sofferenze.Questa breve argomentazione è volta a mostrare come entrambe le persone della coppia maltrattante - maltrattato hanno bisogno di un aiuto psicologico.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                      Disturbi affettivi e psicoanalisi

Chi soffre di depressione solitamente è trattato solo farmacologicamente e rivisto periodicamente, questo significa lasciare la persona intrappolata all’interno di una diagnosi, la cosa che invece servirebbe è capire cosa alimenta la depressione, cosa dentro la persona fa ripresentare puntualmente ogni giorno il pensiero che niente valga la pena di essere vissuto.Consultare uno psicoterapeuta ad indirizzo analitico aiuta a non sentirsi soli in questo viaggio attraverso la cura. Ciò può aiutare a non sentirsi sopraffatti e a passare dal “non senso” della depressione come malattia al “senso” della
depressione come esperienza vissuta di una persona che ha la sua storia, la sua fisionomia, il suo spazio nel mondo.
Il ruolo dell’analista è quello di dare un senso alla storia del soggetto, di far notare ad esso i funzionamenti inconsapevoli che portano ad istaurare un malessere depressivo, far esplorare all’ individuo il suo stile di vita, segnalare l’opportunità di includere e/o escludere cause mediche ed in alcuni casi far integrare un trattamento farmacologico.Non ci si ammala di depressione nello stesso modo ognuno ha la sua modalità di reazione alla malattia. Le cause scatenanti interne ed esterne possono essere significative come traumi, lutti, separazioni ed altre volte sono invece ben celate da
non essere percepibili.
La bellezza del trattamento psicoanalitico è che rende il paziente soggetto attivo della propria cura. Entrambi –analista e paziente- sono coinvolti nella comprensione della malattia attraverso l’esplorazione delle radici intrapsichiche, familiari ed ambientali.Questo per riavviare un processo vitale che inconsapevolmente si è interrotto.Nelle fasi iniziali il paziente da al terapeuta il materiale in suo possesso come la narrazione di eventi ed il racconto di sogni. Attraverso questi lo informa sul suo stato affettivo ed emozionale. L’analista attraverso la sua tecnica lo aiuta a sciogliere i nodi aggrovigliati dell’isolamento e del dolore.
Bisogna aiutare il paziente a comprendere che ci vuole tempo per trovare il giusto ritmo ed il giusto adattamento al trattamento.Il trattamento richiede tempo e impegno. Spesso la lentezza dell’evoluzione, i piccoli cambiamenti non avvertiti dagli altri, ma sperimentati solo in seduta, potrebbero creare confusione o frustrazione. Parlarne chiaramente con il proprio terapeuta aiuta
ad esplorare i sentimenti di disperazione e di impotenza che accompagnano la guarigione e che a volte si manifestano con lunghe regressioni in cui sembra che nulla cambi.Fondamentale è il rapporto di fiducia che deve essere alimentato per tutto l’arco dell’intervento. Il paziente e l’analista si confrontano con la malattia, con le sue radici storiche e con le modalità attuali attraverso cui si manifesta.Ma quanto durerà la terapia?
Freud avrebbe risposto: dipende dal passo del viaggiatore.Seppur la malattia depressiva può manifestarsi con gli stessi sintomi, le persone che ne sono portatrici sono differenti, ognuna con la sua storia.
Quando le trasformazioni apportate dall’intervento terapeutico saranno evidenti ad entrambi, lo psicoanalista ed il paziente insieme decideranno come e quando lasciarsi. Cioè concorderanno la fine del trattamento.A fine trattamento, il paziente giunto in terapia come soggetto passivo in preda ad
uno stato depressivo che gli impediva di vivere, attraverso una lunga fase di esplorazione sarà più consapevole delle sue modalità di funzionamento affettivo e relazionale e potrà così agire attivamente su queste per controllare al meglio il corso della sua vita.
Dr. Ssa Mariachiara Pagone




                                        Il ruolo del padre

La famiglia nelle culture occidentali ha subito una grossa trasformazione.I ruoli genitoriali sono cambiati. Le madri che prima erano assorbite totalmente nella famiglia e dedite alla cura dei figli, oggi sono sempre più orientate verso la realizzazione personale. Le mete sono diventate altre come il lavoro e l’impegno sociale.Il ruolo del padre ha subito una trasformazione ancoro più radicale. Inizialmente aveva una posizione marginale per la cura della prole. Da sempre però ha rivestito il ruolo dell’autorità. I moti del 68’ misero in discussione l’autorità paterna dando ad esso una figura rinnovata.Oggi siamo abituati a vedere padri in atteggiamenti di tenerezza nei confronti dei loro piccoli.La figura del "padre assente" è stata messa in discussione ed è stato, il padre, convocato ad una partecipazione più affettiva, nella crescita dei figli.Con la psicoanalisi freudiana il ruolo paterno è stato riconsiderato. Scoprendo le funzioni più profonde necessarie allo sviluppo psichico dei figli sin dalle fasi precoci della loro vita.Per la psicoanalisi il "complesso di Edipo" porta un nuovo concetto che permette il passaggio dal "due" del rapporto madre-bambino al "tre" che si realizza con l'entrata in scena della figura paterna.Quando si parla di sviluppo psichico del bambino la funzione del padre che rompe il sodalizio madre-bambino è più che altro rivolta ad un passaggio evolutivo che si realizza nel distogliere il bambino da un vissuto di totale e continua disponibilità della figura materna.Questo stato mentale è necessario per far si che sin dall’allattamento il “terzo”
ovvero il padre è fondamentale per far adattare il figlio ad una realtà fatta di rinunce,
attese e frustrazioni.Il padre deve insieme al figlio contendersi la madre, svolgendo così una funzione
separativa.La funzione del padre inizia ancor prima della nascita di un figlio. Il suo ruolo
dovrebbe essere contenitivo, condividendo con la donna ansie e preoccupazioni rivolte alle trasformazioni corporee della gestazione.L'avvicinarsi del padre all'intima esperienza materna può far nascere sentimenti di tenerezza o di esclusione, di gelosia o di invidia, sentimenti a cui è spesso difficile dare una collocazione. L’esperienza di paternità è diventata complessa ed investe
livelli profondi dell'identità maschile. Si ha un capovolgimento e la figura paterna si allontana da antichi fantasmi dell'autoritarismo diventando in molti casi una figura amicale per i figli. Questa nuova ristrutturazione delle figure genitoriali portano a far crescere figli modellati da precoci richieste relative all'autonomia e poco inclini ad accettare le norme costituite, le opinioni e l'operato stesso dei genitori.Tale contraccolpo trasformativo non è totalmente efficace, il padre dovrebbe
esercitare una funzione limite non risvegliando le ombre del padre-autoritario ma essendo un soggetto necessario nell’orientamento della crescita dei figli.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                               Il vero significato dei lapsus

Cos’è un Lapsus?
È quando intenzionalmente vorremmo dire o fare qualcosa mentre poi, ne facciamo un’altra. Possono essere errori linguistici o dimenticanze di nomi o eventi.La dimenticanza nello specifico è chiamata da Freud “atto mancato”, Freud sosteneva che tali errori non sono determinati dal caso.Sembra che ciò serva a far trovare un canale entro cui far scorrere tutta quella serie di pensieri o di fantasie che altrimenti sarebbero rimossi o censurati.Dunque il lapsus non è altro che un conflitto psichico che si determina ogni qual volta si ha un contrasto tra ciò che vorremmo fare e le tendenze inconsce spesso contrarieal volere cosciente.
Il risultato nel momento in cui si ha una momentanea perdita di controllo è l’emergere del desiderio inconscio sottostante.La sostituzione o la dimenticanza, non sono altro che il risultato di una rimozione.In psicoanalisi, il lavoro si concentra sulla ricerca di tutto ciò che è inconscio e gli
strumenti sono il sogno, la sua interpretazione e i lapsus.I lapsus sarebbero degli ‘errori‘, perché non hanno scelto una via corretta, ma, nei termini della teoria psicoanalitica e quindi dal punto di vista dell’inconscio il tutto va visto sotto una luce diversa infatti i contenuti inconsci sono sfuggiti al controllo della censura e sono affiorati nella coscienza.Secondo Freud, dimenticare le impressioni (cosa si sa o si sapeva) o di propositi (cosa vorrei fare ma che poi dimentico di fare) non sarebbe legato all’importanza della cosa ma alla sensazione spiacevole che la cosa implica.
Se una cosa è per noi spiacevole saremmo più inclini a dimenticarla.Dimenticare un oggetto in un posto e dover ripercorrere la strada per riprenderlo tradirebbe il desiderio di tornare al più presto in quel luogo.La vita fantasmatica conferisce altri significati alla dimenticanza e al ricordo: il contenuto inconscio del fantasma che è l’oggetto dell’elaborazione nel corso del trattamento analitico è legato a emozioni che possono non essere dimenticate, in quanto non sono mai state coscienti. Il sogno al pari del fantasma ci fa conoscere avvenimenti che sono stati dimenticati e di cui il paziente non può ricordarsi. Il soggetto non potrà ricordare avvenimenti accaduti nella sua prima infanzia se non
era ancora in grado di comprenderli, ovvero prima che i suoi fantasmi e i suoi sogni siano stati elaborati, interpretati e compresi.
Si può dire che il paziente non ha alcun ricordo di ciò che ha dimenticato e rimosso e
non fa altro che tradurlo in azioni.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                            Frustrazione e senso di impotenza


La frustrazione non è altro che la mancata gratificazione di un desiderio o un impedimento che sopraggiunge impedendo la  soddisfazione di un bisogno.Le cause della frustrazione sono date da fattori biologici, sociali e personali.

⦁    Quelli biologici riguardano l'organismo ( condizione fisica ad esempio essere piccoli di statura, ecc....). La situazione fisica in sé non è causa di un disadattamento, ma lo diventa se viene vissuta così o se viene proposta al soggetto in modo frustrante;
⦁    I fattori psicologici riguardano la personalità come  vivere in un ambiente centrato sull'efficienza operativa può risultare  frustrante per chi possiede una personalità desiderosa di coinvolgimento emotivo, contatto umano e comprensione;
⦁    I fattori sociali riguardano la società ( appartenere ad un certo contesto sociale può determinare frustrazione).

Non sempre la non soddisfazione crea frustrazione, ci sono situazioni in cui l'impossibilità di soddisfare immediatamente un desiderio viene usato dal soggetto come stimolo di ricerca per nuove soluzioni.
La frustrazione può creare blocco ed impotenza. Tale concetto è stato studiato da Erich Fromm. Egli ha parlato di “ sentimento d’impotenza”. Secondo tale punto di vista i pazienti “nevrotici” che egli ha in cura e che ricevono il trattamento psicoanalitico hanno la profonda ed inconscia convinzione di essere senza possibilità di agire nei confronti della situazioni problematiche della vita, di non potervi influire , si sentono inetti e incapaci. Sentendosi delle nullità, sono “impotenti” ad agire e ad influire in qualunque modo sulle difficoltà che la vita comporta.
Provano un senso di impotenza nei confronti del Mondo che li sovrasta , li minaccia , li mette in difficoltà ed in pericolo.
Secondo un punto di vista intrapsichico Fromm rileva la presenza del tutto contraddittoria nella psiche dello stesso soggetto di una immagine di sè grandiosa e di una immagine di sè negativa e spregevole, dunque nella psiche di tali soggetti mancherebbe una immagine equilibrata e proporzionata di sè che li renderebbe capaci di interagire efficacemente con la realtà ed il Mondo.
Tra le conseguenze di tale convinzione si ha lo sviluppo di forti sensi di inferiorità, che condizionano sempre più il soggetto  nel corso della sua esistenza. Si innesca  un’attività frenetica, l’individuo non sta mai fermo, è continuamente affaccendato in mille attività diverse che lo lasciano in preda a un’ansia continua ed oppressiva che lo sfinisce, non si ferma mai a pensare al senso di ciò che fa e al significato della sua vita.
L’origine di questo sentimento e le sue conseguenze, secondo Fromm potrebbe esser dato da situazioni nelle quali il bambino non è stato considerato degno di attenzione.  Il bambino non è stato preso sul serio dai genitori che lo hanno ignorato, ciò ha paralizzato la voglia di autonomia.  Ciò ha minato l’autostima.
Tale senso d’impotenza ha quindi un’origine e subisce un rafforzamento in base al tipo di costellazione familiare in cui il bambino si trova a crescere.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                                         Il Silenzio

«Il silenzio è sempre presente in una seduta di analisi e i suoi effetti sono altrettanto decisivi di una parola effettivamente pronunciata. Che si tratti del silenzio del paziente o di quello dello psicoanalista, di un silenzio cronico e effimero, di un silenzio di resistenza o di apertura all'inconscio, esso costituisce un fatto analitico di primaria importanza nello svolgimento della cura. Saper non dire nulla quando l'occasione lo richiede, è in definitiva un modo di ricordare, meglio ancora, di
mostrare il silenzio della psiche. Tacere, quando occorre, significa riconoscere che l'inconscio è innanzitutto un discorso senza parole».Dalla Presentazione di J.-D. Nasio Freud ha parlato della posizione mentale dell'analista come quella di uno specchio opaco, che porge l'ascolto del suo inconscio come un apparecchio ricevente pronto ad accogliere le comunicazioni del paziente, senza introdurvi interferenze proprie, in un ascolto dell'altro aperto, senza pregiudizi, come un organo ricevente.
L'analista offre un vasto ascolto, senza pregiudizi per dare al paziente, la possibilità di entrare in contatto con le voci interiori.Il silenzio in analisi non è altro che la via di accesso a ciò che non è immediatamente percepibile, come dice Bollas (1999), l’analista, come tela parlante, porge un ascolto che dà voce e parola alla costruzione del soggetto altro da sé.Dunque l'analista dà la parola ad aspetti muti e difficilmente accessibili. Il fatto che l'analista non risponda alle domande del paziente può risultare difficile da capire per chi è fuori dalla dimensione analitica.Greenson 1958 parlava di due tipi di silenzio: il silenzio come resistenza e il silenzio come comunicazione; quello che si incontra più di frequente nella pratica psicoanalitica è il silenzio come resistenza, che indica che il paziente non è disposto a verbalizzare (consciamente o inconsciamente).
Visto che nella pratica psicoanalitica i pazienti tentano di comunicare , mettendo in parola ciò che pensano, se diventano silenziosi vuol dire che si oppongono al procedimento analitico.
Bisogna tener presente che il paziente in realtà sta comunicando nonostante la sua resistenza. Il silenzio potrebbe essere il contenuto stesso che il soggetto vuol comunicare.

Buon ASCOLTO!!

Dr.ssa Mariachiara Pagone




                                    La formazione del sé

Dopo la festa della mamma questa è una riflessione che vorrei con poche righe portare all’attenzione delle mamme.Il senso di sé si costruisce nel rapporto con l’altro. L’immagine che abbiamo di noi stessi si costituisce sulla base dell’immagine che questi altri ci rimandano di noi.Winnicott parlava di meccanismo di rispecchiamento come meccanismo psichico fondamentale nella formazione della nostra identità.Nel 1971 sosteneva che il “precursore dello specchio” è il viso della madre.
Il bambino è dipendente in modo assoluto dall’ambiente sin dai primi stadi dello sviluppo emozionale, in tale stadio l’ambiente ancora non è ripudiato come “ non me”.La parola “IO” implica un notevole sviluppo emotivo e cioè che l’individuo si sia strutturato come unità. Il mondo esterno è stato ripudiato e il mondo interno è diventato possibile.L’infante prima di questo “non esiste” se non dipendendo dalle esclusive cure materne che Winnicott chiama holding. Le cure vanno a soddisfare i bisogni del bambino attraverso l’identità e l’adattamento quasi totale della madre. “Quando l’adattamento della madre ai bisogni del bambino è sufficientemente buono, da al bambino l’illusione che ci sia una realtà esterna che corrisponde alla capacità propria del bambino di creare” e ne sostiene il bisogno di onnipotenza.
Il bambino pian piano deve appropriarsi della sua indipendenza separandosi dalla madre.La mamma che svolge il ruolo di specchio è fondamentale in quanto come Winnicott sottolineava “arriva il momento in cui il bambino si guarda intorno”. Non guarderà il seno ma il volto. Quando lo guarda cosa vede? Il suo volto. È proprio questo stadio che appare di fondamentale importanza e che spesso le madri sottovalutano. La conseguenza che il bambino subisce quando la mamma è abitualmente depressa e chiusa nella sua rigidità, è che non da contenimento al bambino. Non lo accoglie attraverso i suoi occhi, l’allattamento non è un rapporto ma un gesto meccanico in cui la mamma ha uno sguardo fisso e smarrito.Winnicott dice “Molti lattanti devono avere una lunga esperienza di non vedersi restituito ciò che essi danno. Guardano e non si vedono. Ne derivano conseguenze. Prima di tutto la loro capacità creativa comincia ad atrofizzarsi, ed in una maniera o nell’altra guardano intorno cercando altri modi di riavere qualcosa di sé dall’ambiente…in secondo luogo, il bambino si
abitua all’idea che quando guarda ciò che vede è la faccia della madre. In tal caso la faccia
della madre non è uno specchio. Così la percezione prende il posto di ciò che avrebbe potuto essere l’inizio di uno scambio significativo…”Essere madre significa accogliere il bambino come uno specchio.
Il bambino che guarda da un punto di vista psichico, il volto della madre, riceve dagli occhi di
lei l’immagine di se. Ciò costituirà il nucleo del suo sé. Lo specchio dovrà avere la qualità di
riflettere, lo specchio appannato non sarà in grado di riflettere l’immagine così come la
ricevono ma la deformano.
È così che il volto è poco responsivo, uno specchio sarà una cosa da guardare ma non una cosa in cui guardare. Il bambino organizzerà un ritiro in se stesso e non si guarderà.Vi lascio con questa citazione di Alice Miller del libro “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé”: “ la madre guarda il bambino che tiene in braccio, il piccolo guarda la madre in volto e vi si ritrova.. a patto che la madre guardi davvero quell’esserino indifeso nella sua unicità, e non osservi invece le proprie attese e paure, i progetti che imbastisce per il figlio, che proietta su di lui. In questo caso nel volto della madre il bambino non troverà se stesso, ma le esigenze della madre. Rimarrà allora senza specchio e per tutta la vita continuerà invano a cercarlo”.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                        Psiche e musica

La musica riveste un ruolo fondamentale nella strutturazione somato-psichica, nell’intersoggettività e nel dispiegarsi dei processi di simbolizzazione e soggettivazione. Sia linguaggio parlato che il linguaggio musicale hanno in comune la struttura linguistica che è base principale nelle narrazioni in una stanza d’analisi. Il significato della musica è simbolico in quanto ha la funzione di rappresentare i nostri sentimenti e di conseguenza la nostra vita emotiva. La musica è costituita dello stesso
materiale e delle stesse dinamiche della vita psichica, essa può essere impiegata nella clinica e nella ricerca analitica, in che modo? Affinando l’ascolto e la risposta alle diverse sofferenze che si sono radicate nell’esperienza.
La musica ha un potere proiettivo basato sull’ interpretazione. L’interpretazione è lo strumento fondamentale della psicoanalisi. Entrambe le interpretazioni permettono di rivelare quello che a prima vista non sta scritto nello spartito (del musicista) o nella narrazione (del paziente).
Entrambe leggono e/o ascoltano il linguaggio secondario che il compositore e/o analizzando ha lasciato sullo spartito e/o narrazione che costituirà il linguaggio primario della comunicazione.
Interpretare equivale a scegliere, quindi a escludere.
In musica ne deriva una dualità, un rapporto tra esecuzione e opera, stessa cosa che accade in psicoanalisi, vi è la stessa tensione tra i componenti della coppia analitica.
Sia la musica che l’analisi danno la possibilità di tirar fuori significati affettivi profondi.
La musica per essere capita all’interno di questi processi che vengono toccati dalla
psicoanalisi, ha bisogno di fare un salto in dietro.
Il bambino, nelle sue primissime relazioni, dovrà costruirsi una classe di oggetti, che inizialmente saranno parziali e poi via via verranno integrati, ai quali dovrà dare una disposizione spazio-temporale dentro di sé, che metaforicamente chiamiamo mondo interno.
L’esperienza che il bambino fa durante la sua vita endouterina è completamente affidata alla sensoriaIità che darà la possibilità al feto di percepire i ritmi materni (cardiaci, respiratori, intestinali), i suoi propri ritmi e gli stimoli provenienti dall'ambiente esterno.Da questo nasce un’ interazione sensomotoria matemo-fetale che ha come caratteristica principale la costanza e la ritmicità.
Tali stimoli diventeranno "oggetti modello" per la formazione di un primo abbozzo di rappresentazioni e saranno per il feto un contenitore ideale per una crescita fisica e
mentale.
Il ritmo riveste un ruolo fondamentale sia nel mondo biologico e psichico sia in campo analitico, dove l'uscita da stati psicotici può passare, nei bambini, attraverso esperienze ritmiche con l'altro (Baruzzi, 1985).Quando un bambino nasce la voce della mamma sarà il primo strumento esterno a
sé capace di produrre suono e dare continuità all'esperienza musicale ritmica precedente. Sarà proprio questa voce a creare un involucro di sensazioni da cui deriverà la progressiva costruzione di un mondo interno differenziato da un mondo esterno.
L'esperienza di ognuno di noi mostra come le emozioni veicolate dalla voce di una madre che accompagna con tenerezza la poppata del suo bambino che la guarda, o quelle rassicuranti, prodotte dalla voce materna che lo accompagnano nel mondo dei sogni costituiscono un tipo di comunicazione preverbale totalmente affidata alla musica che diventa una delle forme fondanti le esperienze estetiche successive.
Questa esperienza si ricollega anche allo sviluppo del linguaggio in quanto la voce veicola suoni (fonemi) e significati (morfemi) e partecipa all’ organizzazione interna della parola.

Dr.ssa Mariachiara Pagone




                              Le basi dei disturbi alimentari


Il professor McConnell J. Nel 1953  fece degli esperimenti sulle planarie. Le Planarie sono vermi che posseggano, un sistema nervoso rudimentale.  Hanno cellule nervose con una strana caratteristica, sono tagliate a metà e  si riproducono in due nuovi individui, partendo dalla coda o dalla testa indifferentemente.Il Prof. McConnell fece un lavoro sistematico di condizionamento di questi vermi, li sottopose a stimoli luminosi seguiti da scariche elettriche che li facevano contrarre.
Dopo un centinaio di questi stimoli avvenne il condizionamento e  le planarie si contraevano al solo stimolo luminoso.A distanza di alcuni anni il professore tagliò a metà un gruppo di vermi condizionati e lasciò che si rigenerassero. Egli poté osservare che a conservare il condizionamento non erano solo le planarie rigenerate dalla testa ma anche quelle rigenerate dalla coda.   Ciò mostrò con evidenza che la memoria dello stimolo non era confinata nel rudimentale sistema nervoso.
Dopo tale scoperta l’esperimento continuò e il professor McConnell prese un gruppo di planarie, le condizionò al solito modo, poi le tagliò a fettine, dando da mangiare le fettine ad altre planarie non condizionate e scoprì che le nuove planarie rispondevano puntuali agli stimoli della lampada. Il risultato era che  la memoria era una cosa che si poteva mangiare, digerire e assimilare. E la si poteva trasferire da un corpo all’altro.È questa un’eccezione dei vermi o può riguardare anche i mammiferi? Si è possibile!Gli studiosi Frank Babich, Allan Jacobson, Suzanne Bubash e Ann Jacobson dell’università di Los Angeles, dopo avere insegnato a dei ratti a riconoscere il clic che apriva la mangiatoia, e a farli accorrere anche in assenza di cibo, ne estrassero il cervello, e dal cervello isolarono l’acido ribonucleico. Tale acido era poi re - iniettato nel peritoneo di altri topi non educati e i nuovi topi, grazie alla memoria di quelli defunti, dimostrarono di trovarsi condizionati al clic nel medesimo identico modo. Sottolineo come il primo atto di alimentazione coincide con l’inizio della nostra vita ontogenetica. Infatti lo spermatozoo durante il transito lungo le vie genitali femminili, incontra l’uovo, inizia la reazione acro somale in cui la membrana acrosomale e quella plasmatica dello spermatozoo si fondono, dando origine a pori che secernono enzimi litici, i quali digeriscono il cumulo ooforo e la zona pellucida dell’uovo.Si potrebbe dunque dire che la vita comincia con un processo digestivo!Possiamo osservare l’aspetto psicodinamico  del binomio mente-nutrizione seguendo un percorso cronologico, dai primi giorni di vita alla fine dello sviluppo psico-sessuale. Lo sviluppo psico-sessuale dell’essere umano si determina passando da uno stadio in cui mancano gli oggetti (oggi sappiamo che esistono gli oggetti interni già alla nascita, solo che questi vengono vissuti come estensioni del sé) in un altro in cui sono presenti per essere incorporati.Lo stadio senza oggetti è lo stadio del narcisimo primario, i suoi scopi sessuali sono autoerotici.
Il primo comportamento istintivo positivo nei confronti di un oggetto desiderato sta nel diminuire la distanza tra l’oggetto e il soggetto stesso e si conclude con l’inghiottirlo. .Il primo comportamento istintivo negativo nei confronti di un oggetto ritenuto minaccioso è quello di aumentare la distanza da esso e di sputarlo o comunque sia di espellerlo. L’oralità è la base di ogni incorporazione. Nel dialogo soggetto-oggetto, si rafforza l’ambivalenza, già presente durante la vita intrauterina, che Nicola Peluffo ha definito “dinamica del trattenere-espellere” . Il rapporto con il cibo diventa un linguaggio tra figlio e genitori. E’ necessario tenere in mente che il rapporto con l’oggetto è un  rapporto di sopravvivenza e l’allontanamento di quell’oggetto mette la persona in uno stato di angoscia per mancanza di nutrimento. Il cibo può assumere qualsiasi funzione simbolica. Il cibo assume valore di linguaggio inconscio. Se ci  soffermiamo al fenomeno di attaccamento ai piatti familiari, la stereotipia del menu, è una variante dell’attaccamento incestuoso non a caso esso  si snoda, quando le cose vanno bene, nella post-adolescenza, quando anche la gran parte dell’investimento libidico si è spostata su un membro esterno alla famiglia.Molto spesso, questi tentativi di individuazione-allontanamento sono inconsciamente ostacolati dalle madri: le riserve di cibo date ai figli sono come la dose gratuita data dallo spacciatore al cliente che tenta la disaffezione.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                 ELABORAZIONE DEL LUTTO

Quando la tempesta sarà finita,
probabilmente non saprai neanche tu
come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo.
Anzi, non sarai neanche sicuro sia finita per davvero.
Ma su un punto non c’è dubbio.
Ed è che tu, uscito da quel vento,
non sarai lo stesso che vi è entrato.

Kafka

L’esperienza del lutto porta ad affrontare e confrontarsi con emozioni e sensazioni negative, come dolore, tristezza e disperazione, rivolto a quanto accaduto. A volte questo dolore è così marcato che alcune persone per evitare di star male possono reagire fingendo che nulla sia accaduto, negando la realtà. Questo può portare un effetto contrario con un progressivo accumulo di tensione, questo determina l’aumento dell’angoscia e porta ad un elaborazione del lutto piuttosto tardiva.La normale manifestazione del lutto può acutizzarsi e trasformarsi in un lutto patologico.I sintomi possono essere apatia, indifferenza, insensibilità agli stimoli, questo può sfociare in sindromi ansioso- depressive. Il lutto è associabile alla morte di una persona cara ma tale esperienza può essere in realtà associata ad ogni perdita affettivamente significativa ( divorzio, perdita del lavoro, trasferimento, pensionamento o l’abbandono di un’attività sportiva). Tutte queste esperienze possono portare ad un processo di lutto e vanno ad elicitare dolore e angoscia.Il processo di elaborazione del lutto richiede tempo e aiuto per poter passare da un vissuto di perdita a un vissuto di integrazione di ciò che manca. Non tutti hanno
tempi rapidi di elaborazione. Non sempre tale esperienza è caratterizzata da atteggiamenti adattivi ma spesso tali atteggiamenti sono distruttivi. La consulenza psicologica e la psicoterapia durante un periodo di elaborazione di un lutto possono essere un supporto fondamentale di aiuto per le persone per affrontare la nuova condizione.I sentimenti del lutto sono molteplici e si mescolano tra loro. Si prova rabbia, rimpianto, vuoto e abbandono. Le situazioni che ci fanno provare questi sentimenti
possono riattivare ferite vecchie di abbandono legate ad esperienze traumatiche passate. Tutte le emozioni hanno la loro importanza. A volte si pensa che la cosa migliore da fare sia quella di accantonare le emozioni negative ma questo spesso porta ad una reazione contraria ed accresce lo stress. Il lutto complicato è quello in cui l’elaborazione viene interrotta, rallentata o cristallizzata per l’impossibilità di accettare il significato emotivo di perdita, questo può portare a forme patologiche. Il
lutto traumatico è quello che invece si instaura da un evento critico improvviso.L’elaborazione del lutto comporta un processo psicologico complesso di progressivo disinvestimento “libidico”, di distaccamento “dall’oggetto” .La psicoterapia nel momento dell’elaborazione del lutto è necessaria quando a causa del lutto una persona sperimenta una condizione di prostrazione psicofisica e si sente
sopraffatta dalla perdita così che le normali capacità di coping non sono sufficienti per raggiungere un adeguato livello di adattamento psicosociale.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



           ALFABETIZZAZIONE EMOTIVA E SCUOLA

Spesso nella scuola vengono trascurati gli aspetti emotivi del processo di sviluppo del bambino, questo a sostegno dello sviluppo cognitivo. Non si fa altro che eliminare il rapporto tra componente affettiva e cognitiva nel processo di apprendimento.L'atteggiamento dell'insegnante influisce sul bambino facilitando o ostacolando l’ azione conoscitiva.L'educazione affettiva, dovrebbe in realtà occupare nella scuola un ruolo importantissimo, avviando il bambino ad una più profonda conoscenza di sé, del suo mondo interiore.
Ma perché è così importante parlare di emozioni ai bambini piccoli?Le emozioni sono una componente indispensabile della nostra vita , ci guidano nella vita di tutti i giorni condizionando le nostre scelte, i nostri comportamenti, persino la nostra salute. Proprio sul rapporto mente corpo, recenti ricerche spiegano come le emozioni che non vengono mentalizzate vengono “scaricate” sul soma, con effetti quali mal di testa, febbre, gastrite, ciclo doloroso, pressione alta…E’ proprio da questo che diventa importante riconoscere le proprie emozioni proprie ed altrui.
La scuola diventa un luogo d’elezione per far apprendere al bambino il modo attraverso cui riconoscere ciò che sta accadendo in lui a livello emotivo, questo è necessario per rendere i bambini consapevoli e rispettosi.E’ utile lasciar sfogare il bambino parlandogli in modo da renderlo consapevole di ciò che sta provando.Quando una bambina è vivace e mostra una certa aggressività verso gli altri non bisognerà dire “Non fare così, mica sei un maschiaccio!”, piuttosto è necessario
cercare di capire cosa si cela dietro questa rabbia e troveremo il modo, anche tramite l’aiuto di un professionista, di darle quelle basi necessarie utili a controllare la sua emozione.È possibile, tramite un buon training emotivo, applicato a scuola e in famiglia fin dalla più tenera età, imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni, prevenendo così molti disturbi psicosomatici e psicologici come la bulimia, l’anoressia e disturbi ansiosi.

Dr.ssa Mariachiara Pagone




     Ri-definire i confini interni per potenziare quelli con l’esterno

“La pittura trasporta le cose nel loro corpo.E il loro corpo è meglio del loro nome. Può prestare un corpo a chi non ne ha.”J. Dubuffet
Le persone che hanno un disturbo autistico hanno una percezione diversa dagli altri.L’uso del corpo segue una logica soggettiva. Hanno movimenti stereotipati, la prensione ed il contatto con l’altro hanno caratteristiche incomprensibili.La pelle è un involucro che separa ma al contempo protegge l’ interno dall’esterno.Chi ha un autismo deve rafforzare tale confine, il confine deve diventare concreto.Il linguaggio verbale non è contenitivo.Entrare in contatto con una persona che non percepisce i confini e non filtra gli stimoli , quando lo fa tale selezione è del tutto personale.
L’arte terapia può contenere le esplosioni della persona autistica. Essa da la possibilità di far provare al soggetto emozioni con una bassa intensità, le rende tollerabili, piuttosto che far vivere emozioni forti che fanno perdere il controllo.Importante è non assecondare ma mettersi in gioco attraverso la propria presenza, attraverso la propria capacità di sentire “da dentro” come muoversi, al fine di
contenere l’onnipotenza autistica.Se le nostre azioni-reazioni sono caratterizzate da paura o ansia, forse è perchè queste stesse emozioni appartengono al nostro interlocutore. E’ necessario
controllarle, solo così potremmo creare un contatto.L’arte terapeuta dovrà essere accogliente, rispettoso, dovrà avere movimenti lenti, usare un linguaggio soprattutto non verbale. L’obiettivo è iniziare a giocare e sperimentare le diverse consistenze.Grazie all’arte terapia è possibile offrire alla persona con autismo un’altra possibilità di espressione, garantendo un contenimento simbolico. Tale contenimento sarà concreo e visibile, non dipenderà da altri ma solo da se stesso, il soggetto potrebbe
riuscire a limitare gli eccessi, le stereotipie e gli atteggiamenti aggressivi che pregiudicano i rapporti interpersonali.Potrebbe nascere un oggetto simbolico che la rappresenti, e che va a lenire l’ansia
della persona autistica.Durante lo spazio dell’arte terapia le parole d’ordine saranno:
saper aspettare, osservare, ascoltare, suggerire senza forzare ma semplicemente
facendo, il tutto riducendo al minimo le parole, soprattutto durante la fase creativa.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                  Religione e psicologia

Per Freud il fondatore della psicoanalisi, la religione era associabile ad un’illusione. Il credente smarriva attraverso di essa il senso della realtà, a vantaggio di fantasie psichiche, che potevano trasformarsi in un delirio collettivo.La psicoterapia dunque nasce come laica e, da allora, si è sempre tenuta alla larga dalle religioni. Oggi ci sono nuove tendenze ed in alcuni ambienti si sta
cercando di integrare l’approccio terapeutico ad aspetti spirituali .Il massimo esponente di queste teorie è Kenneth I. che recentemente è stato intervistato dall’APA su questi argomenti.Le persone infatti si rivolgono alla fede religiosa per cercarvi conforto e sostegno nei momenti difficili. Ci sono gruppi come persone anziane che si avvicinano alla religione perché la fede viene vista come forma di aiuto.Studi empirici hanno accertato che in presenza di calamità naturali, malattie, lutti,
divorzio la religione e la spiritualità si rilevano utili per fronteggiare problemi su cui si ha uno scarso controllo ed i propri mezzi non bastano per farvi fronte.Gli psicologi per molto hanno evitato di inserire religione e spiritualità nella pratica clinica ma ci sono diversi motivi scientificamente fondati per inserire la religione e la spiritualità nella clinica. Le ricerche ma anche la clinica mostrano come le persone hanno bisogno di poter parlare di questioni relative alla fede nel loro trattamento psicologico.Fondamentale è rispettare le persone e la loro fede.Indispensabile è tener da parte il giudizio. Bisogna sempre ricordare che la religione fa parte del patrimonio culturale del soggetto ed è costitutiva della sua persona.Oggi si stanno sviluppando una varietà di approcci spirituali integrati al
trattamento, tra cui: interventi di perdono, per aiutare le persone divorziate a maneggiare la loro amarezza e la loro rabbia; programmi per aiutare le vittime di abusi sessuali a superare i loro conflitti interni. Questi programmi sono ancora nelle loro prime fasi di sviluppo, ma i risultati preliminari sono promettenti.
La psicologia ha ormai cominciato a comprendere ed esplorare una serie di nuovi interessanti argomenti: meditazione, perdono, accettazione, gratitudine, speranza e amore. La ricerca su questi aspetti della vita ha iniziato a dare importanza vitale a intuizioni psicologiche e sociali, con implicazioni potenti per il cambiamento e la crescita umana.
Purtroppo, la grande maggioranza degli psicologi non riceve alcuna formazione in religione e spiritualità durante la formazione. Questo stato di cose dovrebbe cambiare, perché sarebbe utile acquisire le abilità per valutare e affrontare le questioni religiose e spirituali che si presentano durante il trattamento. Ecco che la psicoterapia può diventare momento di riflessione e condivisone di vissuti
spirituali profondi.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                         Solitudine e social

In questi giorni si è tenuto un convegno “I social media capirli meglio per usarli bene”-progetto Educazione SLOW - patrocinato dalla Regione Piemonte e del Dipartimento Politiche per la Famiglia nella città di Bra che mi ha vista come relatrice insieme ad altri professionisti e Forze dell’ordine. Insieme agli altri colleghi siamo entrati nelle scuola ed abbiamo colloquiato con studenti e successivamente con i genitori.Durante l’incontro con le classi si è affrontato il tema social specificando la loro bellezza ed i rischi celati.Si è parlato di come questi mezzi veicolino alle volte violenza, di come ci si riesce a nascondere attraverso essi, agendo forme di aggressione. Tale atteggiamento è spesso svalutato dai genitori che definiscono tali comportamenti delle “ragazzate” (dati ricerca CENCIS e POLIZIA POSTALE 2016 – fonte Articolo “LA STAMPA”).La riflessione fatta attraverso questo articolo “Solitudine e Social” nasce da una domanda di una studentessa: <ma se un ragazzo è timido, si sente isolato e non riesce ad integrarsi al gruppo cosa può fare?>. Questa domanda mi ha colpito a tal punto che non ho atteso il momento della tavola rotonda per rispondere ma l’ho fatto subito, non potevo rimandare con il silenzio.
La domanda, infatti, meritava una risposta immediata, altrimenti anch’io avrei rafforzato il concetto di solitudine.È così che è il tema ha fatto eco nel mio pensiero al punto di esplicitarlo meglio e
mettendolo in relazione ai social. Usiamo i social per colmare la nostra solitudine? Ma
cos’è la solitudine?L’essere umano nella sua esistenza prova forme diverse di solitudine.
La solitudine può essere ricercata come spazio introspettivo, può essere necessaria a sottolineare i momenti di separazione che segnano le tappe evolutive dei processi di crescita, ma ci sono anche stati psichici in cui la solitudine è sentita come impossibilità o incapacità di “stare con”. E’ questo un sentimento doloroso, in cui la percezione della solitudine si associa a stati interni di insoddisfazione, di tristezza, di ansia, di timore e può sfociare in disperazione.
Il senso di solitudine attraversa così, come sintomo doloroso, le due grandi aree della patologia psichica della paranoia e della depressione, assumendo connotazioni diverse.Tale percezione dolorosa non ha inevitabilmente una relazione con una solitudine reale; si tratta di un sentimento interiore e profondo.Il senso di solitudine come mancanza si accompagna spesso all’idea di vuoto.
Espressione che indica un sentimento di solitudine riguardante il nostro mondo interno. Mancano risorse interne.
Ci sono due modi di percepire la solitudine:
1) la “mancanza di aiuto”
concetto freudiano in cui viene esplicitato il sentimento di abbandono. Il modello è
quello del trauma della nascita. Esso spiega cosa può provare un neonato tirato
fuori dalla calda protezione dell’utero materno;
2) Il deserto degli affetti
il sentimento di solitudine nelle sue diverse sfumature, si caratterizza con
sentimento di indifferenza e aridità affettiva. In tale circostanza si vive il senso di
non essere amati e si avverte l’incapacità ad amare.Vorrei qui soffermarmi sul problema dell’autostima collegato al sentimento della propria identità. Da un punto di vista psicoanalitico il processo di formazione dell’identità si fonda in primo luogo sul meccanismo dell’identificazione, facendo tesoro delle nostre relazioni affettivamente significative con il mondo. Ecco che l’infanzia e l’adolescenza sono momenti cruciali per la costruzione dell’identità.Importante è prendere consapevolezza delle proprie emozioni. Questo è un elemento chiave al fine di maturare un’appagante vita sociale fondata sull’interscambio e sulla capacità empatica, in un rapporto che coinvolge più interlocutori.Cosa fanno i social?
I social network permettono di decidere come presentarci alle persone checompongono la rete (impression management) e di avere un ruolo centrale nella definizione e nella condivisione della nostra identità sociale.I social network permettono per la prima volta la creazione di reti sociali ibride –contemporaneamente costituite da legami virtuali e da legami reali – dando vita a un nuovo spazio sociale l’«interrealtà» molto più malleabile e dinamico delle reti sociali precedenti. A caratterizzare l’interrealtà è, la fusione di reti virtuali e di reti reali mediante lo scambio di informazioni tra di esse. Ciò permette di controllare e modificare l’esperienza sociale e l’identità sociale in maniera totalmente nuova.Questo avviene sempre anche se i soggetti coinvolti non lo vogliono o non ne sono
consapevoli.I Networks sociali "funzionano" mascherando le proprie debolezze, ansie, preoccupazioni, sbalzi d'umore e il proprio senso di disistima e soprattutto di solitudine. In tal modo le richieste di nuove amicizie risultano quasi un riempimento, una conferma e/o un rafforzamento della propria autostima. Bisogna ricordare ai giovani che le amicizie sui social non sono sempre reali. Il senso di vuoto non si riempie con l’amicizia virtuale ma con la costruzione di rapporti autentici ecco perché voglio rafforzare il concetto ringraziando voi ragazzi delle scuole medie “Dalla Chiesa” e superiori “Gandino –Giolitti” per aver accresciuto il mio pensiero e per averlo condiviso in modo autentico.

Dr.ssa Mariachiara Pagone




     Per combattere le paure infantili…l'arma migliore è la fantasia!

La paura non è altro che la nostra emozione di difesa, seppur alle volte dannosa essa è utile e necessaria per affrontare le difficoltà e capire la distinzione tra pericolo e tranquillità.
Questo quadro è amplificato nei bambini che si trovano ad affrontare la vita e le sue
esperienze per la prima volta. Ecco che tutto è colorato di novità ed è per questo
che incute timore.Fondamentale è imparare a gestire queste paure ed aiutare i bambini a capirle, è
necessario dunque esorcizzarle.Il metodo migliore per vincere le paure dei bambini è la fantasia, sembra un paradosso ma la paura nasce da una fantasia ma è proprio grazie all’immaginazione
che queste possono essere sconfitte.La fase magica è necessaria nella crescita dei bambini in quanto consente loro di darsi spiegazioni su fenomeni che ancora non riescono a comprendere. È l’adulto
che incoraggia questo atteggiamento lì dove non sa che rispondere.Alcuni studiosi hanno sottolineato come esista una sorta di correlazione tra la struttura delle favole e lo sviluppo psicologico del bambino. Tale correlazione è possibile riassumerla su alcuni punti:
a) nei racconti fantastici gli elementi interagiscono con gli altri. Tutto è concesso e
niente è proibito;
b) non esiste nei racconti ne uno spazio ne un tempo fisso, tutto segue una propria
logica. Ogni favola ha una sua legge;
c) Ci sono formule ripetitive come “vissero felici e contenti” che hanno l’obbiettivo di
dare sicurezza al bambino;
d) Il protagonista nonostante sia solo è aiutato da agenti esterni che intervengono in
suo supporto;
e) il debole ha la meglio sul prepotente tramite l'astuzia e l'impegno, questo insegna al
bambino a non mollare nelle sue battaglie.
Ecco perché diventa importante leggere con i bambini le favole, ed è fondamentale continuare a parlarne anche dopo aver concluso la lettura, questo per analizzare e comprendere meglio i protagonisti e le sue avventure. Cosa che si fa di rado è chiedere al bambino di inventare una favola, ma questo aspetto non deve essere affatto tralasciato.I genitori spesso si preoccupano di fronte alla comparsa dell’amico immaginario, ma questa esperienza non deve essere demonizzata perché è un valido aiuto per superare in maniera autonoma le proprie paure.Non sgridate il bambino che parla con il nulla, non toglietegli in piacere di dormire al sicuro con il suo peluche. Sono cose di cui ha bisogno per superare le proprie paure e trovare le sue certezze nei suoi tempi!!

Dr.ssa Mariachiara Pagone


Dall’attaccamento alla capacità di comprendere le emozioni negative del partner

Riuscire a comprendere le emozioni dell’altro in un rapporto di coppia è
fondamentale.
Questa capacità è utile per poter comunicare e per risolvere eventuali conflitti. Non
vedere le difficoltà del partner, o confonderle con altro, può portare ad una mancata sincronia nella coppia.Le emozioni negative seppur disturbanti e difficili da gestire, hanno una ricaduta
sociale positiva in quanto rivestono una capacità comunicativa.Le persone che ci conoscono bene capiscono se qualcosa non va, anche senza tante parole, quando si dice “mi basta uno sguardo per capirti”. L’altro può così avere la possibilità di muoversi sulla base del nostro stato emotivo.
Uno studio del 2015 di Overall et all., ha valutato se e in che misura l’ attaccamento dei soggetti potesse influire sulla loro capacità di percepire in modo corretto le emozioni del partner e sulla propria reazione a questa percezione, in termini di comportamenti ostili e di difesa.
L’attaccamento nelle relazioni intime è stato valutato attraverso l’analisi dell’evitamento e dell’ansia.
Le persone evitanti credono che il partner non sia affidabile emotivamente ed evitano di instaurare legami troppo stretti, annullando i propri bisogni di vicinanza.Per evitare di percepire la propria vulnerabilità queste persone tendono a sopprimere le loro emozioni negative. Chi è ansioso tenderà a cercare la vicinanza e l’accettazione del partner, ma nello stesso momento temono di poter essere da
queste respinte o abbandonate. Questi soggetti sono sensibili al rifiuto e vivono uno stress molto forte nel momento in cui ci sono delle difficoltà nelle relazioni intime, come ad esempio conflitti espliciti o la percezione di poco sostegno da parte del partner.
Queste persone hanno difficoltà a gestire in modo appropriato le loro emozioni e tendono ad avere un pensiero rimuginativo, amplificando l’effetto emotivo negativo.Lo studio di Overall ha considerato le dimensioni dell’evitamento e dell’ansia e le capacità di leggere le emozioni degli altri attraverso l’accuratezza nell’identificazione e la capacità di percepirne l’intensità .Si è cercato di rispondere con questo studio al fatto che punteggi alti di ansia o di evitamento nelle relazioni intime vanno ad influenzare la capacità di identificare lo stato emotivo del partner in termini di qualità e quantità?
Negli studi lo stato emotivo dichiarato da ciascun partner come proprio è stato utilizzato come parametro per valutare l’accuratezza nella percezione delle emozioni da parte dell’altro.I risultati degli studi hanno mostrato come le persone con alti livelli di evitamento nelle relazioni intime hanno riconosciuto correttamente le emozioni del partner, ma hanno mostrato una tendenza a sovrastimare l’intensità dell’emozione negativa.I livelli alti di ansia invece non hanno portato i soggetti ne ad essere accurati ne a percepire l’intensità emotiva del partner.
Ecco che sovrastimare le emozioni negative del partner potrebbe collocarsi in un’ottica di allarme. Questo può portare a vedere tali emozioni in modo più intenso di quello che sono realmente, questo può portare ad un’ escalation emotiva.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



     La percezione del dolore : tra il maschile e il femminile

La sofferenza fa parte dell’uomo ed il dolore appartiene ad ognuno di noi
sebbene lasci cicatrici più o meno profonde.
Esiste una marcata differenza tra dolore
maschile e femminile. A volte la sofferenza può essere una risorsa, infatti il mal di
vivere può essere uno strumento di conoscenza e di crescita.
Il termine sofferenza indica la condizione di malessere psicofisiologico che
l’organismo cerca di risolvere.
Le prime forme di dolore e sofferenza nascono da una più o meno capacità di
separarsi.
Prima o poi tutti dobbiamo abbandonare la protezione che il legame materno ci
offre. La realtà esterna essendo ricca di pericoli conduce al desiderio di tornare ad
una dimensione di protezione che è insita nell’essere umano. Lo staccarsi dal nido
non equivale a diventare individui autonomi. Si ha una differenza tra il femminile e il
maschile, infatti l’uomo si separa prima dalla madre rispetto alla donna. Per la donna
il distacco è molto più difficile perché il processo di identificazione con la madre è
molto più marcato. Ciò è anche un vantaggio perché il femminile apprende in
anticipo quanto sia importante la dimensione emotiva.
Nel femminile si ha una maggiore capacità di gestire e tollerare l’attesa che si
esprime sia nella riflessione-introspezione che nell’accettazione del dolore, mentre
per il maschile si contraddistingue come sinonimo di movimento e cambiamento. Per
l’uomo è difficile sostare nel dolore e reagisce a questo in modo pratico e risolutivo.
Le ragioni di tale differenza sono da rintracciare nella diversa permanenza all’interno
della simbiosi materna.
In passato le donne tendevano a “rinunciare” per la difendere la famiglia, con il
tempo però sentivano con il passar degli anni un senso di vuoto. Il sacrificio va a
causare lacune.
Le donne, affaticate, rimangono senza l’oggetto amato ed accudito, il figlio. La
conseguenza è che diventano incapaci a sostituire l’amore perduto e si trovavano così
sole e prive di significato.
Da uno studio emerge che il dolore psicologico, come ad esempio la sofferenza
provocata dal sentirsi soli e rifiutati dagli altri, coinvolge gli stessi meccanismi
cerebrali che elaborano il dolore fisico, ad essere interessata è la corteccia cingolata
anteriore (si attiva durante un dolore fisico). E’ un dato di fatto che una ferita
dell’anima provoca la stessa sofferenza di una ferita del corpo.
Le donne, liberandosi dell’inibizione imparano ad esprimere il loro male di vivere ed il
modo che hanno di esprimerlo è diverso da quello degli uomini.
È riconoscendolo che le donne si avvicinano alla psicologia come strumento d’aiuto.
L’uomo cerca altre soluzioni come i trattamenti farmacologici.
C’è chi non chiede aiuto per vergogna e per incapacità di comprendere la loro
sofferenza. Con gli anni stanno cambiando i costumi e gli assetti socio-culturali, i
giovani si allontanano più tardi da casa, le donne lottano per conciliare famiglia e
lavoro, senza dover rinunciare a nulla. Un tempo le donne si sentivano attanagliate
dal senso di colpa per non aver corrisposto al quadro normativo, ma oggi a vacillare
è il narcisismo. L’essere umano subisce mutazioni causate dall’insicurezza. Infatti
rispetto, indipendenza, sicurezza fisica ed economica non hanno portato alle donne
maggiore serenità e soddisfazione.
Ricerche evidenziano come la vita delle donne è migliorata negli ultimi 30 anni, ma la
misurazione del loro benessere soggettivo mostra che la loro felicità è diminuita
rispetto a quella degli uomini. La spiegazione non è facile. La società attuale ha
aumentato le aspettative verso le donne da renderle ancor più ansiose e
insoddisfatte.
Circa il 30% delle consultazioni in medicina generale sono di carattere emotivo e
dunque di pertinenza psicologica.
L’aspetto psicologico è intrinseco alla sofferenza.
Studi psicosomatici sottolineano che i diversi dolori non sono altro che messaggi
simbolici inconsci che il corpo cerca di trasmettere proprio grazie alla sofferenza di
una delle sue parti.
Il mal di testa, è un dolore che può rivelare una lotta interiore tra il mondo della
ragione e il mondo delle emozioni, tipico nelle persone che pensano molto.
Concludendo le persone devono, imparare a gestire il loro disagio. La questione del
genere sessuale nella sofferenza dovrebbe, diventare un punto di attenzione, per far
si che il dolore si trasformi da disperazione in risorsa.
E’ necessario ricordare che la paura di una persona di soffrire genera una sofferenza
maggiore di quella che la persona teme.
Ascoltare e sentire il dolore altrui riporta a sentire il proprio dolore . I dolori assopiti
si congelano portando l’essere umano a diventare sordo e cieco al dolore non solo
proprio ma anche altrui; ciò non è altro che un meccanismo di difesa attuato per
proteggersi da ciò che ci fa male.
Dire “ho paura, sono arrabbiato, sono felice” costituisce di per sé una possibilità in
più. Se queste emozioni vengono accettate, accolte, e non considerate come
minacciose, non ignorate, non sminuite, si potrà dare l’opportunità a quel bambino
interiore che c’è in tutti noi di crescere e diventare un adulto capace di vivere nel
mondo assieme alla sofferenza.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


           Oltre la consulenza tecnica, la consulenza psicoforense.

In Italia la psicologia è riconosciuta, nei suoi diversi ambiti, poco rispetto ai paesi
anglosassoni. L’ambito forense è uno di questi. In tal senso ci si sta battendo per
dare alla psicologia un’impronta scientifica eliminando l'idea che essa sia pura
interpretazione e soggettività, influenzata dal professionista.
Nell’ambito forense, grazie alle neuroscienze e la neuropsicologia, si sta tracciando
un metodo oggettivo, attendibile e valido, affinché le operazioni peritali possano
essere ripetibili e non modificabili.
I professionisti del settore legale spesso non sono a conoscenza che la
professionalità di uno psicologo, specializzato, possa esser utile nei procedimenti
civili e penali. La figura del professionista è vista solo per ciò che attiene alle
consulenze extraperitali o endoperitali. Sono invece rari coloro che conoscono le
consulenze PSICOforensi.
La Consulenza Psicoforense, conosciuta dagli anglosassoni come Trial Consultation,
in l'America è una realtà sempre più presente e in forte espansione .
La consulenza psicoforense non è altro che la collaborazione che unisce le
competenze della psicologia con quelle del diritto attraverso un lavoro di equipè e
di strategia indiretta e meno "rigida" della consulenza tecnica.

Nel panorama italiano è un'attività non ancora molto conosciuta.
La psicologia è già poco usata nelle consulenze tecniche, ma lo è ancor meno nelle
situazioni indirette.
Gulotta nel 1987 scrisse che la psicologia può essere vista "come altrettanti modelli
di concettualizzazione della condotta e di argomentazione sulla stessa", e come
strumento da offrire agli avvocati per orientare il proprio lavoro.
Le attività dei consulenti psicoforensi che possono essere d'aiuto agli avvocati,
magistrati e giudici possono essere tante.
Il professor e Avvocato Guglielmo Gulotta, uno dei massimi esponenti della
psicologia forense, è stato uno dei primi ad avvalersi delle consulenze psicoforense
nei suoi casi e molti di questi si sono conclusi con esito favorevole per la difesa
grazie anche ad un'accurata strategia difensiva nata dall'interazione con la
psicologia ed il diritto. La presenza dello psicologo può essere fondamentale e
d’aiuto anche nel hic et nunc del processo.

Dr.ssa Mariachiara Pagone

                                   Mio figlio… non mangia!!

La fame è un bisogno fisiologico dunque innato. Alimentarsi è invece un’abitudine
che nasce con l’esperienza, all’interno delle relazioni.

La convivialità legata al cibo esiste da sempre. Mangiare non vuol dire solo assumere
cibo ma sta a significare assumere le regole della convivialità, dell’unione e della
tradizione familiare.
Ma qual è la valenza simbolica dell’alimentazione?
Ci sono dinamiche che si attivano tra il bambino e la figura di accudimento al
momento del pasto. È in questo momento che filtrano sentimenti, emozioni e
credenze che contribuiscono a formare i modelli mentali del bambino, gli “occhiali”
attraverso i quali guarderà non solo se stesso ma anche il mondo che lo circonda.
Con il cibo il bambino comunica alcune cose, che a voce non è possibile esprimere. Il
comportamento alimentare dunque può fungere da simbolo o sintomo visibile per
comunicare altro e sostituire in tutto o in parte sentimenti ed emozioni (ad esempio
rabbie, aggressività, rifiuti, vergogne e desideri).
Ci sono persone che usano il cibo come sedativo. Placa in modo temporaneo
l'irrequietezza e attenua l'angoscia. Spesso i genitori usano il cibo con il fine di
tranquillizzare i propri figli.
E’ così che il cibo assume significati diversi da quelli relativi al soddisfacimento della
fame. A volte il cibo diventa l’unico canale di comunicazione affettiva.
L’atto di nutrire un bambino rappresenta un'importante forma di comunicazione tra
un figlio e i suoi genitori. Questo è un momento importantissimo per il suo sviluppo
futuro. Tale momento comunicativo può diventare difettoso nel momento in cui il
genitore va ad anticipare quelli che pensa essere i bisogni del figlio. Anticipare
impedisce realmente al piccolo di comprendere i suoi reali bisogni egli perde fiducia
verso quelle che sono le sue sensazioni ed esperienze.
Non possiamo dimenticare le caratteristiche caratteriali del bambino quando si
determinano problematiche alimentari, in queste situazioni è necessario che l’adulto
si soffermi a capire cosa sta accadendo. Non bisogna concentrarsi sul cibo in sé, ma
su tutto il ciò che è attorno al momento del pasto.
L’intervento educativo non deve usare il cibo come strumento, ma soffermarsi sulle
dinamiche che si strutturano insieme al pasto.
Bisogna riflettere sui vissuti, il cibo è simbolo di un materno, fonte primaria del
nutrimento. Prima forma d’amore del genitore verso il figlio, il nutrimento identifica
l’amore nella maggior parte dei bambini in età molto precoce. Dunque il rifiuto del
cibo può essere letto come una rivalsa verso il genitore.
L’adulto ha il compito di sottrarsi da questo “ricatto affettivo” facendo rinascere il
desiderio e il piacere della condivisione.
Pranzare a tavola tutti insieme non è solo un rito che dovrebbe essere recuperato ma
deve essere un modo per insegnare ai più piccoli come interagire con gli adulti.
La tavola è sinonimo di intimità, condividerla implica fiducia e complicità.
Vi lascio con questa citazione :
“Non si mangia mai da soli, si mangia sempre alla tavola dell’Altro.” (M. Recalcati)

Dr.ssa Mariachiara Pagone





                            Perché lo psicologo?

Spesso si sente dire “Gli psicologi non servono a nulla, se uno ha dei problemi
dovrebbe risolverseli da solo”.

Questo è sorprendente..perchè??
Beh questa risposta dovrebbe essere utilizzata per tutte le cose della nostra vita. Mi
spiego meglio, perché se ci si rompe l’auto andiamo da un meccanico? Potremmo
leggere qualche libro e farlo da noi, se ci si allaga casa perché chiamare l’idraulico,
potremmo farlo da soli?!
Se seguissimo questa modalità di pensare non esisterebbero professioni in quanto
ciascuno, potenzialmente è in grado di fare ogni cosa.
Personalmente tranquillizza il fatto che ci siano esperti che mi possano aiutare nelle
cose che non so fare. Sarebbe complesso se per ciascuna cosa che mi accade nella
vita dovrei contare solo su me stesso.
Purtroppo la disinformazione sulla professione dello psicologo è ampia e ricca di
pregiudizi. Questo ci inibisce nel chiedere aiuto quando si ha davvero bisogno.
Perché se abbiamo un dolore ad una gamba corriamo per medici per trovare la giusta
soluzione e se invece siamo costantemente tristi e demotivati o se diventiamo rigidi
nei nostri schemi mentali senza saperne uscire al punto da avere l’umore sempre
alterato (nei pochi esempi perché le problematiche psicologiche sono vaste) non
chiediamo l’aiuto di uno specialista?
Chiedere aiuto non è debolezza, i motivi possono essere i più svariati e nessuno è più
importante dell’altro, ricordo la soggettività delle cose. Quando qualcosa mi
impedisce di condurre una vita serena, di sentirmi bene con me stesso, poco importa
se il problema è banale agli occhi di altri: ciò che conta è ciò che riveste per me.
Esisterà sempre qualcuno che vedrà come futile ciò che vedo come un dramma.
Il problema vero è che questo modo di pensare impedirà a tante persone di chiedere
aiuto, quando invece ne avrebbero bisogno. L’errore è paragonarsi agli altri , la paura
di essere considerati deboli e la paura di guardarsi in modo più profondo.
Perché se il problema non è di tipo fisico, ci facciamo così tanti problemi a chiedere
aiuto?
Il problema sta nel significato che diamo alla prestazione fornita da un professionista.
Tutti sappiamo cosa fa un meccanico, un idraulico o un medico. Sappiamo quello che
ci vende e perché lo paghiamo.
Ma uno psicologo, cosa fa? A cosa serve? L’idea diffusa è che da uno psicologo si va
per sfogarsi, ci si sieda nel suo studio, per raccontare cosa ci affligge, mentre
quest’ultimo ascolta impassibile aggiungendo poco al nostro monologo.
La realtà è diversa.
Non sempre lo psicologo è in silenzio, è dotato di parola, ed interviene quando è
necessario, aiutando il paziente a focalizzarsi sugli aspetti importanti, guidandolo a
guardare le cose da altri punti di vista, utilizzando tecniche assenti in una normale
conversazione con un amico, o in una semplice confessione.
Quando un paziente entra nel mio studio, come prima cosa mi racconta cosa sta
accadendo, il motivo per cui sente di aver bisogno di aiuto, e qual è l’obiettivo che
vorrebbe raggiungere. Dopo di che comincia il lavoro vero e proprio, che utilizza il
dialogo, la conversazione, la parola come strumento principale.
All’interno di una seduta possono essere utilizzate molte altre tecniche che
permettono al soggetto di esplorare ciò che avviene dentro di sé, per comprendere,
accettare, risolvere quello che sta vivendo. Ogni seduta, può essere legata a quella
successiva, come può esserne totalmente slegata. Ogni seduta è un continuum, in
grado di spingere il paziente a risolvere i problemi che lo hanno fatto giungere in
terapia, spesso aprendo nuovi orizzonti.
Non è raro che il problema portato sia solo l’aspetto evidente e lavorare su questo
spalanca tutt’altro scenario.
Alla fine del percorso, il soggetto non si è limitato a parlare, sfogandosi ma ha
lavorato su di sé, sulle proprie problematiche, scavando fino alle radici, scoprendo
nuovi aspetti di sé, dando un significato a problematiche che un semplice sfogo non
avrebbe permesso.
Può imparare a non ripetere alcuni comportamenti ricorrenti, comprendendo il
perché di certi schemi e cosa nascondono. Arrivando ad accettarsi e ad accettare
parti del passato che influenzano il presente.
Sfogarsi serve per sentirsi meglio ma non serve a risolvere il problema.
Da uno psicologo si lavora su se stessi, magari per un benessere più tardivo, ma
sicuramente a lungo termine.
Ha senso aspettare che il cigolio che avvertiamo ogni giorno si trasformi in un
frastuono, fino a vedere un giorno la nostra macchina fermarsi in panne in una strada
sperduta? Non conviene forse prendere le cose per tempo portando la nostra
autovettura alla più vicina autofficina, alla prima avvisaglia di malfunzionamento?
Buona riflessione !!!

Dott.ssa Mariachiara Pagone


                                        Cinema e psicologia

I film sono come la poesia, arte dell'illusione,
con uno specchio adatto, di una pozzanghera si fa un oceano

(Josè Saramago, 1984)
L'opera filmica ha caratteristiche intrinseche comuni a tematiche psicologiche/
psicoanalitiche.
Pensiamo subito alla sala cinematografica, essa ha caratteristiche molto simili alla
situazione onirica, pensiamo alla luce spenta, al silenzio e alla sospensione temporale
durante la visione.
Il cinema è una produzione artistica, culturale e storica mentre la psicologia è la
scienza che studia i meccanismi mentali ed affettivi. Tra le due vi è un
“innamoramento”. Il cinema non fa altro che mettere in scena ciò che la psicologia
studia.
Sin da sempre l’arte è la categoria a cui il cinema appartiene, essa ha tra le sue
funzioni quella di purificare l’animo dalle emozioni, e di far riemergere la memoria.
Il film non può e non deve essere riferito verbalmente, ma, rifacendoci alle
teorizzazioni di Winnicott bisognerebbe viverlo in modo creativo, al punto di poterne
fare esperienza.
L'intensità emotiva che colora la percezione, dipende da come l’esibizione del
mondo si incontra con le rappresentazioni mentali di chi osserva e di come il
frammento visivo va a smuovere i bisogni profondi dell’osservatore.
Attualmente la psicofisiologia della percezione cinematografica è aperta a molte
ricerche. Si stanno studiando i neuroni che si attivano nelle fasi di movimento degli
stimoli visivi, fino a registrare i movimenti oculari dello spettatore. Ricordo un libro
per chi lo voglia leggere “Lo schermo Empatico” di Gallese Vittorio e Guerra Michele.
Il film diventa così per i ricercatori uno strumento scientifico per studiare la mente
umana.
Tornando alla rappresentazione cinematografica temporo-spaziale, colloca lo
spettatore in un mondo immaginario. Il linguaggio cinematografico ( inquadrature,
colore, montaggio ecc) ha cambiato nel tempo le abilità percettive dello spettatore.
Il contesto socio-culturale si trasforma e allo stesso modo trasforma l’osservatore e le
sue funzioni cerebrali. Tali osservazioni arrivano da ricerche di A. Lurja e S. Vygotskij.
Con l’avvento del sonoro matura il potere narrativo. Il cinema moderno dal
dopoguerra agli anni 80, propone tematiche che portano alla consapevolezza,
mentre il cinema contemporaneo porta all’esaltazione della sensorialità, il film mira a
colpire e ad impressionare.
Musatti arrivò a descrivere il fenomeno degli “attacchi d’angoscia cinematografica”.
L’angoscia può essere data da conflitti inconsci. Il soggetto toccato dalla paura
apparentemente immotivata teme di poter morire o di impazzire. Chi soffre di questi
disturbi durante una proiezione cinematografica li avverte con maggior intensità.
Vorrei sottolineare come durante la visione di un film ci sono due meccanismi
fondamentali che agiscono sul soggetto:
- la Proiezione: processo in cui attribuiamo all’attore, nostre idee e pensieri,
- l’Identificazione: attraverso la quale lo spettatore fa suoi i sentimenti del
protagonista.
Questi meccanismi psicodinamici hanno effetti diversi sul pubblico quali:
- la catarsi: parola greca che significa "purificazione". In psicoterapia, tale metodo
ha un effetto di "purificazione" attraverso una scarica, o abreazione, degli affetti
patogeni;
- la suggestione: processo attraverso il quale un soggetto viene influenzato al
punto da accettare idee e credenze altrui.
Con l'attenzione rivolta sullo schermo, grazie a processi psichici e fisiologici, lo
spettatore si trova in una situazione di "rilassamento para-onirico"; simile al sogno.
I film che attirano il pubblico sono, sopratutto, quelli in cui compaiono fattori nascosti
che agiscono negli strati profondi della nostra mente. Fattori che non possiamo o non
vogliamo soddisfare nella vita reale, ma a cui non possiamo fare a meno.
Il film, nei suoi limiti, fa si che il soggetto possa appagare, in forma innocua, quegli
impulsi che la coscienza considera proibiti. Sono, infatti, gli elementi della vita
istintuale ad essere mobilitati dal film. Questo spiega il perché nella produzione
cinematografica i temi dell'erotismo e della violenza hanno un spazio più ampio,
perché nonostante tutto sono le nostre pulsioni fondamentali che ci toccano in
modo profondo anche se non vogliamo riconoscerlo ed accettarlo.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                 Le paure dei bambini

Tra le emozioni primarie vi è la paura, la quale svolge una funzione autoprotettiva necessaria per la crescita del bambino. Tale emozione permette al soggetto di attivare reazioni necessarie per difendersi da possibili pericoli provenienti dall’ambiente esterno.Permette di reagire rapidamente nelle situazioni di pericolo, determinando reazioni difensive per tutelare la vita e contribuisce allo sviluppo umano. Si ha idea diffusa che le paure debbano essere evitate, ma abbracciarle è il modo ottimale per gestirle.
La reazione alla paura è frutto del sistema neuro-vegetativo: le mani sudano, il battito cardiaco aumenta così anche il respiro; si modifica la circolazione sanguigna, causando rossore o pallore e si ha contrazione muscolare. Il tutto è associato ad un’ inquietudine interiore. Le paure nascono da stimoli sia esterni che interni.
Lazarus nel 1984, spiega come la valutazione cognitiva precede ogni reazione affettiva. Importante è sottolineare come le emozioni nascono soprattutto dalle credenze e non dalla realtà.Le paure possono avere origine nell’infanzia ma possono trasformarsi ed essere superate.Bisogna attentamente distinguere la paura dall’ansia. Quest’ultima è una forma di paura, è il protrarsi di un disagio emotivo che ci mantiene vigili. Essa è caratterizzata dal prevedere una minaccia, come se l’oggetto della paura anticipasse il pericolo. Quando si prova paura dinanzi ad uno stimolo reale, l’ansia è una forma
di attesa verso l’indefinito.
Si può dunque affermare che le paure dei più piccoli sono infinite. Ci sono poi quelle paure tipiche dell’età evolutiva, tra queste c’è quella della separazione, del buio, della morte, dell’abbandono, dei fantasmi, dei mostri, del dottore, ecc.Alcune sorgono nel momento in cui il bambino si immedesima nelle preoccupazioni dei genitori. Di fronte alla visione di un fatto che può generare paura, importante è la reazione degli stessi genitori: i bambini percepiscono ciò che gli adulti provano, si
ha il cosiddetto contagio emotivo, ovvero se i genitori si spaventano, il bambino sarà molto più spaventato. Importante dunque è minimizzare l’accaduto questo gli permetterà di vedere il tutto dalla giusta prospettiva.Le paure dei bambini svaniscono quando vengono manifestate liberamente ma se
nascoste potrebbero acutizzarsi.Nei momenti di paura importante è avvertire la vicinanza dei genitori. Nel momentoin cui le parole non bastano il linguaggio del corpo diventa fondamentale. Bowlby
sottolineava come il prendere in braccio il proprio piccolo che piange è la risposta più adeguata, da parte della madre di fronte un segnale di disagio del bambino.
Oltre alle primissime paure abbandoniche e di separazione, intorno al terzo anno di vita, i bambini hanno bisogno di essere aiutati ad affrontare paure nuove, come la paura del buio, la presenza dei mostri sotto al letto. La Segal nel 1985 scrisse di una bimba di venti mesi che strillava spaventata davanti ad una scarpa con la suola staccata, quindici mesi dopo fu in grado di riferire alla madre con una voce tremolante: “Dove sono le tue scarpe rotte, mamma?”. Quest’ ultima rispose di averle buttate via così la bimba commentò: “Per fortuna! Avrebbero potuto mangiarmi da un momento all’altro” .Queste paure sono uno dei motivi che spingono il bambino a voler dormire con i
genitori.
Altra paura comune è quella legata alla morte. Il piccolo non possiede ancora la nozione di morte irreversibile, ciò che potrebbe farlo soffrire non è la morte in sé ma la separazione.Il silenzio può alimentare le paure in quanto produttore di fantasie. Il bambino si crea nel silenzio la sua versione dei fatti.Come aiutare i più piccoli a elaborare le loro paure?
Quando si mostrano eccessivamente spaventati potrebbe essere utile aiutarli a verbalizzare le loro paure. Quando non sono in grado di verbalizzare in modo chiarole loro emozioni, importante è sollecitarli in altro modo ad esempio disegnandole o viverle attraverso un gioco.
Fondamentale è mostrare empatia verso le loro paure anche se non reali .
Ricordiamo che se sminuiamo le loro paure banali, non saremo neppure pronti a
condividere i timori più profondi.
Vi lascio con questa citazione:
“Nessuno è disposto ad aprire il proprio cuore se non si è certi che l’altro è in
ascolto”. L.J. Cohen, 2005

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                                  Allucinazioni

Uno dei temi che da sempre mi affascina è quello delle allucinazioni.Le allucinazioni sono percezioni sensoriali immaginarie, ovvero percezioni senza oggetto! Devono essere distinte dalle illusioni, in quanto in esse lo stimolo esterno è reale ma viene percepito in modo erroneo.La persona non sempre può rendersi conto se sta avendo un’allucinazione.Alcuni si accorgono che stanno avendo un’ esperienza sensoriale distorta, altri invece sono convinti che l’ origine dell’esperienza sensoriale abbia una sua realtà e non sia il prodotto della mente.
Le allucinazioni sono di tipo:
 Gustativo e olfattivo: percezione alterata del gusto e/o dell’olfatto. La percezione
è nella maggioranza dei casi di tipo sgradevole;
 Somatico: percezioni fisiche di tipo alterato localizzate all’interno del corpo;
 Tattile: il soggetto ha sensazioni come il sentirsi toccato ad esempio o la
sensazione che qualcosa sia sulla pelle;
 Uditivo: percezione di suoni inesistenti, più comunemente voci;
 Visivo: il soggetto vede immagini strutturate (persone, animali ecc.) o non
strutturate (fasci di luce) non esistenti.
Le più comuni sono le allucinazioni uditive, che si manifestano in modi differenti. Forme più comuni sono: il sentire l’eco dei propri pensieri, voci maschili o femminili che discutono, voci che commentano, suggeriscono, criticano, ordinano, minacciano in modo imperativo. Solitamente si rivolgono al soggetto in terza persona.Il soggetto costruisce idee deliranti di trasmissione e di controllo del proprio pensiero.Per quanto riguarda invece la allucinazioni visive possiamo aggiungere
attraverso uno studio recente, che il nostro cervello va a interpretare il mondo con conoscenze pregresse, questo ci permette di costruire rapidamente una visione integrata dell’ambiente. Il cervello non fa altro che inventare quello che vediamo riempiendo i vuoti, ignorando ciò che non è idoneo. Questa attitudine del cervello da origine alla formazione delle allucinazioni, sintomi tipici dello stato psicotico. In uno studio su “ Proceedings of National Academy of Sciences” i ricercatori hanno
scoperto che i soggetti ai primissimi stadi della psicosi sono predisposti a interpretare figure in bianco e nero una volta viste alcune a colori. Questo stesso test fatto a persone sane ha mostrato come la tendenza psicotica sottosoglia, come lievi alterazioni della percezione, è associata a maggiori inclinazioni nel fare affidamento a conoscenze pregresse. Secondo questa ricerca i primi sintomi di
psicosi non evidenziano dunque malfunzionamenti del cervello ma una modalità normale di dare senso a dati ambigui.
Amo molto Oliver Sacks che ha scritto sull’argomento, così vi lascio un link per
leggere una sua intervista molto interessante sull’argomento:
https://www.ted.com/talks/oliver_sacks_what_hallucination_reveals_about_our_minds/transcript?language=it.
Buona lettura !!

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                        L’importanza del con-tatto

Il tatto è uno degli organi di senso che utilizziamo per avvicinarci ed entrare in contatto con le situazioni che incontriamo nella nostra vita.Il dr. G. Stanghellini lo definisce “ un dispositivo che ci orienta nel mondo delle relazioni sociali. Infatti, definiamo “tatto” quella sensibilità e finezza con cui gestire le situazioni, quella capacità di muoversi in esse con immediatezza e spontaneità che costituisce il requisito fondamentale per entrare in rapporto con gli altri”.
Il senso del tatto si sviluppa precocemente, quando il soggetto è ancora nel ventre materno.
È proprio l’utero la principale stimolazione che giunge all’embrione. Si ha infatti un continuo e rilassato idromassaggio nel liquido amniotico, che non si arresta mai, neanche quando la mamma dorme, infatti la sua respirazione lenta e ritmica va a cullare il piccolo dolcemente.Il feto vi entra sempre più in contatto, contatto che diventa sempre più importante ed intenso fin al momento del parto. Questo è uno dei motivi per cui accarezzare il pancione durante la gravidanza da parte dei genitori è estremamente comunicativo per il piccolo, che riceve un dolce massaggio.
Il contatto è importante anche nell’accompagnare le fasi dello sviluppo emotivoaffettivo
del bambino.Al momento della nascita il bisogno di sicurezza e protezione del bambino lo indurrà
a ricercare il contatto pelle a pelle con la mamma. Questa vicinanza lo tranquillizzerà. Il piccolo è come se cercasse un prolungamento della vita intrauterina. Il neonato, sin da subito ama essere toccato, accarezzato dai genitori. Fondamentale è prendere in braccio il piccolo, stringerlo, cullarlo e
coccolarlo per farlo sentire al sicuro e amato.
Un modo per stimolare il tatto del bambino da parte dei genitori è quello di sfiorarlo e massaggiarlo. Un’occasione ottimale è il momento del bagnetto. Con la crescita, il tatto diventa per il bambino anche un importante strumento per conoscere ed esplorare sè stesso e il mondo che lo circonda.
Il tatto è uno dei sensi più importanti e sviluppati nei neonati. E’ grazie al tatto che il piccolo entra in relazione con la madre e il padre, impara a conosce sè stesso e il mondo. È il primo mezzo di comunicazione in attesa di imparare a comunicare con altri canali: lo sguardo, il sorriso, la parola e il riconoscimento sociale.Si può così affermare che la stimolazione tattile è necessaria per la salute fisica e psichica delle persone di ogni et .a necessit di conta o epidermico resta un bisogno costante anche uando si diventa adulti. Vogliamo forse dimenticare quanto per noi adulti è importante
l’abbraccio e la carezza??? Sulla nostra pelle restano i ricordi ancestrali più emotivi.
Non dimenticate che il corpo è la nostra prima fonte di memoria!!

Dr.ssa Mariachiara Pagone




            La peggior paura ..la solitudine: “Il piccolo principe”

Cos’è una favola?
Il termine italiano «favola» deriva dal termine latino "fabula", raccontare. In origine indicava
una narrazione di fatti inventati. La favola ha pertanto la stessa etimologia della "fiaba". Sebbene
favole e fiabe abbiano molti punti che le legano, i due generi letterari sono diversi: -i personaggi e gli ambienti delle fiabe (orchi, fate, folletti) sono fantastici, mentre quelli delle favole (animali con il linguaggio, i comportamenti e i difetti degli uomini) sono realistici.- la favola è accompagnata da una "morale", ossia un insegnamento relativo a un principio etico o un comportamento, che spesso è formulato esplicitamente alla fine della narrazione; la morale nelle fiabe in genere è sottintesa e non centrale ai fini della narrazione.Tra le favole una delle più emozionanti, a mio avviso, è il piccolo principe di Antone De Saint-Exupéry che in questi giorni ho riapprezzato nella lettura.
È un magico e piccolo trattato di psicologia umana un viaggio sotto forma di favola in una realtà
immaginaria vera più del reale.La forza di quest’opera è la capacità di colmare le lacune linguistiche degli adulti sfruttando il linguaggio dei bambini , attraverso il quale si può coglie l’essenza di ciò che le parole non possono esprimere.“Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero: “Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?” Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante.Affinché vedessero chiaramente che cos’era, disegnai l’interno del boa. Bisogna sempre
spiegargliele le cose, ai grandi.” È così che inizia il piccolo principe…
Il poeta inizia dedicando la fiaba ad un adulto, per motivi di amicizia, e perché gli adulti ne hanno
bisogno; ma poi “ per farsi perdonare dai bambini” corregge la dedica in questo modo: “ Leone
Werth, quando era un bambino”. Da questa dedica trapela il tema principale del racconto, la
necessità di legare l'adulto e il bambino, che coesistono in ognuno di noi, non sono altro che due
lati di una unica struttura psichica che non posso esse tenuti separati.Un altro tema possiamo annunciarlo così “mi piacciono tanto i tramonti. Andiamo a vedere un
tramonto…” .L’uomo è un’animale sociale, difficile è vivere soli soprattutto da piccoli. La diade, composta da madre e bambino è il luogo principale nel quale si sviluppa non solo fisicamente ma anche mentalmente il bambino. I genitori accudiscono fino al debutto nella collettività. La paura più
grande nei bambini e mascherata tra i giovani e gli adulti è la solitudine. Anche il Piccolo Principe
teme la solitudine, ma l’affronta. Prima di partire deve lasciare la sua rosa. La stessa paura l’assale
sulla terra , nel deserto: convinto di incontrare gli uomini. È qui che il serpente emette la sentenza
sulla quale bisogna soffermarci a riflettere “ si è soli anche con gli uomini”. In tutto il libro
compaiono riferimenti si, all’amicizia, ma anche alla solitudine, alla tristezza e alla paura, quasi a
sottolineare che nella vita, nonostante le belle esperienze, ci sono eventi duri da accettare, come
la separazione, il distacco e la morte.
Spitz sostiene che già intorno agli otto mesi emerge il sentimento d’angoscia attribuito al bambino
quando il caregiver si allontana dal suo campo visivo. Noi psicologi siamo unanimi nel sostenere la
positività della presenza di tale atteggiamento: significa che il bambino ha istaurato una relazione
ciò che Bowlby chiama “attaccamento”. Ecco il risvolto della medaglia : il sentimento angosciante
della solitudine indica che siamo consapevoli di come arricchisca la relazione con l’altro. Ecco che
bisogna soffermarsi sulla positività di questo e da lì ricostruire la relazione deficitaria.
Il sentimento d’abbandono si manifesta ad esempio con la paura del buio, ma si manifesta anche a
livello inconscio nelle paure mai ammesse come l’ assumere comportamenti regressivi, possiamo
vederli quando nasce un fratellino ad esempio. Nell’adolescenza il timore della solitudine diventa
predominante. Vede la sua unicità che spesso è controcorrente. Ciò lo avvicina al timore di restar
solo, di essere rifiutato dai coetanei.
Il messaggio del Piccolo Principe è quello che voglio sottolineare, un messaggio positivo: agire in
solitudine è necessario e difficile, ma siamo una parte del tutto ciò che incontriamo, gli altri
lasciano in noi delle tracce, quindi non siamo mai soli.
Dopo la morte del Piccolo Principe, all’avviatore restano cinquecento milioni di stelle che ridono e
che non lo lasceranno mai.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                        L’immaginazione

Secondo un punto di vista psicologico, la capacità di “vedere” specifiche realtà è stata studiata da Galton dalla prima metà dell’800, egli ha messo in risalto il carattere individuale di tale esperienza. Ha descritto come le persone svolgano i calcoli mentali visualizzando i numeri, attribuendo forme e colori, piuttosto che vederle come entità simboliche. Le immagini mentali sono utili per risolvere alcuni problemi attraverso la visualizzazione.
L'immaginazione non è utile solo per ipotizzare soluzioni, ma anche per delineare scenari fantastici senza alcuna regola reale.Il fantasticare, in psicoanalisi è sempre stato considerato un “mezzo per non
affrontare o risolvere problemi esterni e/o come modo di esprimere e soddisfare i propri sentimenti e desideri” - Lingiardi 1994.Ciò che Freud chiamava “sognare ad occhi aperti” altro non è che un ristoro affettivo presente in ciascuno di noi. E’ una possibilità regressiva che può rischiare
di diventare psicologicamente pericolosa se trasformata in un meccanismo difensivo cronicizzato.
Jung ha guardato la fantasia operando una distinzione tra fantasia psicanalitica e immaginazione.
La prima, è un “pensiero senza sostanza” che tende a giocare con oggetti dellafantasia; mentre l’immaginazione vera e propria tenta di“comprendere i fatti interni e di rappresentarli con immagini fedeli alla loro natura”.Jung afferma che ogni realtà psichica esiste prima sotto forma di immagini, di
pensiero immaginale, e solo poi nella realtà esterna. “I bambini non sono recettivi nei confronti di cose che non li toccano direttamente. Recepiscono ciò che li tocca in prima persona. Lasciano semplicemente da parte un gran numero di immagini che non li riguardano, che non hanno nulla da offrire. Per questo le fiabe sono importanti, perché i bambini possono trovare rappresentazioni di contenuti già presenti in loro. La strega, per esempio, esprime un dato psichico ben preciso”.
L’uomo non viene al mondo come una tabula rasa, ma attraverso una struttura psichica che gli permette di percepire e di rappresentarsi la realtà esterna: l’inconscio collettivo è infatti “un patrimonio ereditario di possibilità rappresentative non individuali, ma comune a tutti gli uomini” .
Le immagini contribuiscono a comprendere la realtà.Ma qual è il ruolo delle immagini nell’ adulto?
E’ necessario soffermarsi sul ruolo dei sogni come espressione dell’inconscio. Le immagini cercano il contatto con la coscienza per poter ampliare la consapevolezza di sé e della realtà esterna.
Un rapporto diretto tra coscienza e immagini psichiche permette alla personalità di trovare una maggiore stabilità, la psiche cerca di raggiungere una condizione di migliore equilibrio
.
Nel nostro mondo immaginativo è implicita la possibilità di autocorrezione verso se stessi e verso la realtà, è proprio questa capacità di rappresentazione immaginativa a rendere l’uomo specificatamente uomo.
Dunque……Immaginiamo!!!

Dr.ssa Mariachiara Pagone


             Tollerare la separazione e l’oggetto transizionale

Molti genitori avranno sicuramente assistito almeno una volta, alle crisi dei loro cuccioli, quando all’uscita da casa non si trovava il loro orsacchiotto, copertina, peluche, o qualsiasi altro oggetto al quale loro sono particolarmente attaccati..Ma perché la protesta è così forte? Prima di rispondere voglio fare un accenno al periodo dello sviluppo in cui si trova il bambino.
Prima dei sei mesi il bambino non ha la capacità di distinguere tra sé e l’altro; si trova in uno stato di fusione che supererà gradualmente grazie ad un rispecchiamento con la figura materna. Intorno alla fine del primo anno, il bambino si rende conto che la mamma non è più un suo dominio incondizionato, ma ha una sua esistenza, l'emergere della reazione alla separazione, ci mostra che il bambino ha stabilito dentro di sé una rappresentazione stabile della figura materna, egli può evocare il suo ricordo anche durante l’assenza.E' qui che entra in scena sia lo spazio e che l'oggetto transizionale descritto da Winnicott. Lo spazio transizionale rappresenta ciò che separa in modo simbolico il bambino dalla madre, è in quest'area simbolica, ma allo stesso tempo reale che il bambino utilizza l'oggetto transizionale per alleviare l'angoscia e per scoprire una nuova relazione affettuosa con un altro diverso da sé.L'oggetto si impregna di odori fino a diventare sporco e con un cattivo odore, ma genitori non lavatelo!!!!
Verrà messo via dal bambino nel momento in cui non servirà più per lo scopo con il quale era stato “creato”. Esso non sparirà ma potrà ricomparire durante periodi in cui il bambino sente la solitudine o la paura.Ci sono bambini che non hanno un oggetto transazionale? Sì, sono quei bambini troppo accuditi, dove spesso la madre stessa è un oggetto transizionale o quelli lasciati in modo eccessivo soli a se stessi.In tutte e due le situazioni si può andare incontro ad uno sviluppo psico-emotivo ed affettivo disturbato.L'oggetto transizionale permette dunque al bambino di imparare a tollerare la lontananza del genitore. Il processo si fonda sul senso di continuità e sul riconoscimento che la non presenza non equivale alla sottrazione dell'affetto.È il senso di continuità sperimentata dal bambino, accompagnata dalla sicurezza trasmessa da genitori “sufficientemente buoni” a garantire la formazione di un’Io forte e di un’identità stabile.

Dr.ssa Mariachiara Pagone

                                    Atemporalità

“Pensate che il passato, solo perché è già stato, sia compiuto ed immutabile?
ah no! Il suo abito è fatto di taffettà cangiante, e ogni volta che ci voltiamo a
guardarlo lo vediamo con colori diversi”
Kundera M.
Il tempo è una dimensione silenziosa. I bambini hanno una consapevolezza diversa
del tempo, per loro è dilatato. Nell’adolescenza si struttura una nuova scoperta, “la
finitezza del tempo”. Lo scorrere del tempo implica con se il concetto di finitezza
della vita.
La visone moderna del tempo ha oltre alla finitezza, la caratteristica del
mutamento. Il cambiamento è ciò che assume rilevanza . L’individualità assume
potere se considerato nella sua irreversibilità. Ogni individuo non è uguale all’ altro
e nessuno può vivere la vita di qualcun altro .
Così come si ha l’oggettività, seppur soggettiva, allo stesso modo esiste
un’atemporalità dell’inconscio. Tale atemporalità dell’inconscio venne descritta da
Freud. Per Freud i sogni ne sono la prova, scrive “Poiché è dal passato che deriva il
sogno, in ogni senso. E’ vero, anche l’antica credenza che il sogno ci porta certo
verso il futuro. Ma questo futuro, considerato dal sognatore come presente, è
modellato dal desiderio indistruttibile a immagine del passato “(1899).
Tutto esiste contemporaneamente all’interno del sogno. Tutto in esso è possibile.
Freud sottolinea come l’aspetto fondante dell’inconscio, sia proprio l’atemporalità
che va a contrapporsi alla linearità del tempo che caratterizza il principio di realtà.
L’uomo per Freud funziona seguendo da una parte il tempo lineare associato al
principio di realtà e dall’altra parte vi è l’atemporalità del principio del piacere.
Questi due aspetti possono coesistere armoniosamente.
L’armonia tra tempi da accesso ad una visione multidimensionale che espande la
creatività, viaggiando nel tempo passato, sfiorando il presente e idealizzando il
futuro.
Il problema si determina nel momento in cui l’atemporalità soffoca il
riconoscimento del tempo reale. Anche l’impossessarsi di un solo tempo biologico
incide e toglie valore all’esperienza di vita, si determinerebbe un concretismo
inibitorio che destruttura l’esperienza creativa.
Nell’uomo si ha un continuo spostamento temporale dei processi psichici. Il ritorno
del passato si ha nell’universo psichico del nevrotico che si determina nella coazione
a ripetere il proprio dramma personale per il bisogno impellente di risolvere i
traumi. Tale atemporalità diventa patologica quando si ha una risposta non
adeguata alla scarsa elaborazione di un trauma nevrotico con conseguente
rimozione. L’evento rimosso si può trasformare così in sintomo. Ma disfunzionale è
anche restare nell’atemporalità dove impulsi e desideri rimangono perennemente
attivi.
Quando il tempo entra nella sofferenza psichica?
La distorsione della percezione del tempo è un problema comune a molte tipologie
di pazienti: alcuni vivono in un tempo soggettivo disconoscendo il tempo biologico,
altri sono talmente attaccati al tempo reale da annullare la creatività.
Nella relazione terapeutica fondamentale è tener presente come il paziente
percepisce il tempo. Il depresso congela il tempo in un presente senza speranza, il
maniacale imprime una apparente velocità statica, il lutto produce fissità e
ripetizione, il nevrotico ossessivo produce rituali che annullano il tempo.
Il setting analitico non è altro che un contenitore temporale che dà un ritmo sia
degli incontri che della separazione, è come se fosse un orologio relazionale.
La fiducia è connessa con il futuro e quindi alla dimensione temporale, è
fondamentale che l’analista mantenga la capacità di guardare avanti, nonostante le
difficoltà di simbolizzazione.
Con il transfert che si crea un ponte tra passato e presente e tra realtà esterna e
interna, l’analista è allo stesso tempo interprete ma anche attore che agisce nel
tessere la relazione di transfert. Il raccontare di sé, storicizzare la propria vita,
condiziona il modo di rappresentarsi. Il soggetto muta nella relazione con l’altro così
come il tessuto di taffatà cangiante citato dallo scrittore Kundera nel descrivere il
passato che muta a seconda di come è guardato e ricordato.
Quand’è che il paziente non ha più bisogno del terapeuta? Quando questi due
tempi vengono da lui riconosciuti narrandosi e riconoscendosi nel flusso del
tempo. Il soggetto dovrà possedere la sua identità e creatività sopportando le
frustrazioni che sopraggiungono dalla realtà.

Dr.ssa Mariachiara Pagone

         Compiacere equivale ad allontanarsi da se stessi

C’è chi prevarica e c’è chi si preoccupa di far felice sempre l’altro, questo per paura di essere
abbandonati, esclusi e così ci si veste di compiacenza.Nei rapporti interpersonali si oscilla tra due opposte modalità non dimenticando mai l’esistenza delle sfumature ovviamente.
C'è chi si trova in continuo conflitto con l'altro e tende a prevaricarlo e c'è chi invece si preoccupa sempre di piacere, per paura di essere escluso, abbandonato e deriso. Quali le caratteristiche di queste perone che con il loro comportamento possono ottenere effetti controproducenti!
Sono persone che fanno tutto ciò che gli si chiede, sono sempre d’accordo con coloro che hanno di fronte non trovandosi mai in disaccordo.Spesso fanno fatica a manifestare le loro reali emozioni ad esempio se sono arrabbiati, sorridono, se sono delusi appaiono soddisfatti, se hanno mille impegni, si mostrano disponibili pur di non deludere.L’emozione caratterizzante è la paura di non appagare l’altro, vivono con un sentimento d’ansia in quanto temono di non piacere e di essere per questo rifiutati.I compiacenti conducono le loro relazioni al fallimento, in quanto pensano che accettare sia il
modo di far funzionare tutto. Parliamo di casi estremi ma tutti noi siamo smossi dal desiderio di piacere, rischiando di snaturare ciò che siamo e per la semplice paura di essere abbandonati.
Al pari di altri comportamenti, compiacere è un blocco comunicativo che interferisce con la creazione di un positivo clima relazionale affettivo e operativo in vista del raggiungimento di un obiettivo. Contrariamente a quanto ci si aspetta il conformarsi passivamente alle idee di altri può essere un ostacolo che va a produrre un appiattimento sulla vivacità, sulla creatività, sul desiderio di esserci e contribuire ad una meta comune.La psicanalista Karen Horney pone l’accento su come sia importante crescere in un ‘ambiente educativo affettuoso.Quando un bambino per svariati motivi, sperimenta la mancanza d’amore e di calore, di protezione, di accettazione nelle sue iniziative da parte degli adulti,
avrà difficoltà a sviluppare quel senso di appartenenza e tenderà a sentirsi solo. Per proteggersi dall’ angoscia che ne deriva, nasce il bisogno di cercare sicurezza e le sue strategie saranno quelle di essere remissivo e accomodante. Quanto maggiore sarà l’angoscia di base, in modo superiore esaspererà la strategia utilizzata, finendo per mortificare l’espressione del Sé reale.
Fondamentale è “imparare a piacersi e non a piacere”!!
A fini educativi e formativi credo sia fondamentale che la persona maturi la capacità di scegliere, in modo libero e responsabile, se essere compiacente oppure no, mantenendo sempre il rispetto per sé e per gli altri e valutando le conseguenze delle proprie scelte.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                                         Balbuzie

Il disordine del ritmo della parola prende il nome di balbuzie. Il soggetto non è in grado di pronunciare parole a causa di arresti involontari, ripetizioni o suoni prolungati, ma sa benissimo cosa vorrebbe dire. Il deficit comporta delle contrazioni spastiche della muscolatura fonoarticolatoria.
La balbuzie è un disturbo del linguaggio esso varia in base alla personalità ed ha una forte componente psicologica e ambientale. Tale disturbo è caratterizzato dall’alterazione del ritmo verbale e da un vissuto emotivo associato. E’ definito come un disturbo della "relazione verbale" infatti il bambino quando è solo o gioca non balbetta.
Ci sono tre differenti tipi di balbuzie:
- Forma Clonica: ripetizione di una o più parti iniziali, interne o finali di una parola.
E' la forma più frequente in età infantile;
- Forma Tonica: difficoltà di pronuncia all’inizio e comporta un vero e proprio
blocco nei casi gravi;
- Forma Palilalica o Mista: un mix delle due forme precedenti. Presenti
prolungamenti e ripetizioni.
Le cause possono essere diverse. Intervengono fattori fisiologici, psicologici, genetici e ambientali. Variabili queste che giocano un ruolo importante nell'insorgenza di questo disturbo. Fondamentale è l’approccio multi-disciplinare per valutare ciascuna variabile.Questo disturbo della relazione di origine psicologica può insorgere improvvisamente in età infantile nutrito da situazioni traumatiche o avvertite come tali, es. le nascita di un fratellino, situazioni di anaffettivà e perdita di sicurezza. Altre volte può essere graduale, dettato dalla difficoltà di pronunciare parole foneticamente complesse e questo caso specifico prende il nome di disfluenze specifiche.Solitamente una situazione reattiva rompe un equilibrio che determina il sintomo.Il bambino sceglie in modo inconsapevole un sistema comunicativo di cui dispone ed una modalità, come la parola bloccata, per comunicare il suo vissuto interiore ed il suo disagio.
Ci sono cause:
- organiciste in cui la normale fluenza viene ostacolata da un quadro logopatico
instabile, da lesioni cerebro-corticali o da disfunzioni dell'apparato fonatorio;
- psicogenetiche di origine nervosa che aumentano il disturbo in situazioni
fortemente emotive;
- linguistiche determinate da un’ incertezza terminologica.
Nessun bambino nasce con il problema della balbuzie, ma questo si manifesta solo in un secondo momento. Il bambino balbuziente mostra difficoltà a controllare i processi di produzione della parola, richiedendo tempi maggiori per coordinare ed organizzare l'atto verbale.Tutti noi abbiamo delle disfluenze occasionali quando siamo nervosi o emozionati.
Quali sono le terapie?
L'obiettivo primario, su bambini dai 3 ai 7 anni, è evitare che la balbuzie diventi nel tempo troppo severa e si "cronicizzi". Le tecniche logopediche e fonoiatriche tentano di agire direttamente sul sintomo migliorando e regolando la coordinazione del sistema pneumo-fono-articolatorio ,
l'atto respiratorio, la ripetizione sillabica , la ritmica del linguaggio, l'articolazione dell'atto fonatorio e la coordinazione muscolare.Le tecniche psicologiche hanno come obiettivo il rafforzamento dell'Io e partono dalla convinzione che sia la repressione di impulsi non coscienti a generare i problemi di
controllo dei logo-spasmi. Le tecniche psicologiche si propongono di far evolvere la personalità del bambino considerando come cause principali della balbuzie l'angoscia, il carico emotivo e il senso di solitudine.Le tecniche miste partono dal presupposto che la balbuzie non ha quasi mai un'unica causa ma è generalmente determinata da un insieme di fattori inconsci, educativi, sociali, fonetici, motori, emotivi, sociali, culturali ed ereditari.Il ruolo dei genitori è fondamentale, loro sono i primi terapeuti nei confronti della balbuzie infantile. Importante è comprendere le difficoltà del bambino aumentando l'interazione con esso.

Dr.ssa Mariachiara Pagone





                                 Risorse terapeutiche del collage


Il vocabolo collage deriva dalla lingua francese e sta a significare letteralmente incollare. Questa tecnica artistica nasce all'inizio del 900 e fini negli anni 30. Tale tecnica lasciava la libertà agli artisti di utilizzare materiali insoliti e di accostarli tra loro. Infatti dopo l’ espressionismo si ebbe il desiderio di recuperare la materialità dando all’arte la sua connotazione fisica.Nell’Arte Terapia il collage si inserisce bene in quanto utilizza mediatori visivi quali il disegno e la fotografia, permette una conoscenza di se, l’espressione e la consapevolezza delle emozioni.Importante è l'uso del materiale concreto che viene modificato attraverso una serie di azioni quali la scelta, il taglio, lo strappo, la composizione e l’incollaggio. Tale tecnica in arte terapia può essere utilizzata con molte tipologie di persone e in diversi contesti.È facile nella realizzabilità ed il suo contenuto, al contempo ricco e suggestivo fa scivolare nei processi percettivi ed emotivi del soggetto che utilizza tale tecnica.Gli aspetti fantastici che emergono nel lavoro artistico in ambito terapeutico, hanno valore soggettivo. Si comunica attraverso l’emozione.L'uso del collage, così come degli altri mediatori artistici, è un trattamento importante quando la patologia va a compromette la comunicazione verbale o le capacità introspettiva.Il suo valore deve essere ampliato parallelamente al trattamento psicoterapeutico che si appoggia sulla parola. Il setting verbale ha l’obiettivo di far elaborare i contenuti, espressi attraverso il prodotto.
I prodotti che nascono da un percorso arte terapeutico possono essere utilizzati per conoscere meglio chi li fa osservando i meccanismi di difesa e ciò che si agisce nel transfert che passa per l’agito anziché per la parola. L’agito è una comunicazione non verbale che sfrutta il sensibile.Il collage è una tecnica semplice e per questo può essere utilizzata in soggetti fragili come:
- Anziani, attraverso un lavoro sulla memoria;
- Persone con disabilità psicofisica;
- Persone cieche che possono utilizzare il tatto come senso primario;
- Bambini e adulti in situazioni critiche.
L'aspetto importante è il potere immaginativo ed evocativo che nasce dalla scelta e dall’accostamento dei materiali.Il collage, con la sua disposizione di frammenti che formano un’unità nuova, possedente un nuovo senso può diventare mezzo, per il terapeuta e il cliente, di lavorare sulle qualità affettive ed
emotive dei bisogni messi in atto nel processo percettivo e artistico.Il collage utilizzato come mediatore artistico terapeutico e' caratterizzato da ritagli scelti, il modo di combinarli gli da un degno valore rispetto all’immaginario dell’autore.
Il foglio bianco diventa lo schermo su cui proiettare fantasmi, paure e ricordi.
Permette di mettere in scena la nostra fiaba interiore accedendo al nostro immaginario, lasciando
intatte le difese.Il compito del terapeuta sarà quello di facilitare un dialogo immaginario che faccia svelare conflitti e bisogni.
Da un punto di vista psicologico nelle fasi della messa in opera di un collage - scelta
dell'immagine, destrutturazione (taglio o strappo), ri-configurazione dello scenario - e' possibile
sperimentare, ri-creare, riorganizzare, ri-configurare all'infinito nuove e diverse ambientazioni
come possibili metafore di stati emotivi e di situazioni di vita.

Dr.ssa Mariachiara Pagone

                                              Sensi di colpa

La colpa ha come obiettivo quello di indurci al miglioramento ma spesso diventa un messaggio frainteso, il suo mal utilizzo lo trasforma in un elemento cardine per la reiterazione del comportamento che lo ha determinato.Possiamo dare un significato alla colpa, essa non è altro che una sensazione che trae origine dalla percezione di allontanarsi dalle regole dateci dall’esterno.
La colpa è un’emozione secondaria, non è innata e non universale.Possiamo meglio rappresentarla con il nome di “sentimento” in quanto essa non è una sensazione pura ma determina la riflessione sull’emozione provata.Il senso di colpa, non è altro che una reazione ad una situazione nella quale si è fatto o non si è fatto qualcosa, ed il cui effetto è stato negativo o per sé o per gli altri. Il sentimento ha comunque origine da noi stessi.L’uomo si sente appartenente ad un gruppo che permette al soggetto di costruire la sua identità personale. Freud sosteneva che è proprio questo il contesto in cui nasce il senso di colpa. In psicanalisi infatti, il sentimento di colpa è causato dal Super-Io (giudice interno) che ci ricorda i doveri , le responsabilità e qual’ora non li rispettiamo causa rimorso.
Non tutti i sistemi culturali fanno leva sui sensi di colpa. La visione buddista ad esempio presuppone che l’individuo raggiunga se stesso attraverso il riconoscersi per come realmente è. Fondamentale è accettare stessi e i propri comportamenti agiti per poter osservare anche i suoi limiti senza deprimersi ma utili per comprendere quali sono le soluzioni da trovare per attuare delle modifiche.
Ovviamente guardarsi per come si è causa una sofferenza narcisistica.Entrambe le visioni, quella buddista che riconosce la perfezione e quella della psicologia umanista, vedono nell’uomo un potenziale nel cambiamento. Oggi siamo a conoscenza che la nostra personalità è il frutto di diversi fattori (biologici, sociali e psicologici).Per attuare il cambiamento e migliorare, l’uomo deve accettarsi.Il sentimento di colpa più conosciuto nella psicologia è quello patologico che porta alla
ripetizione. Dinamica che riscontriamo nelle dipendenze ad esempio.Il senso di colpa determina inizialmente una sofferenza e poi un comportamento ripetitivo.Uscire da un circolo vizioso basato sul disagio e sulla dipendenza, è possibile se ilsoggetto inizia a percepire il problema diversamente, passando dall’autocondanna ad un atteggiamento non giudicante.Questo cambiamento consente di pensarsi diversamente. Il soggetto diventerà in grado di pensare, progettare e mettere in atto nuovi comportamenti.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                    La confusione degli affetti

In quest’ ultimo periodo si parla molto di pedofilia.Ha fatto scalpore un’intervista fatta ad un sacerdote. Così come è risuonata strana alle orecchie di molti è risuonata anche alle mie portando me stessa a fare una riflessione. Nasce così il bisogno di addentrarmi nell’argomento e parlarvene.
La pedofilia è una perversione. In questa perversione l’attenzione sessuale è rivolta verso il bambino. Quando si osserva un quadro psicopatologico di un pedofilo è possibile riscontrare dei meccanismi psichici tipici quali il diniego e la scissione dell’io.La psicoanalisi si sofferma su questi quadri psicopatologici sottolineando l’incapacità del soggetto di incontrarsi sessualmente con una persona adulta, sceglie così dei bambini i quali hanno un età simile all’età in cui si è arrestato il suo sviluppo psicosessuale.Tra le loro caratteristiche vi è quella di procacciarsi la fiducia dell’adulto. Apparentemente è in grado di svolgere una vita quasi del tutto normale, la disfunzione si ha nel ricorrente e compulsivo comportamento sessuale privato perverso, fantasticato o messo in atto. Sono proprio queste situazioni ad eccitare sessuale il soggetto, inducendo un parziale soddisfacimento pulsionale.Cosi come le altre forme di perversione, il pedofilo investe forze per ottenere un piacere sessuale effimero il quale nasce dal bisogno di placare un’angoscia interna. Le perversioni, diversamente dal pensiero comune, non sono piacere e trasgressione ma non sono altro che regressioni determinate da un arresto psicologico.Le angosce principali sono quelle di separazione, di differenziazione e di annichilimento, la piccola vittima è totalmente sotto il suo controllo.
La pedofilia è una patologia non solo grave ma socialmente pericolosa, in quanto coinvolge i
bambini. La tenera età non permette ne di comprendere ne di elaborare ciò che la relazione crea.
Nella maggior parte dei casi il pedofilo è stato lui stesso vittima di abusi. Il suo mondo affettivo è
pieno di odio e rabbia.Ho introdotto l’articolo riferendomi ad un’intervista rilasciata pochi giorni fa. Le affermazioni del sacerdote sono state sconvolgenti. Quello di cui il sacerdote parla e che lascia tutti con il fiato corto è il tema affrontato dall’analista S. Ferenczi nel 1933 che egli chiama “ confusione delle lingue fra adulti e bambini” tale confusione nasce nella situazione relazionale in cui il naturale bisogno affettivo del bambino, teso ESCLUSIVAMENTE al soddisfacimento di bisogni basilari di tenerezza e di riconoscimento, si incontra con una risposta perversa e sessualizzata da parte
dell’adulto.Questa confusione di linguaggi libidici risulta altamente traumatica per il bambino, il quale non è in grado di discernere e di elaborare, integrandole in sé, le componenti eccitanti e affettive della sessualità. Ciò va a creare confusione, angoscia e risentimento tutto accompagnato da un senso di colpa e di vergogna ripercuotendosi negativamente sul suo sviluppo psicosessuale.Il pedofilo invece non è capace di sperimentare il senso di colpa. Egli giustificherà il suo comportamento, usando i meccanismi succitati del diniego e della scissione.Come precedentemente affermato anche il pedofilo è figlio di una violenza quindi il trattamento è duplice: abusato e abusatore entrambi vittime di un trauma.Una delle fasi centrali della psicoterapia di un soggetto traumatizzato risiede nell’elaborazione del lutto. Non tutti i traumi sono uguali e non tutti i soggetti hanno le stesse conseguenze. Ogni terapeuta dovrà valutare attentamente quali strumenti usare per lavorare sul trauma e in quale momento della terapia usarlo.
Per star meglio bisogna raccontare e soprattutto è fondamentale dare un significato al ricordo,
questo per renderlo meno frammentato e più coerente. Legare dunque i pensieri alle emozioni.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                     Difficoltà ad amare? Il narcisismo

La parola Narcisismo ci rimanda al mito di “narciso”: figlio di Cefiso e della ninfa Liriope; insensibile all’amore, non ricambiò la travolgente passione di Eco, per cui fu punito dalla dea Nemesi che lo fece innamorare della propria immagine riflessa in una fonte; morì consumato da questa vana passione, trasformandosi nel fiore omonimo.Il narcisismo va oltre l’adulazione della propria immagine esteriore.Il narcisista vive una condizione di disagio in cui non è integrata la capacità d’amare,in quanto non c’è oggetto d’amore altro da sé.Il soggetto vive non amore per se ma una costante preoccupazione per ciò che egli giudica importante: salute, amici, casa o il lavoro, ma tutto è in funzione di sé stesso, della paura di perdere le sue certezze.Il narcisista non fa altro che strumentalizzare l’altro. Il piacere da loro provato è effimero. I sentimenti non sono che congelati. Li dove il narcisista è in coppia esso tende ad avere controllo del partner ed ha storie parallele, solitamente mette nel partner uno stato di incertezza. Colorano tutto con la menzogna.Il narcisismo nasce come meccanismo di difesa da certe ferite infantili, solitamente che hanno origine in relazione al rapporto con la figura materna. Dietro la corazza si nascondono persone fragili e insicure.Il distacco dalla loro interiorità nasce per non vedere quelle ferite. Il narcisista è portato all’onnipotenza. Non è semplice star vicino a persone con questo quadro di personalità, infatti il narcisista incarna un falso sé grandioso e illusorio, questo lo porta ad essere lontano dalla conoscenza della sua vera natura.L’io del narcisista è rigido e non ha la capacità di innamorarsi.Seppur desidera un rapporto dall’altro ne resta diviso.Tale personalità è bloccata a livello infantile, così come il bambino scalcia per ottenere attenzioni e si arrabbia se tali attenzioni vengono a lui tolte.Una piccola dose di narcisismo è presente in tutti questo è definito “ equilibrio narcisistico” . Con equilibrio mi riferisco a ciò che intende la psicoanalisi del sè, ossia la condizione interna in cui i nostri valori, ideali, principi, ambizioni e mete siano in qualche modo attivi, organizzati e armonizzati in termini di coesione e vitalizzazione verso il nostro naturale senso di autorealizzazione. L’equilibrio narcisistico coincide con la sensazione di sentirsi in qualche modo “coesi” con se stessi. Non è altro che la
capacità di sperimentare gioie e dolori e vivere nella coerenza con se stessi.L’affettività del partner potrebbe far vibrare aspetti profondi ma nella maggior parte dei casi il partner non tollera il comportamento che il narcisista assume. Bisogna essere capaci di quei gesti di profonda affettività che potrebbero entrare in risonanza con il nucleo profondo, senza aspettarsi che questo accada.
Importante è mantenere un occhio fisso su se stessi per non perdersi in relazioni
difficili.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                  Cartoni animati: valenza educativa e non solo

Viviamo in una società complessa in cui le famiglie vivono una forte “crisi”. La famiglia assume forme sempre più diversificate. Si ha una cadenza di valori essenziali come il rispetto. Bisogna così domandarsi se i figli sono osservatori sereni della “TV dei ragazzi”. I cartoni sono a misura per loro e i loro contenuti sono sempre appropriati? Bisogna avere consapevolezza di quelle che sono le funzioni educative dei cartoni animati e se contribuiscono alla corretta crescita del bambino, o se influenzano in modo negativo la funzionalità del pensiero e il loro modo di agire. La definizione "cartone animato" deriva dall'americano "cartoon" e si riferisce ai disegni animati che nacquero negli anni ’30 grazie alla Walt Disney i quali avevano la funzione di intrattenimento. È proprio la Walt Disney che rivolge i suoi cartoni alle famiglie. La grande sua riuscita fu la creazione di personaggi in cui ciascuno poteva identificarsi ritrovando in essi pregi e difetti.Ricordiamo anche “braccio di ferro” , “Tom e Jerry”, che racconta l'amore e l’ odio, i dispetti dei due personaggi non sono cattiveria ma un semplice modo per mantenere il loro equilibrio.Negli anni sessanta arrivano i cartoni animati giapponesi e li nacque la domanda se i contenuti erano diversamente istruttivi.
Gli adulti devono maturare uno spirito critico dei programmi televisivi per bambini e devono insegnare la capacità di reagire in maniera attiva senza essere spettatori passivi. Oggi i cartoni animati sono più elaborati e vanno spesso a sottolineare che per ottenere tutto è necessaria forza e astuzia, ma questa è una visione errata per i piccoli. I genitori devono vietare la violenza e la brutalità favorendo programmi dove sono presenti i valori della legalità e del bene. Altrimenti si corre il rischio di educare il bambino con una visione distorta della realtà.
Oggi i cartoni non sono per tutti, ed i genitori e gli adulti devono mettersi vicino ai bambini per valutare insieme cosa vedere, perché spesso non sono adeguati alla loro età.I cartoni sono mezzi educativi e comunicativi in quanto ci si può immedesimare nei personaggi modificando lati del carattere. C’è chi parla dei cartoni animati come "paradosso educativo" .Altro aspetto educativo sappiamo essere l’alimentazione. I bambini oggi non seguono un’alimentazione ne appropriata ne controllata.Anche questo aspetto sembra essere influenzato dai cartoni animati. Infatti uno studio recente effettuato da un team dell’Università del Colorado, dimostra come i bambini tenderebbero a consumare cibi più grassi se appassionati di cartoni i cui protagonisti sono sovrappeso.
La ricerca, dimostra che i bambini sono influenzati dalle rotondità di Grimace, un “ingombrante” personaggio amante dei milk-shake creato da McDonald negli anni Settanta.La dottoressa Margaret Campbell, docente di marketing presso l’Università del Colorado, afferma “I ragazzi che seguono questo cartone consumano una doppia quantità di “cibo-spazzatura” rispetto a coloro che ammirano personaggi più sani o che non ne ammirano affatto.”
La prima scoperta è che i bambini tendono ad applicare gli standard umani di valutazione della massa corporea anche a personaggi immaginari.Inoltre sembra proprio che affezionarsi a un personaggio “paffutello” renderebbe i ragazzi più benevoli nella scelta del cibo.
Lo studio ha coinvolto 300 bambini e ragazzi di 8, 12 e 13 anni, divisi per età, ai quali veniva data la possibilità di esprimere le loro credenze sul tema della salute, scegliendo tra sei coppie di figure e parole legate a comportamenti quotidiani più o meno sani ad esempio giocare all’aria aperta vs guardare la tv, oppure latte vs cocacola.Tale richiesta veniva fatta prima di iniziare il test, lo scopo era capire in che misura le credenze personali e l’esperienza pregressa potessero influenzare i risultati
dei test.Si passava poi alla visione di cartoni animati scelti proprio sulla base della forma fisica dei loro protagonisti, successivamente si somministrava un test del gusto per indagare in che modo le scelte dei bambini si fossero modificate. La ricerca ha dimostrato che la scelta dei ragazzi cambia in senso negativo, orientandosi verso scelte meno salutari, in seguito alla visione di questo tipo di cartoni animati. La televisione svolge una funzione educativa, ed è pedagogica in quanto offre valori,
influenze, desideri, comportamenti e aspettative; per cui bisogna fare attenzione ai contenuti proposti ai piccoli spettatori.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                          Ruolo dell’ambiente e uso di sostanze

La tossicodipendenza non è altro che la necessità irrefrenabile di assumere una sostanza tossica nonostante i danni che la stessa determina sul piano fisico, psicologico, affettivo o sociale. È definita una sindrome bio-psico-sociale determinata dall’abuso di sostanze stupefacenti. Tutte le categorie sociali ormai ne fanno uso ma coinvolta è soprattutto la fascia giovanile. È un vero e proprio problema sociale in quanto spesso determina conseguenze indirette sull’ordine pubblico. Il senso di stabilità e controllo sul proprio ambiente di riferimento può modificare il modo in cui i circuiti cerebrali si strutturano. Ciò va a ridurre la sensibilità al consumo.Molte ricerche hanno dimostrato che sia lo stress che la deprivazione ambientale vanno ad interferire sulla vulnerabilità del soggetto rispetto allo sviluppo di disturbi da uso di sostanze.
In uno studio sono stati usati 74 topi che, attraverso prove ed errori, dovevano apprendere associazioni arbitrarie discriminando tra stimoli sensoriali diversi per ricevere una ricompensa.
I topi sono stati divisi in tre gruppi:
- quelli esposti ad un training cognitivo per 9 giorni i quali hanno ricevuto le ricompense ogni volta che dimostravano di aver appreso le giuste associazioni;
- il secondo gruppo seppur sottoposto al training, i rinforzi non erano conseguenti
al successo alla prova ma venivano ricompensati ogni volta che i topi del primogruppo ricevevano il cibo;
- infine il terzo gruppo non è stato esposto al training e durante i 9 giorni veniva
lasciato in uno stato di deprivazione di cibo.
Trascorsi i 9 giorni di training venivano fatte passare 4 settimane al termine delle quali i topi venivano condizionati all’uso della cocaina.La ricerca ha voluto verificare in una prima fase il mantenimento del comportamento di ricerca della sostanza esponendo nel corso delle settimane i
topi al condizionamento della cocaina mentre nella seconda fase un’esposizione giornaliera alla sostanza è stata programmata per controllare l’estinzione del comportamento di ricerca della cocaina. I risultati hanno mostrato che tutti i topi hanno sviluppato un’eguale preferenza alla cocaina.
Si è però osservato che il training cognitivo ha un effetto protettivo generale rispetto al mantenimento del comportamento di ricerca, mentre nel caso dell’estinzione della preferenza per la cocaina solo i topi che fanno parte del primo e del secondo gruppo, cioè quelli che ricevono il training, mostrano una riduzione della stessa.
Tali esiti confermano che un maggior senso di controllo e di stabilità del proprio ambiente di riferimento può rappresentare un fattore di resilienza e di protezione rispetto ai disturbi da abuso di sostanze.Un aspetto da non trascurare è che la tossicodipendenza è un disturbo che accarezza sempre più precocemente le giovani generazioni ed ecco che bisogna osservare bene il periodo dell’adolescenza. Il riconoscimento della tossicodipendenza nell'adolescente è difficile in quanto questo periodo è di per sé problematico. Il ragazzo ha sbalzi d'umore e le angosce non devono essere confuse con la dipendenza da sostanze tossiche.Il contatto con i genitori, il dialogo ed il consulto medico sono sicuramente misure preventive utilissime per entrare nel mondo degli adolescenti. Gli elementi da osservare sono la perdita d'interesse verso alcune attitudini, problemi scolastici,
disturbi dell’attenzione e della concentrazione, la tendenza a spendere denaro con alterazioni comportamentali e trascuratezza della cura personale. Questi sono segnali non certezze vorrei ricordarlo ed è proprio per questo che in un periodo complesso a cavallo con l’età adulta il sostegno dei genitori, familiari e dell’ambiente è indispensabile.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                                           Il Sogno


Durante il sonno si ha un fenomeno psichico che è il sogno. Esso si determina durante la fase REM. Il sogno è costituito dall'insieme di  percezioni di immagini e suoni apparentemente reali.La psicologia, in particolar modo la psicoanalisi, ha studiato e analizzato i sogni, arrivando a riconoscere un funzionamento mentale con le sue leggi e con i suoi meccanismi.  Sigmund Freud, nel '900, nell' interpretazione dei sogni, suddivise il funzionamento dell'apparato psichico in  processo primario e processo secondario. Tale teoria spiega il sogno come realizzazione allucinatoria di un desiderio rimasto inappagato nella vita diurna. Mentre Charcot studiava l’isteria e la sua cura attraverso l’utilizzo dell’ipnosi, Freud gli si avvicina negli studi ed approda alla teoria dell’inconscio.
L’ inconscio è la parte inferiore della nostra psiche. La Psiche si divide in una  parte visibile: il conscio,  la parte inferiore l’ inconscio che a sua volta  è diviso in  preconscio e rimosso. Il preconscio è l' insieme dei ricordi momentaneamente inconsci che possono essere portati alla luce con un sforzo della memoria mentre il  rimosso sono tutti quegli  elementi che sono totalmente inconsci. I sogni sono costituiti da un contenuto manifesto ( il sogno in sé) e  da un contenuto latente (circostanze che danno luogo alla scena onirica). Attraverso  l'interpretazione psicoanalitica si percorre a ritroso la traslazione del contenuto latente in quello manifesto.L’ inconscio ci comunica attraverso i sogni, desideri proibiti e latenti che l’analista ha il compito di far emergere.
Il sogno è altamente radicato nell’ uomo, ed è lo stesso uomo a dover fornire una chiave di lettura all’analista.Qualsiasi atto inconscio è sottoposto ad un' azione censurante e venendo censurato diventa rimosso. Una delle caratteristiche più interessanti dei sogni è la scelta dell'oggetto, infatti non sempre sono ricordi dotati di significato, ma appaiono come indifferenti e insignificanti.I sogni sono impressioni che ritornano inconsciamente. Inizialmente questo processo veniva indotto attraverso l'ipnosi poi successivamente abbandonata da Freud. Egli si affidò al metodo delle libere associazioni. Tale metodo prevedeva di far rilassare il paziente e farlo abbandonare ai propri pensieri, in modo da creare delle catene associative tra le parole da lui dette.Vi lascio con una citazione dello stesso Freud sul significato dei sogni:“I sogni sono la via regia che porta alla conoscenza dell’inconscio nella vita psichica”.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                             Animali e umore

La cura che si basa sul rapporto con gli animali chiamata pet therapy, produce notevoli benefici per l’organismo. Tale relazione va a coinvolgere emotivamente la persona ed aiuta a combattere la solitudine.La “pet-therapy” prevede l’uso delle innate capacità terapeutiche di animali domestici (pet) per la cura nell’uomo che ha disturbi psico-fisici. Proprio riguardo l’uso dell’animale domestico, nell’ultimo periodo stanno sperimentando anche l’uso dei rapaci nel trattamento dei pazienti psicotici ma in questo caso parlare di terapia è prematuro (PET THERAPY. CURARE LA MENTE CON I FALCHI: L'ESPERIMENTO A NOVARA…http://www.superabile.it/web/it/CANALI_TEMATICI/Politiche_e_Buoni_E sempi/Dossier/info441779886.html).L’uso terapeutico degli animali per compagnia risale alla fine del ‘700 ma solo nel 1961 nasce ufficialmente la Pet-therapy. Viene pubblicato un libro di Boris Levinson“Il cane come co-terapeuta”.In America negli anni ‘60, l’impiego degli animali viene introdotto nei manicomi criminali e venne usata per i disturbi dell’infanzia. La ricerca solo negli ultimi anni si è avvicinata a questa terapia dolce e si sono iniziati ad evidenziare i risultati valutandone scientificamente l’efficacia.Le ricerche dimostrano come la compagnia di un animale determina un incremento del livello di neurotrasmettitori, quali adrenalina e dopamina, i quali determinano benefici sull’umore e sull’intero stato psichico.
Il benessere mentale diventa benessere fisico, diminuendo la pressione sanguigna migliora il ritmo cardiaco e respiratorio, questo incide sulla riduzione degli stati d’ansia, di stress e di sindromi depressive.La presenza dell’animale e il suo uso terapeutico viene quantificato con il
miglioramento del 75% dell’insonnia e del 34 % di sindromi dolorose.Il principio su cui poggia la Pet-therapy è emotivo. Maggiore è il legame uomoanimale, favorevole sarà l’esito della terapia. Un rapporto affettivo intenso incidepositivamente con il comportamento sociale e ne traggono beneficio gli aspetti cognitivi. Il contatto migliora la presa di coscienza del proprio corpo e dell’ identità.
La cura fa sviluppare il senso di responsabilità, importante per i bambini insicuri o per gli adulti che hanno perso la fiducia in se stessi. Il gioco e il movimento fondamentali in questa relazione, determinano benefici per sconfiggere la sedentarietà del malato. Migliora, inoltre, la socializzazione dei più piccoli in quanto porta le persone a interagire socialmente. Ecco che anche la comunicazione ne subisce gli effetti positivi.
Non bisogna dimenticare che la Pet-therapy come ogni altra cura non può prescindere dalla presenza di uno staff medico adeguatamente formato. La scelta dell’animale deve essere fatta in modo che sia adeguato rispetto agli obiettivi da raggiungere. Gli animali devono essere socievoli e con buone capacità di interazione non devono far mettere in atto meccanismi psicologici difensivi.
Alcune situazioni patologiche per cui si può ricorrere alla Pet therapy sono la disabilità, la depressione, i disturbi del comportamentali o dell’alimentazione e non dimentichiamo l’ autismo.
La pet-therapy ha tuttavia delle controindicazioni infatti è sconsigliata in soggetti immunodepressi e per chi ha paura o è allergico agli animali.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                            Impatto psichico dell’interruzione volontaria



L'aborto non è altro che l’interruzione prematura della gravidanza prima che il feto sia in grado di sopravvivere autonomamente.
Può avvenire per cause naturali, aborto spontaneo o essere provocato artificialmente, interruzione volontaria della gravidanza.
Gli effetti psicologici dell’aborto, sulle donne coinvolte, sono diversi. Le donne che vivono l’esperienza dell’ aborto spontaneo, pur avendo uno stress psicologico maggiore nei primissimi momenti, vanno incontro ad un miglioramento più veloce dei disturbi emotivi.
La reazione psicologica all’aborto si diversifica in base alle caratteristiche dell’ aborto:
⦁    l’aborto spontaneo è un evento improvviso ed involontario,
⦁    l’IVG prevede la responsabilità  della madre.
Molti studi scientifici mettono in risalto come l’aborto sia direttamente correlato all’insorgenza di disturbi psicologici. La gravidanza è un momento estremamente delicato caratterizzato da un vissuto psico-emotivo particolare. Sin dal  concepimento la donna  vive cambiamenti non solo fisici, ma soprattutto psicologici. La confusione relativa alla propria identità va così a ingrigire questo processo trasformativo, si ha così la necessità di riassestare il proprio stato psichico . Durante la fase gestazionale sia l'emotività che l'inconscio prendono il sopravvento, dando origine ad un "malessere fisiologico" che impone una riorganizzazione di tutte le esperienze precedenti.Diventare madre presuppone un adeguamento della propria identità nel passaggio dal ruolo di figlia a quello di madre. Scoprire di essere in attesa, quando questo si determina in condizioni non favorevoli, può rappresentare un momento critico nella vita di una donna. Una ricerca ha riscontrato che il 20% delle donne che interrompe una gravidanza  prova un grave stress emotivo simile a quello delle madri che soffrono per il lutto di un figlio. La differenza sta nei sensi di colpa associati alla volontarietà dell’interruzione volontaria di gravidanza che va a complicare ed ostacolare l’elaborazione del lutto.
Seppur l’atteggiamento sia favorevole riguardo l’interruzione volontaria, le donne manifestano un vissuto negativo riguardo il proprio aborto. Tale ambivalenza viene generalmente espressa in maniera indiretta che può essere attraverso un comportamento taciturno, impaziente o ostile verso gli altri o anche mostrando una eccessiva sicurezza personale. L’nterruzione volontaria può determinare conseguenze psicologiche sia nel breve che nel lungo periodo. Subito dopo l’intervento le donne sperimentano una riduzione dei livelli di ansia, per il venir meno dell’elemento ansiogeno, ma successivamente l’ansia accresce portando anche a Disturbo Post Traumatico da Stress e Depressione. Tali disturbi sono dovuti ad una profonda sofferenza che attanaglia la donna, possono manifestarsi anche diverso tempo dopo l’aborto, per poi durare talvolta diversi anni.
Alla luce di queste considerazioni alcuni autori hanno definito questi disturbi “Sindrome Post-Abortiva”. Frequentemente la Sindrome Post Abortiva evolve in un vissuto di dolore e di paura, che induce cambiamenti nel comportamento sessuale, depressione, incremento o inizio dell’assunzione di droghe ed alcol, cambiamenti del comportamento alimentare, disturbi somatici, isolamento sociale, disturbi d’ansia, perdita della stima di sé fino all’ideazione suicidarla ed ai tentativi di suicidio.  Disturbi che come detto  possono manifestarsi anche diversi mesi dopo l’evento o  nell’anniversario della data dell’interruzione o nell’anniversario dell’ipotetica data di nascita del bambino. Altro aspetto è che le donne che hanno interrotto volontariamente una precedente gravidanza possono continuare ad avere sentimenti di colpa o depressione anche durante le successive gravidanzeTali vissuti di dolore, colpa e depressione associati all’aborto volontario possono determinare anche la ricerca della propria morte. Fondamentale è il supporto della famiglia e della società quando la donna inizia a manifestare perdita della stima che  ha di se stessa, li dove il dolore assume valenza disfunzionale è idoneo richiedere un intervento psicologico specialistico per elaborare il lutto in modo tempestivo. 

Dr.ssa Mariachiara Pagone

Elastica-mente:progetto di oreficeria con gli utenti del C. Diurno “G.Fapore”
Centro di Salute Mentale“Miraschera”


Anche quest’anno mi ritrovo a presentare il progetto “Elastica-mente”. IL progetto da me ideato e condotto ha visto interessati gli Utenti del Centro Diurno “Giuliana Fapore” si trova alla sua seconda edizione.Elastica-mente è stato un viaggio iniziato l’anno scorso che mi ha permesso di unire conoscenze e competenze che affondano le radici sia nell’arte che nella psicologia.Prima di essere psicologa sono diplomata in Oreficeria e questo bagaglio personale mi ha permesso, una vola conosciuti gli utenti del centro diurno, di dare loro una nuova opportunità.Inizialmente il progetto aveva semplici obiettivi quali il potenziamento della manualità fine e l’integrazione degli utenti con un sistema sociale, esso si è poi trasformato in ben altro. Gli utenti sin dall’anno scorso hanno mostrato passione e interesse al punto di superare le aspettative iniziali. Sono riusciti a realizzare delle presentose (gioielli tipici abruzzesi) donati ai borghi e ai sestieri della Giostra Cavalleresca di Sulmona. Oltre alla progettazione e alla realizzazione c’è stato uno studio del gioiello e della sua storia. Visti i fantastici risultati ottenuti ho voluto alzare il tiro e chiedere agli utenti qualcosa in più, avendo percepito ed osservato le loro potenzialità.Quest’anno infatti la richiesta fatta loro è stata quella di creare un gioiello unico.Tutto è iniziato così con la fase ideativa dove gli utenti in base alle loro capacità e caratteristiche hanno fatto il massimo per riuscire in questo nuovo compito. Ognuno
di loro ha messo in movimento le proprie abilità e le proprie potenzialità e si da subito tutto ha assunto una connotazione molto interessante. C’è chi si è differenziato per la propria astrazione della forma e chi per la propria classicità. Tutto è stato assemblato per realizzare il gioiello.“Miraschera” nasce dall’idea di una maschera africana e da quadri di Mirò. Si è studiato anche il periodo storico di Mirò e il surrealismo. I ragazzi sempre più hanno mostrato le loro qualità ed hanno potenziato gli insegnamenti precedenti. Il gioiello è attualmente esposto alla Mostra dell’Artigianato Abruzzese di Guardiagrele che verrà inaugurata il prossimo 31 Agosto alle ore 18:00.
Quest’introduzione per accennare al tema della riabilitazione psichiatrica e all’importanza che rivestono questi progetti e la presenza di professionalità diverse.La riabilitazione psichiatrica o psicosociale si è pian piano modificata dall’essere un modo per far passare il tempo agli utenti, alla proposta di attività sempre più vicine ai loro interessi.Il fare non è sufficiente per parlare di riabilitazione ma ci vuole una cornice più ampia.La cornice è il contesto umano, la relazione con le altre persone. Così, nella riabilitazione psichiatrica, il fare può diventare “ fare insieme agli altri”, ciò permette di smussare spigoli e spianare rigidità. Il fare insieme è uno scambio di idee, di affetti, di cose, è partecipazione a quello che si sta facendo, avere il diritto di dire la propria opinione e di essere ascoltati.
Percorso piuttosto faticoso ma che prevede la collaborazione tra gli utenti e il personale.La riabilitazione psichiatrica scende oggi “sul campo”, fuori dagli spazi istituzionali, questo è l’esempio di Elastica-mente che ha portato i ragazzi a frequentare un laboratorio orafo (Alessio Mancinelli- SULMONA) , inoltre sempre più orientata a considerare i pazienti non come consumatori di servizi e di risorse, ma loro stessi diventano risorse. Protagonisti che dicono la loro opinione sul loro percorso di cambiamento e cura, sui loro bisogni, diventando produttori di significato.
Tutto questo può sembrare ovvio ma non sempre lo è. Ringrazio per questa opportunità il
Capo di Dipartimento Dr. Vittorio Sconci e la Resp. Del Centro Diurno Dr.ssa Alessandra
Cottone per aver creduto vivamente a questa iniziativa.
Vi aspettiamo il 23.07.2015 alla presentazione del Progetto “Elastica-mente” presso la
Rotonda di S. Francesco della Scarpa alle 17.30.

Vi aspettiamo numerosi per capire l’importanza che la cittadinanza deve dare a queste
persone evitando la loro emarginazione e potenziando la loro integrazione.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                             Calo del Desiderio Post Partum

Dopo il parto alla donna viene consigliato di evitare rapporti sessuali per almeno 40 giorni. La maggior parte delle coppie lasciano passare circa due mesi e poche sono le coppie che riprendono un’attività sessuale regolare dopo un mese. I rapporti il più delle volte sono richiesti dall’uomo ma ci son casi in cui la richiesta si inverte ed è l’ uomo a non essere pronto.Il periodo successivo al parto è caratterizzato da molteplici fattori fisiologici e psicologici che riguardano sia l’uomo che la donna.
La donna tende a focalizzarsi sull’esclusivo benessere del bambino e si concentra sul suo ruolo di madre, il cambiamento che lei ha subito sia sul piano fisico che psichico incide notevolmente stravolgendo le dinamiche di coppia. Il cambiamento maggiormente visibile è l’aumento di peso che porta la donna a rifiutare il suo nuovo corpo non sentendosi così desiderata dal suo uomo al punto da rifiutare il piacere.Uno dei fattori ricorrenti nelle coppie è la stanchezza, infatti entrambi i partner sono coinvolti nei continui risvegli notturni che incidono molto sul piano psico-fisico.L’accumulo di stanchezza ed il bisogno di riposare fanno cadere il desiderio sessuale.Il desiderio cade li dove i bisogni fisiologici primari non sono soddisfatti.Altro aspetto caratteristico è che spesso il neonato dorme nella stanza dei genitori ed i rumori possono svegliarlo, il risveglio fa ritardare la ripresa dell’attività sessuale e queste interruzioni vanno ad allentare il rapporto.La dinamica di coppia evolve e si innescano condizioni che modificano i tempi e le occasioni che la coppia può avere per star insieme.La donna durante l’allattamento ha un rilascio di prolattina, l’ormone che stimola la
produzione del latte, la quale crea interferenza con la libido. La libido ovvero il desiderio, peggiora anche in funzione dei tessuti incisi, pratica necessaria durante il parto per evitare delle lacerazioni.
L’organo genitale messo a dura prova dopo il parto può subire una riduzione della lubrificazione e questo aspetto incide sulla riduzione del piacere.L’accudimento totale del piccolo porta la donna ad essere meno curata, meno attraente e meno disponibile, ciò determina un vissuto di abbandono da parte del partner che si sente messo da parte dalla diade.La realtà però è ben lontana da quelli che sono i comportamenti agiti, infatti la donna necessita del proprio uomo in ogni momento ( gravidanza, parto e post parto). La donna vive una totale intollerabilità rispetto a questi molteplici cambiamenti alla quale è sottoposta.Winnicott spiega come nei primissimi momenti la mamma si trova nella fase della“preoccupazione materna primaria” che mantiene la fusionalità della coppia madrefiglio avuta nella gravidanza. Questo periodo è connotato da attenzioni solo rivolte al
piccolo, è il partner che deve accettare questa fusionalità e pian piano inserirsi per
creare una separazione della diade, così da assumere un ruolo e prendere un posto
nel sistema familiare.Anche l’uomo però può subire un crollo, infatti il periodo successivo al parto fa
accumulare un forte stress che alle volte può determinare una temporanea impotenza sessuale, con calo del testosterone (ormone del benessere maschile). Il blocco del desiderio coinvolge moltissimo l’uomo, soprattutto nei casi in cui ha partecipato al momento del parto.Il problema assume carattere disfunzionale se dopo circa sei mesi dal parto il desiderio nella coppia è ancora spento, è necessario in quel caso consultare un professionista che indaghi con la coppia il blocco emotivo che si è determinato.Non esiste solo il bambino ma anche la coppia che non deve dimenticare di
mantenere degli spazi per se e per la propria complicità.Il bambino dovrà avere una mamma e un papà che non amano solo lui ma amano e rispettano anche loro stessi e le proprie esigenze di uomo, di donna e di coppia.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                            Legami sulla pelle

I tatuaggi appaiono ancora agli occhi di molti una pratica insolita di modificazione corporea. Una forma di decorazione della pelle del tutto innaturale. Personalmente questa forma di espressione mi ha sempre affascinato così come mi affascina la storia celata dietro ad ogni simbologia o scritta. Con essi si parla di amori finiti o raggiunti, desideri, sogni e speranze. Molti lo usano anche come forma di ascolto del proprio corpo, un corpo che speso non si sente al punto da doverlo stimolare, infatti non dobbiamo dimenticare che il tatuaggio è anche un atto fisico doloroso.I tatuaggi diventano simboli di appartenenza, siglati attraverso codici sul corpo.Forma irrevocabile di espressione, una parola che dura nel tempo. Tutto passa qui sotto le mani di “un’ artista” che riesce a trasformare il vissuto altrui.
Un corpo su cui prendere note utili al ricordo, mantenere anche ciò che ha avuto una connotazione negativa, tutti i ricordi si trasformano in comunicazione non verbale esprimenti vissuti interiori. Alcuni studiosi del comportamento si sono domandati perché in una società estremamente mobile come la nostra, dove tutto è sempre in cambiamento, come il lavoro e la casa, le persona hanno il bisogno di lasciare su se stessi segni che non possono essere levati?Uno degli aspetti di maggior rilievo è che il tatuaggio più di altro è ciò che permette di renderci soggetti distinguibili dagli altri. È come un rendersi unici.La psicologia inizia a soffermarsi sul tatuaggio per poter tirar fuori da esso
caratteristiche della personalità del soggetto. La scelta non solo del disegno ma anche la zona da dover tatuare rimanda ad un mondo simbolico. Ci si rifà un po’ alla psicologia del disegno infantile. Rifacendosi alla psicoanalisi, tatuarsi sulla parte sinistra del corpo è tipico di persone pessimiste mentre la parte destra, è indice di una persona rivolta al futuro e questo denota un carattere solare ed aperto al cambiamento.
Oggi inizia ad andare di moda il tatuaggio condiviso, prima lo facevano soprattutto le coppie, oggi la coppia cambia, madri e figlie vanno a condividere lo stesso segno che può simboleggiare anche un dolore comune, un dolore che le tiene unite. Usano scritte, cuori, chiavi, lettere o immagini speculari incise sul corpo.Cerco di spiegare in modo semplice ciò che lega una madre ad un figlio.
La madre è il primissimo oggetto d’amore della nostra vita, tutte le relazioni oggettuali future si possono far risalire ad essa. La fase d’amore oggettuale primitivo è uno stadio necessario per lo sviluppo dello stato mentale. Il fondamento biologico che si può ritrovare in questa relazione è l’interdipendenza pulsionale tra madre e figlio.Il primo rapporto che il bambino sperimenta è proprio quello con la madre ed esso è un legame intenso ed esclusivo.
Lo sviluppo del bambino sta nel fatto che esso costruisca nel mondo esterno, così come nella psiche infantile, un rapporto sociale ed emotivo come quello esistente con la propria madre.
Il neonato alla nascita risulta essere dipendente alle cure materne e questo permarrà finché non avrà sviluppato le sue capacità adattive. Il genitore, usando una terminologia della Mahler, deve fare da “io esterno” per il bambino mediando l’ambiente per lui. E’ come se il genitore divenisse il suo ambiente. Tutto questo richiede la costruzione di un “Io integrato”, capace di controllare e organizzare funzioni e comportamenti. È in questa fase che le azioni della madre ed il suo coinvolgimento provocano lo sviluppo selettivo di alcune potenzialità. La qualità dell’accudimento condiziona dunque anche la crescita del sé e l’immagine emotiva del sé.Questa potrebbe essere una delle spiegazioni di come il tatuaggio assuma il significato di mantenimento sul corpo, del segno indelebile, di quella relazione d’amore insostituibile.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



Dal 3 al 5 luglio a Sulmona ci sarà l’evento “Slow Park, Slow Party” ed avrò modo di affrontare insieme al Dr. Antonio Pacella la relazione esistente tra il cibo, le emozioni ed i sensi.Vorrei questa settimana lanciare questo breve articolo introduttivo sfiorando il tema riguardante l’importanza del colore nell’alimentazione.Il colore oltre ad avere le sue proprietà fisiche ha importanza come vissuto
psicologico. È da questo vissuto che nascono “significati emotivi” che trovano poi la loro espressione più diversificata.L’importanza data al cromatismo è stata attribuita a diverse indagini psicologiche chesono divisibili in tre periodi:
1) dalla fine dell’800 all’ inizio del 900 con la nascita della psicologia scientifica si da
importanza alle risposte psicofisiologiche indotte dai colori;
2) successivamente il colore assume in psicologia importanza dal punto di vista
psicometrico. Nasce nel 1947 ad opera di Max Luscher “il test dei colori”;
3) nell’ultimo periodo il colore assume potere simbolico, va ad indicare tratti della
personalità ed assume carattere dinamico che scandisce l’evoluzione della psiche
individuale e collettiva.
L’uomo grazie alla dimensione simbolica riesce a rappresentare i suoi aspetti inconsci.Carl Gustav Jung spiega che il simbolo è la migliore formulazione possibile di un dato di fatto relativamente sconosciuto, la cui esistenza è riconosciuta necessaria.Il simbolo, esprime più di quanto si possa verbalmente comunicare.Un aspetto importantissimo del colore è che esso possiede “la regola delle
opposizioni” cioè ogni tonalità può avere doppia valenza, sia positiva che negativa rispetto alla posizione mentale in cui il soggetto che lo osserva si trova.Il colore è un vissuto psicologico dal quale nascono significati emozionali.Possiamo affermare che il colore ha sempre affascinato l’uomo incidendo sulle sue scelte e sulle sue abitudini. Anche se viene osservato lo stesso colore da due
osservatori questi sicuramente lo descriveranno in modo del tutto diverso.Ecco che il colore diventa importante anche a tavola.Spesso si fa molta più attenzione a provenienza e qualità del cibo trascurando il ruolo terapeutico del colore.Il cibo svolge la funzione di anestetico emotivo in quanto l’uomo non sapendo tollerare le emozioni usa il cibo per non sentirle. Cibo e mente hanno un rapporto bidirezionale: l’umore ci guida nella scelta del cibo così come il cibo incide sul nostro
umore. Un’alimentazione scorretta può portare tensione, emotività instabile, ansia, umore depresso e disturbi del sonno.L’alimento ha la capacità di influenzare non solo rispetto ai nutrimenti che possiede ma anche rispetto alle sensazioni che evoca, ai ricordi che lascia affiorare, al piacere che determina, questo grazie al suo colore e al suo profumo.Insegnamo ai più piccoli a godere del colore dei cibi utile per una crescita corretta.Mangiare è un’esperienza sensoriale completa la quale deve appagare tutti i sensi per donarci completo benessere.
Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                                         Il Silenzio

Tu presti fede a quel che senti dire.
Ma dovresti credere
a quanto non vien detto:
il silenzio dell'uomo
si accosta alla verità
più della sua parola.
Kahlil Gibran

Il silenzio e’ assenza di suono. Il silenzio ha molti poteri, permette di ascoltare, comunicare e condividere emozioni. E’ uno spazio che ci da libertà. Ci permette di dare "Voce" a noi stessi e alla nostra voce interiore. Nel silenzio si sedimentano idee. Il silenzio può diventare anche una difesa o un’ offesa nella relazione. Nel momento in cui questa modalità di relazionarsi si calcifica, la relazione scivola nella dimensione del non detto. Il silenzio va a sostituire parole ed emozioni. La parola è l’unico modo esplicito che abbiamo per comunicare. Il silenzio usato come arma è dannoso sia per noi che per la relazione. È dannoso in quanto il soggetto non esprime liberamente i suoi bisogni. Chiude l’individuo in un angolo dove rinuncia ad esprimere i propri bisogni.Non esprimere il proprio vissuto emotivo per “far pagare” all’altro qualcosa, alimenta le emozioni represse, che crescono e si amplificano sempre di più e finiscono di esplodere con violenza. Ciò determina l’incomprensibilità da parte dell’interlocutore che non lega la violenza espressiva con lo stato emotivo che l’ha originata. Questo genera incomprensione.Lo psicologo M. Schwartz parla del silenzio, spiegando come in quest’epoca del rumore, il silenzio assuma il potere di controllo sull’altro. Quando il silenzio diventa
un’arma fa si che la persona si trovi solo nella posizione di ascoltatore.Le persone adattandosi al contesto compiacciono e usano il silenzio per non generare il conflitto. Il muoversi sulle due polarità ovvero quella del desidero di parlare e la paura di perdere ciò che per noi è significativo determina un conflitto interno. La conseguenza è il dialogo interiore tra se e il potenziale interlocutore, proiettando su di lui le eventuali risposte. Ciò determina l’isolamento.Il silenzio può essere utilizzato come punizione del partner, esso è un trampolino per lanciare la rabbia evitando il confronto. Si innesca inoltre un processo di vittimizzazione dove si crede di non essere compresi.Vorrei lasciarvi con questa citazione e con l’ascolto del “vostro silenzio”:“Esiste, infatti, una plurivocità di silenzi e la distinzione tra un silenzio autentico ed uno non autentico è solo una prima, ampia divisione tra i molti tipi di silenzi che sono possibili. Vi sono, infatti, dei silenzi che significano: “non c’è più niente da dire”, ed altri per i quali: “tutto rimane da dire” (Greish,1979). C’è il silenzio di colui che “non ha nulla da dire” e quello di chi è giunto “ai confini del dicibile”(Jaspers,1962).
Vi è un silenzio “che contiene tutte le parole ed un altro che non ne contiene nessuna” (Lavelle, 1947), vi è un silenzio indice di approvazione o condanna ed un silenzio indice di rispetto e di stima”.
Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                         Corpi che parlano

La psicosomatica si colloca tra la medicina e la psicologia. Essa va alla ricerca della relazione
tra soma e psiche, indagando sia il mondo emotivo che affettivo.L’obiettivo fondamentale è quello di trovare come gli effetti della mente agiscono sul corpo.Le disfunzioni psicosomatiche possono creare anche danni organici i quali sono aggravati da fattori emotivi.Le emozioni negative come preoccupazione, tristezza e rimpianto possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di eccitazione. Questa eccessiva attivazione fa si che il corpo resti costantemente in uno stato di allerta, ciò incide sul corpo creando anche lesioni organiche.La persona che soffre di questi problemi non accetterà facilmente l’idea che a determinare il problema fisico sia un conflitto intrapsichico.I disturbi psicosomatici possono colpire tutti gli apparati del corpo.I sintomi psicosomatici sono presenti negli stati d’ansia e depressione ma possono presentarsi anche senza alcun sintomo psicologico, ciò rende ancor più difficile la diagnosi.Tra i disturbi psicosomatici annovero la stanchezza cronica, la cefalea, la colite spastica o anche detto colon irritabile ma anche molte patologie dermatologiche.Il problema fondamentale di questi pazienti è la loro difficoltà nell’entrare in contatto col il loro dolore emotivo. Tale difficoltà fa sì che il dolore lo si esprime in modo non adeguato ed il corpo diventa l’unico mezzo di espressione.Le emozioni non vengono adeguatamente percepite da questi pazienti e così il soggetto sceglie il corpo per comunicare il suo disagio.Studi mostrano che mente e corpo si influenzano reciprocamente. Con la patologia psicosomatica si da voce al disagio.L’intervento terapeutico ha come obiettivo quello di toccare e potenziare lo sviluppo psichico, che essendosi bloccato, ha impedito di acquisire strumenti evoluti utili sia per esprimere che per intervenire sul disagio.Fondamentale è imparare ad ascoltare e riconoscere le proprie emozioni.La psicoterapia non deve tralasciare però il contesto in cui la persona vive. Infatti il ruolo della famiglia non deve essere trascurato in quanto spesso le emozioni vengono filtrate dalla famiglia per evitare stati di tensione. I pensieri e gli atteggiamenti familiari sono difficili da modificare e spesso i conflitti in tali sistemi vengono evitati restando non risolti. Se la famiglia non è collaborativa e resta disfunzionale bisognerà potenziare tutte le risorse del soggetto in modo che possa imparare a sentirsi in modo funzionale.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


            Alienazione Genitoriale: un abuso per i figli

La sindrome di alienazione genitoriale o parentale è un disturbo psicologico che può nascere nei figli che vivono la separazione conflittuale dei genitori. Durante le separazioni a soffrire maggiormente sono proprio i figli.I bambini vengono spostati da una parte all’altra della coppia. Nel momento in cui c’è un forte conflitto tra i coniugi può accadere che il genitore affidatario, in modo consapevole o inconsapevole, da inizio ad un’ azione di denigrazione del tutto ingiustificata verso l’altro genitore. Nei casi gravi tale condizione può portare anche all’ accusa per abuso sessuale del minore.Lo scopo di tale alienazione è quello di interrompere le visite dell’altro genitore per poter ottenere l’affidamento esclusivo dei minori.Questa sindrome determina sentimenti di rabbia e odio nei confronti dell’altro genitore che solitamente è quello percepito come genitore abbandonico. Questo
determina la costruzione di affetti indifferenziati nel bambino che non sono altro che lo specchio dei sentimenti del genitore alienante. Tale indifferenziazione non gli permette di sentire le sue emozioni, i suoi sentimenti e non gli permette di scegliere in modo autonomo il comportamento da adottare verso l’altro genitore.Il bambino si adatta così totalmente al volere del genitore alienante, confermando
ogni suo sospetto, utilizzando il suo stesso linguaggio.La coalizione tra genitore e bambino dipende molto dall’età di quest’ultimo, infatti, nei primi nove anni il bambino è legato ad un conflitto di lealtà verso entrambi i genitori, ma dai 10 anni in poi il bambino si allea con un genitore. Questa alleanza
potrebbe essere nutrita da un bisogno latente di risoluzione del conflitto. Questo ha per il bambino un costo futuro che può toccare l’identità e le relazioni.La sindrome di alienazione parentale è assai complessa e ambigua, per cui è difficile da riconoscere. Essa va a determinare diverse problematiche psicopatologiche nel minore:
- Alterazione dell’ esame di realtà,
- Disturbi della personalità,
- Indebolimento della capacità di provare simpatia ed empatia,
- Mancanza di rispetto vs l’autorità, questo punto va esteso anche alle figure
genitoriali,
- psicopatologie legate all’identità di genere.
Così come in ogni patologia, importante è la prevenzione. Per quanto riguarda la Sindrome di alienazione genitoriale fondamentale è la mediazione della conflittualità che si determina durante la separazione dei coniugi. Il terapeuta deve essere preparato in merito a tale patologia ed evitare di colludere con il genitore alienante attraverso la solidarietà con il suo ruolo di vittima. L’obiettivo è quello di coinvolgere entrambi i genitori nella gestione del conflitto e quando possibile lavorare sulla
riconciliazione.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


                       L’umorismo come difesa

La parola "umorismo" deriva dal latino e sta per umidità- liquido, l’origine rimanda alla medicina ippocratica che vedeva la salute e la personalità strettamente connesse a fluidi corporei cioè ad “umori”.L’umorismo è quella capacità posseduta dall’uomo che rappresenta la possibilità di trarre dall’ambiente aspetti comici. La risata è controllata da parti del cervello molto antiche. Essa non è altro che un comportamento istintivo in risposta a stimoli piacevoli.Henri Bergson, filosofo francese, afferma che anche quando l'oggetto del comico non è una persona, è pur sempre un aspetto dell’oggetto a rimandare ad atteggiamenti umani.La risata favorisce i rapporti, scioglie le tensioni, aumentando il senso di condivisione. La condivisione è importantissima in ambito sociale, infatti solitamente si tende a ridere quando si è insieme agli altri.Sembra che anche l’umore sia legato all’umorismo: quando il primo è basso, con molta probabilità lo è anche il secondo e viceversa.
L’aggressività è una componente importante nell’umorismo, infatti si ritrova l’umorismo nei comportamenti considerati passivo-aggressivi e nel sarcasmo.Ci sono teorie che sottolineano la capacità posseduta da stimoli umoristici sessuali e aggressivi di far sospendere, almeno temporaneamente, giudizi e inibizioni che portano l’uomo a esprimersi senza disagio attraverso l’azione umoristica.Freud scriveva: “L’uomo ridendo si libera da inibizioni e rimozioni, mette
temporaneamente a tacere l’istanza della censura, offre una valvola di sfogo all’aggressività”.
Per Freud l’umorismo è un atto creativo che libera l’uomo dalle sue difficoltà . E’ così che l’umorismo vien visto come comunicazione che va a favorire l’espressione di pensieri , sentimenti in forma tollerabile. È attraverso questo meccanismo che si va a risparmiare energia psichica che verrà rilasciata successivamente mediante la risata e il piacere ad essa connesso.La grandiosità dell’umorismo sta nel trionfo del narcisismo, si va così ad affermare l’invulnerabilità dell’Io.Freud considera l’umorismo come uno dei più importanti fra i meccanismi di difesa maturi, funzione di un Io stabile, che permette la gestione delle comuni richieste pulsionali, favorisce l’adattamento alla realtà e protegge dalla patologia.Anche ricerche e teorie più recenti si sono dedicate al collegamento tra benessere psicologico e umorismo. È stato evidenziato come quest’ultimo favorisca la creatività,
la capacità di costruire l’interpretazione della realtà interna ed esterna con maggiore flessibilità e possa aiutare a ridurre stress e tensioni. Inoltre è stata sottolineata l’importanza dell’autoironia e del ridere nella consapevolezza rispettosa di sé e il loro ruolo nell’accettazione di aspetti scomodi di sé e della realtà.L’umorismo rappresenta una importante risorsa nei percorsi psicologici, soprattutto
se lo psicologo è in grado di utilizzarlo spontaneamente e in modo empatico e non “a caso”, per una propria gratificazione narcisistica o per spostare l’attenzione su argomenti più facili da gestire. Il paziente non deve mai sentirsi preso in giro o svalutato, ma accolto e messo a proprio agio, soprattutto nei primi momenti quando l’alleanza terapeutica ancora non è presente e ha bisogno di essere correttamente costruita affinché gli obiettivi terapeutici possano essere raggiunti.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                      Bambini e bugie

Le bugie sono assolutamente normali per il bambino. Tale atteggiamento è inevitabile, necessario e si risolve durante il completamento del suo sviluppo.Se soffermassimo l’attenzione al contenuto delle bugie si potrebbe comprendere molto sull’universo del bambino e sul rapporto che ha con gli adulti.
Così come i sogni, le bugie sono lo specchio di bisogni, desideri e paure.È attraverso la bugia che i più piccoli costruiscono un spazio proprio, un mondo al confine tra realtà e fantasia. Questo mondo è necessario a custodire sentimenti, emozioni di cui si ha ad esempio vergogna.E’ questo il motivo per qui i genitori non devono preoccuparsi di bugie innocenti.Ma quando il bambino inizia a dire bugie?
I bambini lo fanno dai 3-4 anni quando iniziano a comprendere che si può non dire tutto. A livello cognitivo ha una valenza notevole tale comportamento in quanto il bambino con esse comprende l’esistenza del suo pensiero interiore. Il dire “non sono stato io!!” fa si che il bambino neghi la realtà e solo crescendo si renderà conto che la negazione non equivale alla cancellazione.Verso i 10 anni i bambini imparano la tecnica della dissimulazione cioè tacciono solo una parte della verità e questo permette di ridurre il loro senso di colpa.Nell’adolescenza invece la bugia va a rappresentare l’affermazione dell’identità in formazione.Inizialmente ho detto che la bugia è fondamentale nelle fasi evolutive.Bisogna preoccuparsi quando la frequenza delle menzogne diventa massiccia al punto
che il bambino costruisce un “mondo fittizio” dove l’illusione fa da padrone.In tal caso la menzogna diventa un vero e proprio stile relazionale. Questo è un campanello d’allarme perché dietro tale atteggiamento può nascondersi altro.Probabilmente il bambino sta vivendo un forte disagio che cerca di compensare modificando la realtà.Fondamentale è usare con il bambino un atteggiamento che non gli faccia sentire il peso delle aspettative genitoriali. Al bambino non bisogna chiedere troppo perché
nel momento in cui non arriva a soddisfare le aspettative, ha paura di deludere.Questo lo porta ad avere sensi di colpa e dunque a mentire!!!Spesso infatti sono gli atteggiamenti e le richieste eccessive di noi adulti a portare il bambino a dire delle bugie.
Quindi???? Facciamo attenzione!!
Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                               Narcisismi

Il pensiero di Kohut fu un elemento necessario per gli studi psicoanalitici relativi al
disturbo narcisistico di personalità.Kohut guarda diversamente la dimensione narcisistica della personalità valutandone i suoi aspetti adattivi, egli lo definisce “collante psichico” necessario cioè a tenere unito il Sé nelle diverse fasi dello sviluppo del soggetto.Il versante patologico del narcisismo nasce da una fissazione ad un Sé grandioso arcaico. Tale fissazione ha origine da un blocco dello sviluppo determinato da una risposta empatica scarsa da parte delle figure parentali, necessarie invece per la determinazione di un Sé equilibrato. Kohut rielabora il concetto di “narcisismo primario” per spiegare l’evoluzione del Sé narcisistico infantile.Il bambino non fa altro che cercare di mantenere la perfezione posseduta nell’infanzia costruendo due strutture narcisistiche: il “Sé grandioso-esibizionistico” e la “imago parentale idealizzata”.È proprio il “Sé grandioso” a manifestarsi come esibizionismo. L’oggetto parentale inizialmente va a confermare il narcisismo e successivamente le frustrazioni graduali porteranno tale esibizionismo ad essere rivolto a specifiche mete. Quando invece
l’oggetto parentale rifiuterà tali manifestazioni esibizionistiche si andrà a creare un aumento di tensione narcisistica che verrà seguita da scariche abnormi.Altra configurazione narcisistica è la “imago parentale idealizzata”, essa viene personificata dalle figure genitoriali, su cui il bambino proietta il potere. Per Kohut tale idealizzazione assume forza al punto che il bambino si va ad identificare con l’oggetto idealizzato.Per Kohut il narcisismo va trasformato e non abbandonato, esso infatti si mostra come una forza psicologica potente che, se ben integrata con gli scopi adulti della
personalità, determina la fuoriuscita di energie costruttive.Affinché tale obiettivo si realizzi, il paziente va aiutato a raggiungere una maggiore coesione del Sé e a superare il bisogno di oggetti-sé arcaici, dirottando il suo interesse verso oggetti-sé maturi. Questo lo porterà a sviluppare nuove modalitàrelazionali.Il narcisismo è fondamentale nella personalità del soggetto e per questo non deve
essere ignorato e represso in quanto è portatore di potenziale creativo.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


 TERAPIA DEL GIOCO E PSICOANALISI INFANTILE

Durante il gioco i bambini rappresentano in modo simbolico fantasie, desideri ed esperienze,
lo fanno attraverso l’uso del linguaggio, attraverso una forma espressiva acquisita filogeneticamente che conosciamo già grazie ai sogni.La psicoanalisi infantile è cosa recente, infatti per Freud i metodi terapeutici infantili non si differenziavano da quelli degli adulti. Freud contribuì a questa evoluzione attraverso il trattamento del piccolo Hans.Tale contributo fu importantissimo. Freud dimostrò che i contenuti inconsci possono essere portati alla coscienza dal bambino.Nonostante questi inizi, l’analisi infantile poneva molti interrogativi. Tali interrogativi partivano dal fatto che gli adulti ricorrono all'analisi spinti dal malessere, mentre si riteneva che i bambini non avessero il senso della malattia e non sentissero il bisogno di essere aiutati.Nel 1920 Freud, osservando il gioco del nipotino Hernst (il gioco del rocchetto), arriva a formulare ulteriori riflessioni sul gioco come strumento trasformativo e dunque evolutivo per il bambino.Il rocchetto, assume per il bambino il significato di riparazione, va esso a trasformare un'esperienza dolorosa e frustrante (come l'assenza della madre), in un'esperienza
controllabile, che gli permette di reggere la separazione e la solitudine.Freud deduce quindi che, attraverso il gioco, il bambino può ripetere le esperienze dolorose ed elaborarle.Il discorso sul gioco fu poi sviluppato da Melania Klein la quale osservò direttamente il gioco dei bambini da un punto di vista psicoanalitico, modificando radicalmente la tecnica e rivisitando i concetti teorici.La Klein inizia ad interpretare non soltanto le parole, ma anche il gioco. L’adulto deve comunicare con il bambino attraverso lo stesso linguaggio.Il gioco è per il bambino un lavoro attraverso cui esso cresce ed alimenta il pensiero simbolico e lo spazio mentale.Per la Klein fu centrale il lavoro diretto con i bambini, studiando così le loro angosce, consce e inconsce. Tali angosce vanno a sconvolgere la tranquillità del bambino che ricorre all’attuazione di meccanismi di difesa primitivi come la scissione e l’identificazione.La tecnica del gioco è inseparabile dall'interpretazione, grazie ad essa la fantasia giocata viene narrata insieme per riconoscere la realtà. Per far questo è necessario guardare concretamente il modo con cui il bambino pensa e gioca. La Klein, prima di far iniziare il gioco usa la parola ed asseconda il bambino nelle sue fantasie.Riassumendo è possibile dire che il gioco non è solo divertimento ma un modo per conoscere l’ambiente esplorando ed eliminando l'angoscia, attraverso l’espulsione e la proiezione di contenuti angoscianti.
Dr.ssa Mariachiara Pagone




                                 Senza emozioni

Ci sono persone che vengono descritte nel linguaggio comune come fredde e distanti,secondo un linguaggio più tecnico tali persone hanno in realtà “una difficoltà ad esprimere le loro emozioni” tale comportamento prende il nome di Alessitimia cioè assenza di parole per le proprie emozioni.L’alessitimia è un tratto della personalità, seppur poco noto, esso mostra quanto importante sia riconoscere le proprie emozioni per mantenere un benessere psicofisico.La persona non reprime, inibisce o nega le emozioni, bensì non ha parole. Il soggetto alessitimico non riesce ad esprimere le proprie emozioni (Solano, 2001).Il concetto di alessitimia fu introdotto da Nemiah e Sifneos negli anni ‘70 per indicare un disturbo affettivo-cognitivo di persone che non avevano parole per le loro emozioni ed erano incapaci di dare nome ai loro stati affettivi.Il loro pensiero è razionale e scisso dal piano emotivo. Il sentire non riesce ad essere trasformato in parole e lascia dentro un groviglio di sensazioni senza senso.I soggetti alessitimici sono incapaci di contenere un affetto eccessivamente forte, esso viene così congelato e ad essere demolita è la rappresentazione verbale.Oggi grazie a recenti studi si parla non solo di incapacità espressiva delle emozioni ma di un «deficit di elaborazione cognitiva delle emozioni dovuto ad un arresto nello sviluppo delle funzioni di mentalizzazione» (Porcelli, 2004).L’alessitimia si ha spesso in comorbilità con altri disturbi (d. depressivi, ossessivocompulsivi, reazioni post-traumatiche e disturbi dissociativi) che appartengono ad un’altra categoria definita “disturbi della regolazione affettiva”. Tali disturbi riguardano l’incapacità di attivare specifiche risposte affettive da un punto di vista biologico e psicologico sia verso se stessi, sia rispetto ad altri (Caretti, LaBarbera, 2005). La regolazione affettiva non è altro che la capacità dell'individuo di usare affetti e stati emotivi appropriati nella relazione con gli altri.
Il bambino che durante il corso del suo sviluppo non riesce ad instaurare una adeguata regolazione affettiva, avrà ripercussioni sia sulla mente che sul corpo. Potrà esservi una dissociazione tra il livello fisiologico e il livello cognitivo-esperienziale. Oggi è possibile affermare che chi soffre di alessitimia ha una compromissione dell'espressione verbale e non verbale delle emozioni. Il soggetto non é in grado di manifestare segnali di sofferenza al punto tale che gli altri non potranno essere compassionevoli nei suoi riguardi.Le funzioni del cervello vengono costruite e modellate nell'interazione e nel rapporto con gli altri, così che i rapporti interpersonali possono facilitare o inibire la tendenza integrativa del cervello nei primissimi anni di vita dando un contributo fondamentale nel plasmare le strutture di base (Cartacci, 2006). Se ciò non avviene i bambini
avranno difficoltà ad acquisire le competenze necessarie per valutare il proprio mondo emotivo e per usarlo nel vivere sociale, avranno difficoltà a comprendere le emozioni degli altri e ad empatizzare con loro (Taylor, Bagby, Parker, 1999).Tra le componenti scatenanti dell’alessitimia c’è anche il trauma. Ovviamente l’alessitimia non appare sempre essere il risultato di eventi traumatici, ma piuttosto uno stile emotivo famigliare ( se un genitore si mostra emotivamente positivo nei confronti del figlio, questo può favorevolmente incidere e proteggerlo da un possibile sviluppo dell’alessitimia, anche se ha subito maltrattamenti o abusi dall’altro genitore Kooiman e al., 2004). Il bambino può superare la sofferenza del trauma se sa di poter condividere la sua paura, ma se rimane solo, troverà rifugio solo nella dissoziazione. I sintomi dissociativi permettono di alleggerire le esperienze emotive angoscianti per riportare un equilibrio emotivo (Briere, 2006).Saper percepire un'emozione e saperla manifestare è un segnale di equilibrio mentale ed é l'obiettivo della terapia in soggetti alessitimici.
Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                  Dopamina e creatività

Cosa determina la creatività delle persone? Alcune ricerche mostrano come la Dopamina sia una delle risposte a questa domanda. Sembra che, da un punto di vista neurobiologico, la dopamina
(neurotrasmettitore della zona mesolimbica - area centrale del cervello dove ha sede il cosiddetto “circuito della gratificazione”) stimoli il pensiero creativo. Ma come? Grazie alla positività. La dopamina è ritenuta responsabile dell’origine di stati d’animo positivi. Un suo effetto sta nel facilitare il flusso di pensieri, questo determina associazioni mentali e alimentata la fantasia. La dopamina da slancio alla creatività, ma un eccesso di essa può provocare pensieri deliranti.Nel 2009 Jaime Kulisevsky, ha segnalato insieme ai suoi colleghi dell’università di Barcellona, il caso di un pittore dilettante, affetto da malattia di Parkinson, ha maturato un nuovo stile pittorico dopo l’assunzione dei farmaci dopaminergici.L’impulso a creare lo assorbiva a tal punto che non riusciva a pensare ad altro se non alla pittura.Alcuni studi indicano un effetto della dopamina sulla creatività. Il neurotrasmettitore migliora la memoria di lavoro (Alice Flaherty, della Harvard Medical School) questo tipo di memoria ci agevola nello stabilire collegamenti mentali, un importante presupposto per “il pensiero originale” richiesto nell’attività creativa. Ovviamente la dopamina favorisce si il pensiero creativo ma deve esserci un buon supporto genetico favorente.In uno studio condotto dalla psichiatra Kay Redfield Jamison ( Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora) si è evidenziato come il rilascio di dopamina da parte dell’ipotalamo contribuisca alla creazione veloce di immagini
mentali che rendono visibile ciò che solo i creativi riescono a vedere.La dopamina è inoltre responsabile di atteggiamenti maniacali e schizofrenie, i quali vengono generati dallo stesso fluire di pensieri; il rilascio ha effetti diversi a seconda dei soggetti e del loro umore di base.Come afferma la stessa Dott.ssa Redfield Jamison, “tra i due stati d' animo potrebbe anche esserci una complementarietà”; ed ecco che fra genio e follia il confine non è poi così definito.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


                              Arte terapia e disabilità

La disabilità è un concetto difficile da stabilire.La definizione proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea come punto focale la sequenza che porta dalla menomazione all’handicap:
la menomazione è il danno biologico che una persona riporta a seguito di una malattia o di un incidente; la disabilità è l’incapacità di svolgere le normali attività della vita quotidiana a seguito della menomazione e l’handicap è lo svantaggio sociale che deriva dall’avere una disabilità.Nel momento in cui menomazione, disabilità ed handicap si incontrano è difficile pensare che ci sia spazio per l’arte.In Italia ci sono molti centri che si occupano di riabilitazione e di educazione di persone affette da patologie invalidanti riguardanti il piano psichico e il piano motorio. L’obiettivo generale di questi centri è quello di accogliere la persona, conoscere e monitorare le abilità residue in modo da accompagnarle lungo un percorso di vita individualizzato che incrementi il loro benessere e la loro autonomia.L’arte terapia si inserisce in questo contesto come un’attività autonoma, armonizzata all’insieme delle attività. Quest’ultima permette al soggetto di esprimere in maniera creativa i propri vissuti interiori e di esprimerli in maniera più veritiera rispetto al dialogo. Tale strumento da la possibilità, alla persona con difficoltà, di poter palesare all’esterno tutte quelle emozioni che con la parola non è possibile esprimere.Quando si parla di atelier pittorici e di laboratori espressivi in centri diurni, parliamo di attività nate per impiegare il tempo agli utenti, ma in realtà bisognerebbe guardarla più che come forma di intrattenimento, come percorso terapeutico vero e proprio.È attraverso la creazione artistica che la persona crea e si immerge in attività
rilassanti, le quali facilitano l’allontanamento dei conflitti interiori ed anche la loro risoluzione.Tale pratica espressiva da al soggetto la possibilità di sviluppare una maggiore autonomia, gli lascia scoprire le sue capacità nascoste ed è un approccio positivo alla vita ed alle situazioni. Grazie a tale pratica il soggetto migliora la relazione con l’altro.

Dr.ssa Mariachiara Pagone


           Potenziamento della memoria attraverso il sonno.

La memoria è una funzione psichica rivolta all'assimilazione, alla ritenzione e al
richiamo di informazioni apprese durante l'esperienza.Non esiste alcun tipo di nostra azione o condotta senza l’uso della memoria.La memoria è influenzata da elementi affettivi, oltre che dalle caratteristiche dell’informazione da ricordare. Questa funzione è un processo attivo ed automatico. Il
processo mnestico non è solo un semplice "immagazzinamento" di dati ma è anche un percorso dinamico di ricostruzione e connessione di rappresentazioni.Sigmund Freud agganciò la dimenticanza e l'oblio ai meccanismi di difesa (repressione e rimozione), mostrando il processo di allontanamento dei contenuti ostili, chetendono a rimanere inconsci.I processi mnestici più importanti sono di tre tipi:
• acquisizione e codifica utili alla ricezione e alla traduzione dello stimolo;
• ritenzione ed immagazzinamento dell'informazione in memoria per un determinato
tempo;
•recupero dell’informazione con riemersione a livello della consapevolezza
dell'informazione precedentemente archiviata, mediante "richiamo".
Ed il sonno?? Ha un ruolo nei processi mnestici?
Studi recenti mostrano effetti positivi del sonno sulla memoria, non solo negli adulti
ma anche nei più piccoli.Nei primi mesi di vita, i bambini trascorrono molto del tempo a dormire, in questi momenti il loro cervello non è inattivo anzi il sonno sembra svolgere un ruolo fondamentale
per rafforzare i ricordi appartenenti alla fase di sviluppo.Una ricerca pubblicata sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”, ha analizzato la capacità dei bambini con meno di un anno di mantenere un ricordo non verbale, cioè una sequenza di azioni.Gli studiosi si chiedono se un sonnellino migliori la memoria. La ricerca sembra confermarlo. I ricercatori hanno coinvolto due gruppi di bambini di 6 e 12 mesi, mostrando loro alcune azioni compiute da pupazzi di peluche e analizzando la loro capacità di imitare a distanza di tempo. L’imitazione ritardata è considerata dagli psicologi dello sviluppo una tappa importantissima per la crescita cognitiva dei bambini. In questo studio è stato mostrato come il fare un sonnellino nelle 4 ore successive all’apprendimento migliora la capacità dei bambini di ricordare le azioni, anche quando il test si verifica 24 ore più tardi. Il
gruppo di bambini che non ha dormito almeno mezzora nel primo intervallo di tempo non è infatti riuscito a ricordare le azioni dei pupazzi, anche se ha avuto modo di riposare durante la notte. L’importanza del sonno per l’elaborazione del ricordo è nota negli adulti, questa ricerca indica che anche nei bambini molto piccoli dormire è cruciale per consolidare alcune memorie.Ed ecco che il sonno permette il pieno sviluppo delle funzioni cognitive.
Dr.ssa Mariachiara Pagone



                La depressione dei genitori ha influenze sui figli

Nel momento in cui si parla di depressione si vuol indicare una forte e repentina caduta del tono dell'umore del soggetto.Se si vuol dare un senso clinico a questo termine esso indica una sofferenza ben più grave della tristezza tipica di certi periodi della vita. La Depressione infatti è caratterizzata da una profonda sofferenza accompagnata da perdita di interesse in ciò che prima dava soddisfazione. Tale sofferenza è accompagnata da sintomi fisici e da disturbi del pensiero.La persona si sente come “vuota” e incapace di gioire. Diventa difficile perfino arrabbiarsi, provare emozioni diventa un lavoro arduo. L’individuo percepisce la sensazione e i vissuti di una morte interiore, perdendo piacere per tutte quelle cose che prima lo rendevano felice, si ha anedonia ovvero incapacità di apprezzare
qualsiasi cosa.La Depressione è caratterizzata da infelicità e da malessere diffuso, il soggetto vive come se non ci fosse più una “via d’uscita”.Vorrei ora soffermarmi sull’argomento “depressione” scendendo nel particolare di quando a soffrirne sono i genitori e del cosa accade ai loro figli.
Quando le figure genitoriali (la madre o il padre) soffrono di un disturbo dell’umore, possono sviluppare dei comportamenti inadeguati nei confronti dei loro figli come ad esempio quello di non sorridere spesso e di non mantenere con il bambino un giusto contatto visivo, quando più questo accade, tanto più sarà difficile sviluppare nei più piccoli un attaccamento sicuro. Diventerà difficile per il bambino imparare ad esperire emozioni sane.I primi tre anni di vita sono un periodo importante e delicato per lo sviluppo del bambino e per i neogenitori.In uno studio del Northwestern Medicine ci si propose di indagare se e come le sofferenze dei genitori influenzino il comportamento dei più piccoli. Tali ricerche si rivolsero ad osservare la depressione post-partum delle madri e la depressione dei padri. Questo studio infatti dimostrò che un padre depresso può determinare le stesse conseguenze, comportamentali ed emotive sul figlio, di una madre depressa.Le emozioni sia paterne che materne influiscono sui bambini. La depressione cambia il modo in cui le persone vanno ad esprimere le emozioni e questo può determinare cambiamenti del comportamento.Fisher, autore dello studio, ha raccolto dati su circa 200 coppie di genitori con figli di 3 anni di età che avevano partecipato, al momento della nascita dei rispettivi bambini, ad uno studio sulla depressione.
In questa ricerca sono state prese informazioni sui livelli di depressione genitoriale, sulla qualità della relazione tra i partner, i comportamenti interiorizzati dei bambini (tristezza, ansia, agitazione/nervosismo) e i comportamenti esternati (comportamenti negativi, aggressività, violenza, tendenza a mentire).I risultati mostrano che i livelli di depressione di entrambi i genitori erano,
singolarmente associati ai comportamenti interiorizzati e esteriorizzati dei figli.I questionari mostrano inoltre che le caratteristiche della depressione post-partum si manifestano appena dopo la nascita del bambino e possono persistere per tre anni.Tali segni possono ripercuotersi sui figli molto più di quanto determinerebbero due genitori in conflitto.L’importanza di questo studio e di studi simili mettono in risalto il ruolo paterno riservando ad esso la stessa attenzione e importanza di quello materno.Indispensabile è seguire la coppia genitoriale in questa fase così difficile per sviluppare interventi efficaci e tempestivi.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                      Identità di genere

L’adolescenza è la fase di sviluppo che si estende dalla pubertà ai 18-20 anni. Studi attuali mostrano come la massiccia esposizione a stimoli erotizzanti sta abbassando l’ingresso nella pubertà a 9-10 anni. Seppur si ha un ingresso prematuro alla pubertà i fenomeni socio-economici ritardano l’uscita dei giovani dalle famiglie, questo fa dilatare il periodo dell’adolescenza, per cui attualmente l’adolescenza può durare fino ai 30 anni di età.L’adolescente si muove tra sentimenti di omologazione e pulsioni all’autonomia. E’ proprio in tal senso che il gruppo di coetanei esercita un ruolo di rilievo nella costruzione dell’identità.In questa fase della vita un aspetto fondamentale è lo sviluppo di sé. Si ha una maggiore maturità intellettiva che rende l’adolescente interessato e critico verso il proprio ambiente di vita.Durante le fasi di sviluppo che precedono l’adolescenza il fanciullo si identificava con persone della sua esperienza concreta, ma successivamente la scelta dell’oggetto è molto più complessa.Nell’adolescente le pregresse memorie vengono filtrate alla luce di un proprio senso di identità, in formazione.La neuropsicologia distingue la personalità: l’insieme di caratteristiche acquisite sulla base di condizionamenti che “mascherano” la realtà dell’individuo;
l’identità: ricerca di appartenenza ad un gruppo o sistema sociale per essere riconosciuti e accettati;
l’individualità: caratteristiche proprie. Il soggetto integra il proprio Io al Sé, ovvero non rinuncia alle proprie peculiarità e finalità. Il soggetto tende ad armonizzarle alle richieste ambientali.L’adolescenza mette in discussione l’intero sistema di valori acquisito tramite il processo di socializzazione.
Affinché questa fase di crescita e di individuazione possa aver luogo in serenità è fondamentale che durante le prime fasi di sviluppo del bambino ci siano stati sani processi di attaccamento. 4 sono gli stili di attaccamento, ognuno con conseguenze sullo sviluppo dell’individuo: l’attaccamento sicuro costituisce la forma più adeguata (madri responsive e rispondenti ai bisogni materiali ed emozionali del neonato);l’attaccamento ansioso-evitante è esperito da bambini che hanno madri poco
responsive e rifiutanti;l’attaccamento ansioso-resistente avviene con madri imprevedibili e
incoerenti, discontinue nei segnali che inviano al bambino;l’attaccamento disorientato-disorganizzato, tipico di madri spaventate e spaventanti, a causa di pregressi traumi non risolti (lutti, violenze, abusi sessuali).Ad ognuna di queste forme corrisponderà durante l’età adulta ad una specifica
personalità e una corrispettiva identità sessuale, insieme a diverse esigenze relative alla condotta sessuale.Le cure, le carezze, il calore e il tono del corpo materno attivano nel neonato e nel bambino i recettori del piacere, che consentono ad esso di confermare la sicurezza derivante dal supporto materno ed il piacere corporeo.Ed è così che assume importanza la sessualità. Essa rappresenta un pilastro per la costruzione della personalità. L’individuo non è in equilibrio se non ha una percezione corretta della propria identità sessuale.Questa si costituisce attraverso un lungo periodo che parte dalla vita intrauterina ed arriva fino all’adolescenza.Esistono diversi momenti nell’ontogenesi dell’identità sessuale ma non sono sufficienti a stabilire l’identità sessuale, alla cui formazione concorrono anche: la maturazione somatica, l’acquisizione di identità di genere e la percezione del sesso psicologico (nell’adolescenza).
In questo periodo si hanno le 4 possibili tipologie di identità, tutte riferite all’autopercezione e rafforzate dall’attrazione verso un possibile partner:identità di tipo eterosessuale; identità di tipo omosessuale; identità di tipo bisessuale e identità di tipo transessuale.Lo sviluppo sessuale avviene attraverso il progressivo divenire dei BISOGNI ai quali il soggetto deve avere risposte adeguate se ciò non accade, la mancata soddisfazione, provocherà notevoli disturbi sia a livello dell’identità sessuale, sia, più in generale, nell’ambito della sua intera personalità.L’identità di genere e’ basata su ricchi e articolati vincoli esistenti tra mente e corpo. Specifiche aree del corpo acquistano un senso mentale soprattutto in ordine alle stimolazioni che ricevono.
L’unica cosa di cui si è certi è che l’omosessualità non è una malattia, ma semplicemente una variante normale della sessualità umana.
Dr.ssa Mariachiara Pagone



                     Anziani e Stimolazione Cognitiva

Si è assistito negli ultimi anni ad un invecchiamento progressivo della popolazione, questo ha determinato un aumento non solo di malattie cardiovascolari e metaboliche ma ha soprattutto determinato l’aumento di malattie neurodegenerative.
L’incremento esponenziale della popolazione anziana non autosufficiente sta diventando un allarme sociale ecco perché è fondamentale potenziare le abilità cognitive di questi soggetti.
Tra gli interventi utili per le malattie neurodegenerative c’è la stimolazione cognitiva, tale intervento è finalizzato al mantenimento delle abilità residue e al rallentamento della perdita funzionale determinata dalla patologia degenerativa.
La Demenza è una sindrome che determina il decadimento cognitivo coinvolgendo funzioni cerebrali come memoria, linguaggio, orientamento spazio temporale, attenzione e programmazione. Si ha una compromissione del soggetto al punto da rendere difficile lo svolgimento di qualsiasi attività quotidiana, ciò va a compromettere le relazioni sociali e familiari.
Ricerche recenti delle neuroscienze hanno sottolineato la plasticità del cervello, tale plasticità da la possibilità di ri-compensare determinati deficit causati da alcune aree cerebrali compromesse, attraverso una ri-organizzazzione dell’area coinvolta. Tale riorganizzazione si determinerebbe grazie all’aumento delle dimensioni neuronali, all’aumento di ramificazioni dendritiche e da stimolazioni specifiche e mirate che contribuiscono all’attivazione di determinate connessioni.
Questo effetto definito neuroprotettivo elicita un processo di accumulazione, una riserva strutturale e funzionale grazie al quale le strutture cerebrali superiori riescono a lavorare adeguatamente nonostante la degenerazione.
Interventi regolari di stimolazione cognitiva rinforzano le capacità cognitive residue e compensano quelle meno attive. Il potenziamento cognitivo incide positivamente sull’umore e sulla motivazione personale.
Per stimolazione cognitiva si intende un intervento specifico che va a massimizzare le funzioni residue attraverso l’uso di risorse interne ed esterne che migliorano l’autonomia del soggetto.
Tra gli interventi possibili c’è la ROT (terapia di ri-orientamento nella realtà) essa va a modificare comportamenti scorretti, fa diminuire l’isolamento sociale e va a rafforzare tutte quelle informazioni relative all’identità, al contesto e alla storia del soggetto. Si ha anche un altro metodo “Validation” che ha un’ impronta psicoanalitica, esso permette di verbalizzare e condividere sentimenti incrementando l’interazione sociale e motivazionale potenziando l’autostima del’individuo.
La Stimolazione Cognitiva altro non è che un intervento finalizzato al benessere complessivo della persona.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                                 Fobia Sociale

Tutti noi proviamo un po’ d’ansia nelle situazioni sociali, anche le persone più estroverse. Questo è perfettamente normale.
Un livello d’ansia moderato serve ad affrontare una performance, restando reattivi alla situazione. Il problema è che ci sono persone che per paura del giudizio degli altri presentano difficoltà a svolgere tutte le attività, anche le più comuni (come prendere un autobus o fare scopping). In questi casi si parla di fobia sociale.
Quando le paure includono la maggior parte delle situazioni sociali si parla di fobia sociale generalizzata, mentre si definiscono specifiche quando si presentano in modo acuto per situazioni particolari e ben definite come in occasione di un esame o di un colloquio per un’assunzione.
Quando la fobia sociale è generalizzata si può avere anche una diagnosi addizionale di Disturbo Evitante di Personalità.
Alcune delle situazioni temute sono il parlare in pubblico, mangiare in pubblico, sentirsi osservati o iniziare una conversazione.
Tale quadro si presenta tipicamente durante l’adolescenza, ma può anche capitare dopo aver vissuto un forte imbarazzo in presenza di altri. Questo problema se non affrontato, può portare ad un evitamento completo delle situazioni sociali, inducendo il soggetto all’isolamento. Le persone hanno paura di apparire stupide e non riescono a crearsi delle amicizie, cosi possono anche adattarsi ad un lavoro noioso al di sotto delle loro potenzialità. Nei casi più estremi il timore degli altri porta a diventare degli eremiti, silenziosi e isolati, che vivono chiusi in casa, non hanno un lavoro e devono essere aiutati dai servizi sociali.
Chi soffre di ansia sociale ha paura di essere al centro dell’attenzione, di esporre le sue debolezze e di essere giudicato negativamente.
Tale patologia si presenta anche nel bambino. L’ansia si può manifestare con pianto, scoppi d’ira, irrigidimento ed evitamento delle situazioni sociali. Nei soggetti ci può essere l’assenza di consapevolezza del fatto che la paura è eccessiva e irragionevole.
I soggetti che hanno abilità sociali deficitarie vanno incontro ad una serie di insuccessi nelle relazioni sociali, che generano aspettative e pensieri negativi rispetto alle situazioni sociali in generale; tali pensieri provocano, a loro volta, ansia e desiderio di evitare il più possibile i contatti con gli altri e questo non fa altro che peggiorare le abilità sociali del soggetto. Si innesca, così, un circolo vizioso.
Il trattamento consigliato per le Fobie è di tipo psicoterapeutico. E’ importante che, all’interno della relazione terapeutica, il paziente aumenti la propria consapevolezza rispetto alle cause del disagio, rispetto a cosa esso gli stia suggerendo riguardo alla propria vita e al proprio modo di “essere nel mondo” in modo da poter migliorare e rafforzare il senso di Sè, la responsabilità, la fiducia nelle proprie possibilità e capacità di scelta. E’ fondamentale che, nello spazio protetto della terapia, il paziente dia significato alla fobia e all’oggetto o alla situazione che scatenano il disagio.
Altro strumento utile nel trattamento è l’arte terapia perché quando si ha difficoltà a comunicare e si ha una forte ansia questo strumento è davvero efficace.
L’arte terapia offre spazi protetti dove è possibile favorire la comunicazione e la discussione. Il soggetto può esprimere così i suoi conflitti riconoscendo le sue emozioni che li hanno generati e aiuta a trasformare queste energie, canalizzandole.
Il terapeuta accompagna il paziente e lo sostiene quando deve far fronte alle sue pulsioni, alla sua aggressività, all’ansia, fornendogli anche dei nuovi strumenti di integrazione sociale.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


                     Paura di Parlare? Paura di Parlare!

Il mutismo selettivo è un disturbo ansioso infantile poco conosciuto. Tale condizione porta il bambino ad una incapacità nel parlare in alcune situazioni sociali.
Il suo linguaggio appare corretto a casa ed anche con alcuni coetanei il problema subentra in altre situazioni sociali dove il bambino resterà silente. Tale quadro patologico è stato descritto per la prima volta da Kussmaul più di 100 anni fa che lo chiamò “aphasia voluntaria”. La letteratura in merito all’argomento appare scarsa.
Il termine “Mutismo Elettivo” fu coniato nel 1934 da Tramer per descrivere un preciso aspetto di alcuni bambini che utilizzano il linguaggio esclusivamente in ambito familiare. Questo termine è ancora usato ma è generalmente sostituito da "Mutismo Selettivo".
Wilkins (1985) ha distinto il mutismo elettivo persistente, molto raro, dal mutismo elettivo transitorio, più frequente, collegato spesso all'ingresso nella scuola materna. Secondo una visuale psicoanalitica, Lesser-Katz fa risalire il mutismo elettivo alla fissazione o regressione allo stadio evolutivo precoce della "paura dell'estraneo". La reazione all'estraneo viene espressa con un rifiuto continuo di parlare nonostante il linguaggio sia ben sviluppato. Nella ricerca psicoanalitica il mutismo elettivo è visto anche come una negazione della separazione, una manovra difensiva primitiva e massiccia che si oppone al processo maturativo che va verso la separazione-individuazione.
Non ci sono cause organiche alla base del fenomeno ma è possibile rintracciare una comorbilità con altre patologie.
I primissimi sintomi sono un’eccessiva timidezza ed il rifiuto di parlare in alcune situazioni specifiche. L’età di esordio è nei primi anni di vita ma lo si riconosce
solitamente solo con l’ingresso alla scuola elementare. Tale disturbo consolidandosi, si irrigidisce al punto da rendere complesso il suo destrutturamento.
La maggior parte dei bambini, con Mutismo Selettivo, ha una predisposizione per i disturbi d’ansia. Situazioni ambientali particolarmente stressogene possono incrementare tale condizione.
Circa il 90% dei bambini con MS risponde ai criteri diagnostici del DSM-IV della fobia sociale.
Ma cos’è la fobia sociale?
La fobia sociale è una paura persistente del soggetto rivolta a situazioni e prestazioni sociali.
I bambini con mutismo selettivo vivono e si sentono come se stessero su di un palcoscenico. Tale caratteristica si evidenzia dal comportamento impacciato del bambino nel momento in cui l'attenzione è rivolta verso di se. I bambini tendono a girarsi altrove, abbassano la testa, si nascondono e generalmente cercano qualcosa con cui giocherellare. Il loro atteggiamento appare agli occhi dell’altro come se il bambino ignorasse l’altro ma in realtà il bambino è semplicemente ansioso ed impaurito al punto tale da assumere un atteggiamento evitante.
Il trattamento per il mutismo non è standard in quanto esso si origina da molteplici fattori psicologici. Inizialmente veniva rivolta un’importanza sostanziale ai trattamenti logopedici, mentre attualmente l’approccio più efficace appare essere quello che va a diminuire l'ansia, ad aumentare l'autostima e il senso di sicurezza nelle situazioni sociali. Tra le tecniche più usate c’è quella ludica. Il bambino viene aiutato a comprendere le proprie emozioni e a gestire quelle negative attraverso il disegno e il gioco.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


                   Crisi di identità e disoccupazione

Oggi giorno perdere il lavoro è un fenomeno non più così raro. Il concetto di disoccupazione rimanda ad un’assenza di denaro che determina una insicurezza nel vivere. In realtà la disoccupazione è molto di più, infatti perdere il lavoro significa perdere il proprio ruolo di lavoratore all’interno della società. Questo fenomeno ha conseguenze molto importanti sulla persona, spesso molto più gravi dell’assenza di denaro. Il soggetto costruisce la sua persona e la sua identità anche sulla base del lavoro svolto, il quale gli permette di ricoprire un ruolo all’interno della società in cui vive.
Questo fa si che la perdita del lavoro va ad incidere sia sul ruolo sociale che sull’autostima del soggetto. I vissuti diventeranno tanto più intensi, tanto quanto elevata è l’identificazione, l’attaccamento al lavoro e al ruolo perso.
I vari ruoli che si vanno a ricoprire come quello del lavoratore, del figlio, del genitore ecc., devono essere in costante equilibrio. Tali equilibri diventano cedevoli nel momento in cui il lavoro viene perso.
Tutto questo porta allo sviluppo di reazioni molto diverse tra cui l’incredulità che determina nel soggetto un profondo stato di confusione. L’impatto su se stessi e sulla percezione che si ha di sé, varia da persona a persona.
Studi hanno mostrato che il malessere si riduce in tutti quei paesi in cui si da un sostegno materiale al lavoratore, mentre negli stati in cui si va a stigmatizzare il lavoratore che non riesce a trovare una nuova occupazione, si osserva come il soggetto va a vivere una condizione emotiva di perdita, colpevolizzandosi. Questo determina episodi depressivi che possono sfociare in diversi disturbi dell’umore.
Quando a perdere il lavoro è l’uomo esso va incontro ad una vera e propria crisi di identità di genere.
Nonostante le infinite difficoltà che si riscontrano è possibile trovare, in sé, le giuste risorse per affrontare tale dolore.
La cosa migliore in questi casi è quella di farsi sostenere da uno psicologo professionista. Se ciò non fosse possibile cosa possono fare le persone per resistere a questi eventi negativi?
La prima cosa da fare è riflettere su come l' assenza di lavoro, possa offrire la possibilità di riscoprire parti di noi sconosciute. Bisogna inoltre non isolarsi, non passare troppo tempo da soli su internet inviando curriculum, ma cercare di svolgere tutte quelle attività che anche se non portano entrate economiche, tengono il soggetto in relazione con gli altri; può trattarsi di volontariato, sport all'aperto e qualsiasi altra cosa che non abbia un costo, ma che sia in grado di mantenere ed allargare la nostra rete sociale.
Dr.ssa Mariachiara Pagone



             Adolescenza: tra aggressività e devianza.

L’adolescenza è quel periodo che si colloca tra i 10 e i 18 anni, a cavallo tra la conclusione dell’infanzia e il momento dell’inserimento nel mondo adulto. Attualmente, l’ arco di tempo si mostra più ampio e sfiora i 25 anni di età.
Durante questo periodo il ragazzo si trova di fronte a cambiamenti fisici e alla definizione e al mantenimento delle relazioni con gli altri, anche se ancora non ha la piena capacità di padroneggiare tutti gli strumenti necessari a tale scopo.
Coesistono il desiderio di autonomia e quello d’indipendenza. L’adolescente ha come meta principale quella di trovare la propria identità. In questo periodo confluiscono diversi fattori che interagiscono fino a definire una tappa fondamentale nel processo di organizzazione della personalità.
Sviluppano, i giovani, sentimenti di ambivalenza verso se stessi, verso i genitori e verso gli altri.
In questo processo di crescita l’adolescente pone sé stesso al centro delle proprie aspettative. Il suo desiderio è quello di sentirsi gratificato da atteggiamenti di fiducia da parte degli altri, soprattutto da parte dei genitori. Tale esigenza è quasi sempre frustrata dall’atteggiamento iperprotettivo di quest’ultimi, che seppur involontariamente tendono a mantenere uno stretto controllo sulle azioni dell’adolescente. Questo comportamento è vissuto come scarsa fiducia nei loro confronti. Tutto questo va a determinare l’affermazione esasperata della loro autonomia con il conseguente insorgere di comportamenti contrapposti rispetto a quelli dei genitori che arrivano fino alla rivalsa.
E’ con atteggiamenti di sfida che l’adolescente si pone nei confronti dei genitori.
Il gruppo dei coetanei acquista una rilevanza per la vita sociale dell’adolescente e per l’affermazione del suo sé. Nel gruppo, l’adolescente fa esperienze sociali, scopre ruoli e relazioni.
L’immagine che egli ha di sé, è in gran parte determinata dai legami con il suo gruppo di riferimento. Può capitare che il gruppo autorizzi comportamenti che sono al limite delle regole morali e sociali.
E’ indispensabile fare delle differenze qualitative tra i gruppi.
L’aggressività infatti non è di per sé negativa. La parola significa “andare verso”, avvicinarsi ad una meta, ma nella nostra cultura tale definizione assume una coloritura diversa.
Nel tentativo di contenere la violenza, di cui l’aggressività è solo una manifestazione, si ha l’inibizione di tale forma di “emozione-movimento” ciò va a determinare la rabbia, suscitata dalla frustrazione e dalla proibizione.
La repressione della rabbia, è più pericolosa dell’aggressività. Porta al rancore che esplode in gesti di inaudita violenza.
L’adolescenza è un quadro composito di aggressività, paura, dubbio, certezza e non è altro che il momento della vita necessario per arrivare alla propria auto-affermazione.
Dr.ssa Mariachiara Pagone




                               L’arte per fronteggiare lo stress.
                                   Oncologia e musicoterapia


L’arte-terapia è considerata una tecnica riabilitativa e di sostegno, efficace, per chi soffre di disturbi psicologici. Si inizia ad osservare come sia uno strumento utile per migliorare la qualità della vita dei malati di cancro.
Sempre più medici e pazienti credono al valore curativo della pratica artistica utile nel trattamento della sofferenza psicologica che tipicamente accompagna i malati oncologici.
L’arte, spiegano gli specialisti, è un mezzo utile alla riapertura di canali comunicativi.
La dr.ssa Carla Ripamonti, (responsabile del laboratorio di arte-terapia dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano, attivo dal 2003) dice “Non si vince la battaglia contro il cancro se si ignorano i suoi riflessi sulla psiche. Di fronte alla malattia, il senso dell’esistenza viene bruscamente messo in crisi: scopriamo di essere mortali e vulnerabili e ciò che spesso prende il sopravvento è un grande senso di solitudine, di paura, a volte persino di rabbia. Per questo non bastano l’intervento chirurgico, la chemio o la radioterapia”.
L’oncologa prosegue dicendo ”Disegnare, dipingere, ascoltare musica, lavorare la creta, danzare, cucire… aiutano ad affrontare meglio la malattia. I pazienti scelgono liberamente l’attività che preferiscono e vengono assistiti da un operatore qualificato nell’uso terapeutico di quella determinata forma artistica. Lo scopo è
quello di far emergere le sensazioni e dar sfogo a quelle negative: per questo serve personale specializzato ed il sostegno di uno psico-oncologo”.
Ricerche hanno documentato che i malati avvertono meno il dolore durante l’attività artistica con una generale riduzione del consumo di analgesici, diminuisce inoltre la nausea anticipatoria.
Le arti terapie migliorano l’umore, la “musico-terapia” è un valido mezzo di rilassamento, la “danza-movimento” contribuisce a far recuperare il senso del proprio corpo in chi soffre dei cambiamenti fisici legati al tumore, l’ “arte terapia a mediazione plastico pittorica” fa si che la persona entra in contatto con le sue sofferenze e da ad esse forma e colore accettabili per poterle elaborare.
L’arte-terapia aiuta i pazienti oncologici ad alleviare lo stato d’ansia e di panico che talvolta li opprime, perchè la distrazione e l’investimento concreto su attività che li mettono in gioco, permettono di allontanare la mente dal pensiero ossessivo della malattia.
I vantaggi non sarebbero limitati ai soli pazienti ma i laboratori artistici possono essere uno strumento utile anche per il personale medico-infermieristico, con lo scopo di ridurre lo stress e per i familiari dei malati, sottoposti a pressioni emotive continue.
Uno sguardo deve essere rivolto anche ai giovani pazienti oncologici che si trovano di fronte a questa realtà. Importante è per loro esplorare ed esprimere pensieri ed emozioni. La mediazione con le arti terapie aiuta nell’affrontare al meglio il percorso della malattia.
Un valido aiuto in questo senso arriva dalla musicoterapia. Si ricorda uno studio pubblicato da Joan Haase, esperta dell'Università dell'Indiana, sulla rivista Cancer ha infatti dimostrato come i fattori protettivi associati alla musica “influenzano il modo in cui gli adolescenti e i giovani affrontano la malattia, acquisiscono speranze e trovano un significato nel mezzo del loro viaggio nel cancro”. Ella ha portato avanti uno studio con 113 pazienti di età compresa tra gli 11 e i 24 anni, i quali sono stati coinvolti in un programma di musicoterapia. A 3 mesi circa di distanza dalla partecipazione al progetto i ragazzi hanno dichiarato di percepire miglioramenti sia nella comunicazione con i familiari, sia nei rapporti con gli amici.
La musicoterapia ha consentito a giovani e adolescenti di sviluppare una maggiore resilienza nei confronti della malattia, aiutandoli ad affrontarla al meglio.
Le arti terapie sempre più si mostrano uno strumento utile nella cura della persona. Tale mediazione va a migliorare il benessere psicofisico del soggetto in qualsiasi momento della sua vita.
Dr.ssa Mariachiara Pagone



                   Corpo come strumento di comunicazione

L’uomo sin dalle sue origini ha modificato il suo corpo attraverso pratiche che appartengono a religioni e culti diversi. Nel tempo queste pratiche sono state considerate fuori legge ma alcune, come il tatuaggio facciale praticato dai capi maori in Polinesia, sono tornate lentamente e clandestinamente in auge.
Mentre in passato queste pratiche erano tipiche delle tribù, oggi affascinano i paesi occidentali. La forma più comune è il tatuaggio. Con il tempo stanno nascendo forme sempre nuove per marchiare il proprio corpo ad esempio faccio un accenno alla tecnica del farsi incidere con il bisturi il disegno.
Le origini del tatuaggio sono antichissime. Il termine deriva da “ta-tau”, che in polinesiano significa “segno sulla pelle”, ed è stato introdotto in Europa nel Settecento da James Cook. Per le popolazioni primitive, tatuarsi non ha nulla di trasgressivo, è anzi un segno di integrazione sociale. I maori della Nuova Zelanda usavano tatuarsi il viso in segno di distinzione di rango. Il tatuaggio non è altro che un’affermazione visibile di sé. Non è altro che un mezzo per portar fuori ciò che altrimenti resterebbe dentro. Da forma al pensiero, un pensiero inciso sulla pelle. Parla della parte più intima e personale di noi.
Oggi viviamo in una società in cui le differenze sociali sono poco tangibili, è così che il tatuaggio aiuta a riconoscersi come parte di un gruppo permettendo di esprimere la propria interiorità.
In base all’età del soggetto cambia anche il significato che si da al tatuaggio. Per gli adolescenti, il tatuaggio può essere un modo per affermare una personalità ancora in via di costruzione, per un adulto che invece possiede una personalità ben strutturata la scelta risponde al desiderio di fermare il tempo ad un momento della vita in cui è ancora possibile trasgredire. In passato sembrava dare sicurezza al soggetto, oggi sembra un modo per esorcizzare la paura, l’insicurezza e la solitudine.
Non è un caso che nella nostra società in cui la tradizione, la famiglia e la comunità, sono in crisi si va a privilegiare l’immagine tribale. Un grande significato psicologico deve esser dato al posto in cui vien fatto il tatuaggio. Un tatuaggio fatto su una zona del corpo visibile, da al disegno una sorta di dimensione pubblica, rispetto invece a quello disegnato su una parte intima e riservata a pochi.
Oggi le pratiche di decorazione vanno dal tatuaggio al piercing all’impianto sotto pelle fino ad arrivare ad una vera e propria deturpazione di sé.
È possibile che ci si rifiuta a tal punto da voler cambiare completamente se stessi?????
Lo spunto interessante di queste tecniche è che sembra che il corpo sia divenuto l’ultima frontiera dell’identità, quella soglia che ci permette di proclamare o cancellare ciò che siamo.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                   Il dolore del parto


In questi giorni insieme alle mie colleghe dell’Associazione di Promozione Sociale “La Diosa” ci stiamo battendo per evitare la  chiusura del Punto Nascita  nel presidio Ospedaliero di Sulmona. Il punto nascita è indispensabile per questo territorio e per assicurare sicurezza e tranquillità alle mamme.
Per far questo abbiamo iniziato a far girare sul web un video che tutti possono guardare ed ascoltare…
Una lettera appello di un bambino che sta per nascere.https://www.youtube.com/watch?v=BOHj-HRvY4s
Vorrei così dedicare questo articolo all’importanza del parto e al dolore che lo accompagna.
Il parto si caratterizza come l’unico evento fisiologico che seppur doloroso è compensatorio in quanto porta in sé la nostalgia di ripeterlo. La cosa appare paradossale poichè la donna per dare alla luce un altro essere umano, deve subire un attacco al corpo da parte del suo bambino. Il parto è così una lotta tra autoconservazione e abbandono.
Il travaglio ha una caratteristica importante: l’intermittenza. Si intervallano fasi di contrazione a quelle di rilassamento;  in questo momento, infatti, la ritmicità è per la donna e per il  bambino una guida protettiva. Il movimento è la risposta ideale che la donna deve avere rispetto al dolore; assumerà posizioni antalgiche così da sentire una minor compressione e resistenza, proteggendo sé stessa, da danni al bacino, al collo dell’utero e proteggendo il bambino da una eccessiva compressione della testa. L’intermittenza, inoltre,  consente alla la donna a innescare una cascata ormonale : il rilascio di adrenalina, ossitocina ed endorfine  la aiuteranno a tollerare il dolore e la condurranno ad uno stato alterato di coscienza (fase dilatativa).
Il livello di endorfine prodotte consentirà  alla donna di accogliere con gioia il bambino: terreno  ormonale adatto per un “ innamorato”.
Il dolore è un  indicatore di funzioni psichiche:
⦁     prima di tutto spinge la donna alla separazione dal bambino,
⦁    la mette dinanzi all’ineluttabilità della nascita ed al suo compito.
Riporto le parole della dr.ssa  Schmid: “il dolore segna il tempo e il tempo nei processi di separazione è importante e individuale”. È così che un buon dialogo tra i due “madre e bambino” aiuterà il processo di separazione e ridurrà il tempo e l’intensità del travaglio.
Il dolore assume valore trasformazionale. La donna  deve mettere in moto tutte le sue risorse emotive per affrontare il dolore. Diventa questa  occasione per ricontattare antiche ferite. Il dolore le permette di scoprire le sue possibilità fino al momento del superamento dei propri limiti personali. La donna rimodella profondamente sé stessa sotto vari aspetti: fisico, emotivo, cognitivo, relazionale, sociale.
Il dolore, inoltre, va a stimolare energie sessuali , pertanto per la donna partorire è una potente espressione della propria femminilità. Clarissa Pinkola Estés scrive in merito a questo che “partorire é l’equivalente psichico di divenire sé stesse”.
 Fatta eccezione per i casi che necessitano effettivamente di precisi interventi medico-chirurgici, si possono preparare le donne al travaglio ed al parto fornendo loro diversi strumenti di contenimento del dolore, affinché questo resti nella sua portata fisiologica e non venga amplificato dalla paura e dalla tensione.
Importante per la donna, nel particolare momento del travaglio, è potersi sentire ascoltata. Il parto mette in circolo molte energie, riporta in contatto con il proprio parto, con le proprie disconnessioni più profonde. Fondamentale è stare accanto alla donna in questo momento così delicato ma al contempo energetico.
Vorrei suggerire la visione di un film toccante, “La storia del cammello che piange” di B.Davaa e L.Falorni, bell’esempio dell’importanza del contenimento affettivo per ristabilire una buona relazione tra la mamma ed il suo piccolo appena nato, dopo un parto molto sofferto da parte di entrambi.
Vorrei inoltre ricordare un piccolo libro, “Per una nascita senza violenza” di Leboyer, in esso  il parto è descritto dal punto di vista del bambino . L’autore propone un approccio finalizzato al recupero del “parto come momento di amore” e non soltanto di efficientismo ospedaliero.

Dr.ssa Mariachiara Pagone



               Genitori adottivi: un compito difficile

Si sente spesso parlare di adozione e dei problemi legati a questa scelta. Affetto e cure adeguate non sempre sono sufficienti in quanto si ha a che fare con problematiche diverse rispetto alla naturale genitorialità. La prima differenza è che il bambino adottato porta con se esperienze di separazione, abbandono e perdita.
Il bambino per crescere come individuo autonomo, dotato di sicurezza, ha bisogno di sentirsi amato, protetto e incoraggiato a differenziarsi come persona autonoma.
L’amore è per il bambino un bisogno essenziale, la sua mancanza provoca ferite dolorose. Le esperienze dolorose legate alle carenze affettive hanno una forte incidenza sul bambino determinando tratti depressivi, sensi di colpa, incapacità a controllare tensioni, fragilità emotiva e sfiducia non solo verso se stesso ma anche verso gli altri. Tutti questi aspetti vanno a determinare in questi bambini crisi identitarie, difficoltà negli apprendimenti, disturbi ansiosi e isolamento.
La disponibilità del genitore permetterà al bambino di accettare la realtà. La diversità esistente deve diventare un punto di forza insegnandogli ad accettare le sue origini, la sua cultura e il suo paese di provenienza.
È indispensabile che la coppia genitoriale prenda consapevolezza delle esigenze reali del bambino non dimenticando il suo vissuto e la sua storia. I genitori dovranno distaccarsi dall’immagine fantasmatica costruita in loro. Se ciò non avviene l’incontro rischierà di essere fallimentare perché non conforme alle loro aspettative. E’ proprio per questo che i genitori
adottivi devono essere preparati adeguatamente in modo da accogliere in modo maturo e sensibile l’altro.
Un primo tradimento che la coppia fa al bambino è il cambio del nome, come se volesse cancellare il passato scomodo. Questo potrebbe costruire un “falso sé”. Il compito dei genitori è invece quello di dare una continuità all’identità del bambino. Portando con se i vissuti di perdita. Saranno bambini che non hanno sviluppato un legame di attaccamento sicuro necessario per uno sviluppo armonico della personalità ed è per questo che si deve accudire con incondizionato amore.
Il bambino porterà con se dei bisogni:
- Essere accettato e voluto al di la del suo comportamento che può essere negativo;
- essere smentito dalla convinzione che lui è cattivo e dunque punito;
- essere amato e non abbandonato.

L’adozione ha successo se il bisogno della coppia si trasforma in forte e sincero desiderio di dare amore.
I bambino può reagire in diversi modi ai nuovi genitori:
- innamoramento a prima vista con paura di staccarsi;
- scruta e provoca l’altro;
- attaccamento solo a uno dei due membri.

Qualsiasi sia il suo atteggiamento, bisogna accettare lui, la sua storia e ciò che ne consegue. Solitamente i bambini che si chiudono in se stessi aggrediscono i genitori per paura di essere nuovamente rifiutati.
La cosa importante è che anche i genitori adottivi hanno alle spalle traumi dolorosi: la sterilità. Per questo motivo la via di uscita è cercare di far incontrare i due dolori, di comunicarseli a vicenda, in modo che scontri e conflitti possano essere elaborati insieme.
L’errore più grande dei genitori sta nell’offendersi quando il figlio mette in evidenza il fatto di non essere nato da loro. Padri e madri devono far capire che anche loro hanno sofferto per non essere stati capaci di dare alla luce un figlio, ma che hanno trovato in lui quello che desideravano.
A volte i figli adottivi vivono periodi in cui assumono comportamenti aggressivi e antisociali. In queste fasi è necessario comprendere le ragioni per cui questi atteggiamenti si stanno manifestando. È importante il dialogo e l’ascolto dei dubbi non dimenticando di accettare
quella parte di vita precedente all’incontro con i genitori adottivi, che seppur breve e piccola, ha rappresentato una grosso trauma.
L’idea dei genitori naturali deve essere presente sia nei figli sia nei genitori adottivi affinché si possa costruire una storia di vita affettiva mentale comune.
Alcune volte è sufficiente la comprensione e il tempo che va a cicatrizzare le ferite, altre volte è indispensabile un percorso psicologico che aiuti l’intera famiglia a lavorare sul nuovo sistema creatosi.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


                            Sogno, Psicanalisi e Surrealismo


Scelgo di fare questo piccolo viaggio con voi per l’idea che sta alla base del progetto di quest’anno con il Centro di Salute Mentale di Sulmona “Elastica-mente” . Il progetto è alla sua seconda edizione e spero di poter nell’estate di quest’anno mostrarvi tutto quello che nascerà dal continuum di questo percorso con gli utenti del centro diurno “G. Fapore”. Ora è piuttosto precoce per voi lettori poter comprendere il filo conduttore ma è necessario iniziare con una breve introduzione che verrà a fine progetto esplicitato nella sua interezza.
Freud abbandonò con un’intuizione l’ipnosi e il metodo catartico a favore delle libere associazioni per poter procedere all’analisi dei sogni. Il momento onirico è importante in quanto si ha una abbassamento del controllo dell’Io ed emerge l’inconscio con più semplicità.
Il sogno non è altro che espressione di un desiderio che il soggetto non accetta e censura, o l’espressione di un trauma o di una fobia dell’individuo. Questi aspetti vanno a creare nel soggetto sofferenza nel momento in cui vengono ricordati, l’Io è costretto a difendere l’individuo e li censura. Questa censura onirica opera sul contenuto latente del sogno, ovvero il significato nascosto che si nasconde dietro al contenuto manifesto.
La serie di meccanismi che operano per camuffare il vero significato del sogno viene chiamata “lavoro onirico”: spostamento, condensazione, identificazione, ambivalenza.
Gli artisti surrealisti, in linea con il pensiero Freudiano, cercano la manifestazione dell’inconscio attraverso il sogno, che diventa oggetto di analisi e prende vita sotto forma di opera d’arte.
Esempi di come i surrealisti cerchino di interpretare la loro dimensione interiore sono i dipinti di Dalì “Sogno causato dal volo di un’ape” e quello di Mirò “Il carnevale di Arlecchino”.
Il dipinto di Dalì nasce dalla volontà dell’artista di immortalare le visioni provocate dalla puntura di un’ape mentre stava dormendo. Fissa sulla tela immagini con cui il suo inconscio gli ha comunicato la puntura.
Nei dipinti surrealisti tante volte non è possibile dare un significato a tutto, lo stesso Dalì disse: “Il fatto che neppure io, mentre dipingo, capisca il significato dei mie quadri, non vuol dire che essi non ne abbiano alcuno: anzi, il loro significato è così profondo, complesso, coerente, involontario da sfuggire alla semplice analisi dell’intuizione logica”.
È evidente come l’opera non debba essere interpretata con la ragione.
L’arte non si propone più di imitare la natura, vuole invece rappresentare l’ interiorità
dell’uomo. L’arte diventa un mezzo per vedere oltre la realtà quotidiana e rappresenta con forme nuove la surrealtà ed il regno dell’inconscio.
L’arte surrealista è figurativa, al contrario dei quello che si potrebbe pensare, rappresenta infatti oggetti e figure che appartengono alla vita comune, essa attinge ad un linguaggio “reale”, anche se il risultato sono soggetti strani e onirici.
Il quadro di Mirò non è suscitato da un sogno ma da uno stato di allucinazione, momento in cui la ragione non ha comunque controllo sulla mente. Lo spazio è quello del suo atelier che si riempie di figure fantastiche animate dalla musica della piccola chitarra in alto al centro. I colori vivaci e l’atmosfera giocosa evocano secondo Mirò “il lato magico delle cose”.
La rivoluzione surrealista va a privilegiare l’immaginazione , la vita interiore di ogni individuo e il suo pensiero.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


                         Psicologia del colore

Il colore ha sia proprietà fisiche sia proprietà psicologiche. È proprio dalle proprietà psicologiche che scaturiscono i diversi significati emotivi. L’esperienza cromatica ha toccato diversi livelli di indagini psicologiche che possono essere divise in tre periodi storici (Di Renzo e Widmann):
1) Tra la fine dell‘800 e la prima metà del ‘900 si ha nascita della psicologia scientifica, periodo questo caratterizzato da esperimenti su associazioni verbali e ricerche in laboratorio per indagare le risposte psicofisiologiche indotte dai colori;
2) Successivamente l’attenzione è stata rivolta all’uso del colore quale utile strumento d’indagine psicometrica. Max Lüscher nel ‘47 pubblicava il Lüscher test, un test sui colori che discendeva dal test di Rorschach. Nel Rorschach durante l’analisi si vanno infatti ad indagare le “risposte colore”;
3) l’ultimo periodo è caratterizzato dalla ricerca del colore come simbolo. Il colore non è più visto come fattore indicativo dell’attività mentale o come indicatore di tratti della personalità ma assume il ruolo dinamico dell’evoluzione psichica individuale e collettiva.

L’uomo grazie alla dimensione simbolica riesce a rappresentare parti inconsce della propria percezione esprimendo concetti impossibili da comprendere a pieno. Il
simbolo è espressione completa di un’esperienza. Un simbolo esprime sempre più di quanto si possa comunicare verbalmente.
Magda Di Renzo dice che i colori evocano esperienze primordiali, esprimono situazioni e stati d’animo attraverso una dimensione simbolica, esplicitano le caratteristiche di una cultura e parlano dell’inconscio”.
Una delle caratteristiche principali dei colori (così come per qualsiasi altro simbolo) è “la regola delle opposizioni ”, la quale spiega come la stessa tonalità può avere valenze opposte, positive o negative, di luce o di ombra, a seconda dell’ambito e della situazione psichica in cui essa è inserita, ed ecco che il nero, colore indicativo di morte e oscurità, può anche evocare un caos originario dal quale nasce nuova luce oppure l’aggressività e la violenza del rosso può essere la stessa tonalità dell’amore e della passione.
Anche noi nostri sogni, nelle nostre fantasie o nei nostri gusti personali appare un colore, è utile chiedersi quale significato esso abbia per la nostra vita. Questo non è tutto, poiché un colore, oltre a compensare una coscienza unidirezionale, può essere visto anche come una sorta di “fotografia” della condizione psichica dominante: un periodo anonimo e privo di sussulti troverà nel grigio la sua espressione, mentre l’arancione del sole nascente e dell’inizio di un nuovo giorno, ci può accompagnare nei nostri periodi di crescita e di gioia.
Apritevi alla bellezza del colore, lasciatevi guidare da esso sentendo la risonanza emotiva che quel colore ha per voi in quel determinato momento della vostra vita. Buon bagno di colore..
Dr.ssa Mariachiara Pagone




                   Aspettando Babbo Natale

Il Natale è una festa attesa e sentita soprattutto per i più piccoli. Come vivono i bambini l’attesa del Natale e l’arrivo di Babbo Natale? Qual è il significato che riveste per loro questo personaggio? Spesso gli adulti si chiedono se sia necessario spiegare in qualche momento del loro sviluppo che Babbo Natale non esiste?
Importante è non sottovalutare le emozioni e le curiosità dei bambini legate alla festività del Natale, sfruttando tutti i momenti per fornire spunti e racconti sull’argomento, facilitando così la comprensione e l’immaginazione da parte dei bambini per ciò che gli viene narrato. Non bisogna mai dimenticare quanto la fantasia sia necessaria per un sano sviluppo psico-cognitivo del bambino.
L’attesa per l’arrivo di Babbo Natale è legata all’attesa dei regali e lo stato di euforia e di eccitazione per i doni nascono dal fatto che i bambini aspettano questa figura tanto dolce e tanto attesa. Babbo natale è figura rappresentativa di bontà e dolcezza.
I genitori si chiedono se ci sia un’età in cui svelare al proprio figlio il segreto rompendo l’incanto, forse potrebbe essere molto più utile lasciare che il bambino si viva questo sogno e questa fantasia finché possibile. Solitamente permane fino all’inizio della scuola primaria, perché è molto importante per lui ritagliarsi degli spazi in cui poter fantasticare e sognare.
Può accadere anche che il bambino abbia già compreso da solo la realtà e che continui comunque a far finta che questa figura magica esista per continuare a giocare con la fantasia. Spesso mamma e papà entrano in questo gioco, facendo capire al proprio figlio che sanno che lui ha compreso la realtà e che è divertente poter fantasticare insieme. I bambini possono porre delle domande sulla reale
esistenza di questo personaggio, in questo momento i genitori possono dare delle risposte che iniziano ad avvicinarsi alla realtà rispettando i tempi e le curiosità dei piccoli, senza imporre alcuna crescita ed alcuna verità.
In questi momenti non sarebbe affatto sbagliato sfruttare questa realtà per poter vivere un vero e proprio viaggio, fatto di immaginazione, storie, personaggi e mondi fantastici. Tutto questo non farà altro che alimentare e nutrire le fantasie di tutti.
E non dite che non avete fame di fantasia…???
Shhh…Posso dirvi una cosa…??? Personalmente continuo a guardare nel camino… provatelo a fare anche voi!!!
Buon Natale a tutti
Dr.ssa Mariachiara Pagone




                                Sport e Disabilità

Vista la mia partecipazione al “Master di tennis in carrozzina” che si terrà presso il Manhattan nei giorni 17-18-19 dicembre, ho ritenuto omaggiare l’evento girando alla collettività questa riflessione sull’argomento, che approfondirò nella prossima settimana.
Lo sport occupa una posizione fondamentale nello sviluppo non solo fisico ma anche sociale della persona.
Grazie allo sport è possibile conoscere il proprio corpo con le sue risorse e con le rispettive potenzialità ma è indispensabile per osservare quelli che sono i limiti ad esso collegati.
La pratica sportiva insegna regole che non restano fini a se stesse ma insegna regole che sono alla base della società stessa, regole che permettono di entrare in relazione con l’altro non solo emotivamente ma gestendo anche i conflitti che ne possono derivare. Questi aspetti assumono ancor più valore quando lo sport è rivolto a persone con disabilità.
Lo sport “adattato” nasce negli anni ‘40 e fornisce un valido aiuto per rendere indipendente un soggetto disabile includendolo adeguatamente nella società.
Si sa bene quanto lo sport faccia bene, tante le ricerche che lo dimostrano. Per le persone con disabilità lo sport ha un valore superiore. Gli allenamenti sono a tutti gli effetti una riabilitazione, che porta a una maggiore conoscenza del proprio corpo, dei suoi limiti e delle potenzialità da sfruttare. Lo sport aiuta la persona con disabilità ad acquisire maggiore sicurezza nei movimenti e rafforza i muscoli consentendo una maggiore autonomia in tutte le attività quotidiane. Dal punto di vista psicologico questo significa “esisto, posso” e aiuta a riacquistare
fiducia e stima di sé. In questo senso lo sport consente alla persona di trasformarsi da oggetto della riabilitazione a protagonista dell’azione.
L’attività sportiva facilita il contatto e il confronto con altre persone che presentano la stessa disabilità e con persone normodotate, agevolando la socializzazione, ciò permette al disabile di vedersi non solo per i suoi limiti ma anche per le sue potenzialità (Luongo, Malafarina, 2007).
Per far sì che tutto questa avvenga, è fondamentale una rete solida, che si sviluppi attorno all’individuo: una rete di sostegno familiare e un adeguato supporto psico-sociale che sostenga la persona con disabilità nel suo percorso di vita.
Lo Sport è un’importante risorsa per migliorare la qualità della vita. Attraverso l’attività sportiva una persona con disabilità diventa semplicemente una “persona”, capace di risolvere problemi, di porsi degli obiettivi, attraverso delle strategie.
Per concludere cito le parole di Linda Castellani “gli sportivi disabili diventano ambasciatori della categoria e con la loro voglia di vivere e di divertirsi riescono a trasmettere.. che.. anche la persona in difficoltà può realizzarsi sentendosi soddisfatta e appagata”.
Dr.ssa Mariachiara Pagone



              Sviluppo infantile: i benefici dell’arte

Nell’evoluzione infantile un ruolo importantissimo lo svolge l’arte e la creatività. Nei programmi educativi e scolastici, le discipline artistiche vengono collocate in secondo piano rispetto alle altre discipline. Tutto questo va a difendere la presunta preminenza dell’emisfero sx – che rappresenta la parte razionale – rispetto all’emisfero dx – epicentro emozionale e creativo.
Negli ultimi decenni, molti sono stati gli studi condotti sul legame esistete tra la pratica artistica e lo sviluppo intellettivo del bambino, studi di gran lunga potenziati dall’uso delle neuroimmagini.
L’arte, coinvolge i sensi del bambino e ne rafforza le competenze cognitive, sociali, emozionali e multisensoriali. Durante la crescita dell’individuo, essa influenza lo sviluppo del cervello, le abilità, la creatività e l’autostima, favorendo l’interazione con il mondo esterno.
Erikson suddivise lo sviluppo dell’individuo in otto fasi e utilizzò le nozioni di sviluppo cognitivo, emozionale, sociale e motorio. Sostenendo che il bambino deve poter compiere numerose esperienze per poter diventare un sano adulto. Il suo pensiero venne approfondito da Elliot Eisner, il quale ha sottolineato l’importanza dell’arte all’interno dei percorsi educativi. Il loro pensiero può essere riassunto inserendolo in quattro macroaree.
Le arti potenziano il bambino nelle aree cognitive, emotive, sociali e motorie.
1) L’Area cognitiva è accresciuta perché l’arte permette di

• sviluppare le capacità di problem solving. Il bambino comprende che i problemi possono avere più di una soluzione e che ogni domanda può avere più di una semplice risposta;
• elaborare prospettive multiple;
• pensare “con” e “attraverso” i materiali. Grazie alla loro scoperta è possibile trasformare le idee, rendendo i bambini consapevoli del fatto che attraverso mezzi materiali è possibile costruire nuove idee;
2) L’Area emotiva:

• l’arte potenzia la creatività e l’espressione, cosi che è possibile dire ciò che “non si può dire”, spingendo il bambino a cercare nel proprio mondo interiore;
• accresce le capacità comunicative vista il limite posseduto dal linguaggio. L’arte permette di essere liberi;
3) L’Area sociale:

• l’arte insegna a elaborare opinioni. I programmi educativi sono per lo più incentrati sulle regole mentre nell’arte prevalgono le opinioni;
• favorisce le competenze socio–emozionali. Grazie alla pratica della condivisione, fa apprezzare al bambino gli sforzi degli altri;
• è uno strumento terapeutico efficace per bambini e giovani problematici;

4) L’Area Motoria:

• l’arte migliora le funzionalità motorie. Sagomare un foglio, indirizzare il tratto di un pennello, disegnare con un pennarello, strizzare un tubetto di colla sono tutte attività che migliorano la manualità;
• accresce l’autostima del bambino, il quale si rende conto di poter controllare i suoi movimenti;
• favorisce la coordinazione occhio-mano.
Concludendo è possibile affermare che, sebbene a volte è usata sotto forma di gioco, l’arte svolge un ruolo prezioso nel trasmettere al bambino quelle competenze che gli saranno utili nell’affrontare la vita, strutturando una sana personalità.
Dr.ssa Mariachiara Pagone



                                Le paure dei bambini

Come nascono le paure nei bambini?
Nei bambini gli episodi di paura sono piuttosto frequenti. Bisogna aiutarli a non incentivare in loro reazioni negative che vanno a peggiorare la situazione. L’ansia dei genitori non fa altro che accrescere il disturbo del bambino.
Le paure toccano apparati psichici profondi e ricordi dolorosi che possono creare apprensione negli adulti, non bisogna però dimenticare che le paure dei bambini sono indispensabili per la maturazione psichica e per lo sviluppo della sua personalità.
La paura può essere fisiologica e necessaria alla crescita del bambino in quanto serve ad attivare reazioni che lo proteggono dai pericoli esogeni.
Quand’è che la paura diventa preoccupante??
Diventa preoccupante quando si attiva senza che vi sia un pericolo reale o quando si presenta con eccessiva intensità rispetto allo stimolo. Questo è il campanello di allarme di una vera e propria fobia.
Ci sono paure che non devono spaventare, come quelle del buio o del lupo cattivo, caratteristiche nelle fasi di sviluppo di tutti i bambini. Queste paure sono transitorie e non influenzano la vita del bambino in quanto sono “gestibili” grazie alla rassicurazione o alla presenza di una figura di riferimento.
Ci son cose che devono essere evitate come lo spingere il bambino ad affrontare situazioni per lui paurose con l’intento di fortificarlo o di punirlo; non dare importanza alle paure del bambino, prenderlo in giro, punirlo per la sua mancanza di
coraggio o assumere atteggiamenti di iperprotezione e di eccessiva apprensione, facendo così sentire il bambino come un essere debole e incapace.
È importante che il bambino non si senta solo con la sua paura. E allora quali sono i compiti dell’adulto???
Tutto è molto semplice…. bisogna solo….
- ascoltare il bambino;
- comprendere e interessarsi alle sue paure;
- dimostrargli che è capace di affrontare i pericoli reali;
- spiegare e dare la possibilità di superare la paura con gradualità;
- incoraggiare al gioco libero, imitativo, di fantasia e al disegno modalità indispensabili per esprimere ansie e paure.
- mostrare fiducia nelle sue capacità, incoraggiarlo e gratificarlo;
- offrire contenimento e protezione nelle situazioni di difficoltà.

La paura è un’emozione che si può manifestare sia fisicamente (pallore del viso, tremori) o in forma nascosta, bisogna così interpretare alcuni segni come: il comportamento sfinterico (enuresi notturna), i problemi nell’alimentazione, la mancanza di curiosità, l’eccessiva passività, l’impazienza e l’attaccamento morboso alle figure adulte.
L’arte terapia, attraverso l’espressione grafica e la presenza del colore, aiuta il bambino a tirar fuori le paure e le ansie associate, permette di giocare con esse manipolandole in base al proprio bisogno.
Quindi genitori…. prima di agire in modo inappropriato, ricordate quali erano le vostre paure da bambini…
Tutti ne abbiamo avuta almeno una!!!
Dr.ssa Mariachiara Pagone



                            Uomo Violento e trattamento

Questo mese sta volgendo al termine, alta è stata la riflessione che ho rivolto al tema della violenza sulle donne. In questi giorni nella nostra città, in collaborazione con le mie colleghe dell’associazione di promozione sociale “La Diosa”, si è tenuto il primo festival “CONTROVIOLENZA: GIORNATE DELLA CONSAPEVOLEZZA”.
Il titolo scelto è per far comprendere alle donne e non solo, quanto sia importante prendere consapevolezza del tema. Fondamentale è capire cosa sia realmente una forma di violenza e rendersi conto di quanto la vita sia importante non solo per le donne stesse ma anche per i loro figli.
La donna deve tutelare la propria dignità sempre, in ogni momento e non deve mai abbassare la guardia, mai sottovalutare un gesto o una parola.
Come già detto nei precedenti articoli, la violenza sulle donne nella maggior parte dei casi è perpetrata all’interno di una relazione intima ed è un fenomeno sociale presente in tutti i Paesi e diffuso trasversalmente all’interno di tutte le classi sociali.
In questo articolo vorrei soffermarmi per un attimo proprio su colui che fa violenza. I maltrattamenti, infatti, vengono agiti, nella maggior parte dei casi, da parte dell’uomo nei
confronti della compagna e questo rende la violenza domestica una questione di genere che palesa lo squilibrio di potere tra uomini e donne.
Per comprendere nella sua totale interezza, tale violenza, si può scendere nello specifico valutando i fattori socio-culturali, relazionali ed individuali che determinano la creazione del contesto in cui le violenze avvengono. Importante è capire e analizzare il modo in cui l’ambiente determini la trasmissione dei valori, delle norme, dei ruoli e delle aspettative che caratterizzano il comportamento maschile violento nei confronti della partner.
La rigidità del modello maschile tradizionale della cultura patriarcale, appreso ed interiorizzato, condiziona lo sviluppo dell’identità del genere maschile e le sue modalità di relazionarsi rispetto a quello femminile. La violenza domestica altro non è che espressione del dominio e del controllo esercitato dagli uomini sulle donne.
Per capire e spiegare i comportamenti maschili, bisogna analizzare le esperienze relazionali precoci che condizionano le modalità di vivere da adulti, la relazione di coppia. Le violenze subite o osservate nella famiglia d’origine e lo stile di attaccamento alle figure significative sono fattori che influenzano gli esiti relazionali.
La violenza domestica è dunque un problema maschile sul quale è necessario intervenire, non solo tutelando e sostenendo le vittime ma promuovendo iniziative d’intervento specifiche per i maltrattatori. Queste iniziative sono già in uso i molti Stati ma non nel nostro.
Tali iniziative, altro non sono che programmi rieducativo-terapeutici finalizzati ad interrompere l’uso della violenza sulla partner comprendendo l’origine di tale comportamento. La partecipazione può essere volontaria o su ordine del tribunale, in base alla richiesta si comprenderà il livello di motivazione al cambiamento e la percentuale di abbandono del programma. Metodologicamente il trattamento di gruppo è preferibile alle terapie individuali in quanto conferisce maggior supporto ai partecipanti durante il processo di cambiamento e facilita l’assunzione di responsabilità per le proprie condotte violente.
In Italia i programmi specifici di trattamento per uomini violenti sono rari. L’anno scorso è stato attivato a Firenze un centro specializzato ed è auspicabile che vengano presi in considerazione sempre più progetti. A fini preventivi, un intervento adeguato dovrebbe comprendere anche dei percorsi educativi nelle scuole sulle relazioni tra i generi ed un maggior impegno maschile nel mettersi in discussione come genere e nel favorire forme di mascolinità meno rigide e stereotipate.
Dr.ssa Mariachiara Pagone




                          Le conseguenze della Violenza

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza alle donne ed è per questo che nel mese di novembre voglio sottolineare il tema.
Nell'articolo della scorsa settimana ho trattato l’argomento del femminicidio, mettendo in evidenza i dati che le nostre statistiche mettono in risalto. Il fenomeno è sempre più in aumento ed è per questo che è necessario prenderne consapevolezza. Ecco che il mio sguardo si pone oggi su quelle che sono le conseguenze della violenza ed i possibili trattamenti.
Quando si parla di violenza, I problemi di salute mentale sono frequenti. La violenza domestica e sessuale sulle donne provoca profonde conseguenze fisiche e psichiche, alcune con esito fatale. Anche se le ferite rappresentano solo una parte degli effetti avversi sulla salute delle donne, sono una delle conseguenze più visibili della violenza. Le conseguenze possono essere così divise :
Conseguenze con esito non fatale
- Ferite,
- Gravidanza indesiderata,
- Disturbi ginecologici,
- Asma,
- Invalidità permanenti.
- Comportamenti auto lesivi.

Conseguenze sulla salute mentale
- Stati depressivi,
- Paura,


- Ansietà,
- Scarsa autostima,
- Disfunzioni sessuali,
- Disturbi dell’alimentazione,
- Disturbi ossessivo compulsivi,
- Disturbo post traumatico da stress.

Conseguenze con esito fatale
- Suicidio,
- Omicidio,
- HIV/AIDS.

L’impatto della violenza sulla salute mentale delle donne ha gravi conseguenze. Le donne che sono state percosse subiscono elevati livelli di stress, manifestano attacchi di panico, depressione, disturbi del sonno e dell’alimentazione, alcolismo e scarsa autostima. Per alcune donne depresse e svilite dai maltrattamenti, non sembra esistere altra via di fuga se non il suicidio.
Considerando le correlazioni tra i fattori responsabili della violenza domestica, le strategie e gli interventi devono essere concepiti come facenti parte di un contesto integrato.
L’unica strategia che assicuri la sostenibilità e abbia la potenzialità di eliminare questa piaga è una strategia a più livelli, che permetta di affrontare le cause strutturali della violenza contro le donne offrendo allo stesso tempo la disponibilità dei servizi immediati e necessari alle vittime.
Come trattare queste donne??
Il trattamento psicoterapeutico è fondamentale in condizioni di violenza subita. Nelle primissime fasi fondamentale è l’elaborazione del trauma.
Parlare di “elaborazione” è cosa complessa perché non tutti i traumi sono uguali e non tutti i soggetti hanno le stesse conseguenze. Il compito del terapeuta sarà quello di valutare attentamente quali strumenti usare. Un trauma non analizzato produrrà effetti devastanti sul soggetto e sulla sua vita. Importante per la donna è sentirsi di nuovo al sicuro ridando potere alla sua persona.
Verbalizzare il trauma nelle prime fasi non è cosa semplice perché far questo significa amplificare il sentimento della vergogna e i sensi di colpa, ecco che l’arte terapia nelle sue variopinte sfaccettature può essere il primo approccio al trattamento. La donna veicolerà con l’utilizzo di linguaggi comunicativi diversi i suoi disagi, così da poter successivamente verbalizzarli ed elaborarli con l’aiuto di un professionista competente.
Dr.ssa Mariachiara Pagone




                          Il Femminicidio

Nessun amore maledetto vale la vita, nessun legame familiare ci costringe all’autodistruzione.
Dati (Articolo Barbara Spinelli)
Anno 2006     Totale vittime di violenza domestica 3413
 Di queste 3413:
 1409 sono donne uccise dal partner o da ex violenti ( femminicidio)
 1010 donne che hanno scelto il suicidio a seguito di violenza domestica
 272 donne che hanno ucciso mariti violenti
 186 omicidi correlati (padre che uccide i figli e la moglie, oppure persone accorse in soccorso e uccise per errore)
 536 gli uomini che dopo aver ucciso la donna su cui avevano esercitato violenza si erano uccisi.
Anno 2006     Di 181 omicidi di donne 101 erano femmicidi
Anno 2010     Di 151 omicidi di donne 127 erano femmicidi

In Italia il 70% delle vittime di femminicidio era già nota per avere contattato le forze dell’ordine, ovvero per aver denunciato, o per aver esposto la propria situazione ai servizi sociali. Dunque l’uccisione della donna altro non è che l’atto ultimo di un continuum di violenza di carattere economico, psicologico o fisico.
I dati succitati richiedono una riflessione.
La prospettiva sociale e politica ci permette di fare una riflessione sulla violenza di genere e sul femminicidio, rivolgendo lo sguardo sulla causa sociale della violenza. La violenza è attribuita alla tendenza maschile a non considerare le donne come individui indipendenti e con il diritto di autodeterminarsi ma come cosa propria.
L’aumento delle vittime è associato al fatto che le donne del nostro tempo vivono una serie di mutamenti della propria identità. La donna si muove verso l’emancipazione e la libertà questo porta l’uomo a viverla come una minaccia alla propria virilità.
Il tema sta conducendo ad una battaglia sociale che ha come obiettivi quelli di portare:
1. al potenziamento del processo di emancipazione, attraverso un rafforzamento della legislatura delle pari opportunità e con il coinvolgimento della società civile;
2. alla rappresentazione e narrazione di questa nuova identità femminile.

Da un punto di vista politico, l’inadeguatezza della società di stare al passo con l’emancipazione si ripercuote sulla risposta delle istituzioni che diventa tardiva e inadeguata alle denunce di violenza da parte delle vittime, questo porta le donne a non denunciare.
La prospettiva psicologica invece è ancora poco dibattuta.
Un’attenta analisi psicologica che va al di la del giudizio dell’atto stesso di violenza, può essere d’ aiuto per dare il giusto valore ai segnali di allarme e quindi prevenire gli atti di violenza determinando strategie vincenti per ridurre tali atti. Importante è lavorare su tutte le prospettive per vincere la lotta alla violenza.
La violenza dell’uomo nasce da un sentimento di impotenza e di fragilità dal quale cerca di resistere, picchiando. Spesso la violenza è una maschera per controllare la depressione che nasce da sentimenti di umiliazione. Molti sono uomini cresciuti in ambienti violenti oggetto di umiliazioni e maltrattamenti da parte delle figure di riferimento.
Studi trasgenerazionali sulla violenza hanno portato alla conoscenza che se un bambino o una bambina assistono a violenza sistematica da parte di un genitore è più facile che utilizzino la violenza quando si trovano in condizioni di stress (Straus, 1998) . In tal caso bisogna parlare di disturbi di personalità, Edwards e colleghi (2003) hanno
dimostrato che vi è un’alta percentuale di disturbi antisociali e borderline nella popolazione degli aggressori.
Da un punto di vista psicologico è importante guardare alle donne, che se in alcuni casi riescono a uscire e a denunciarle, in molti altri non fuggono via. Queste donne sviluppano nei loro confronti dei compagni violenti relazioni di dipendenza.
È importante che le donne imparino a riconoscere le situazioni a rischio. Un uomo violento non cambia con l’amore di una donna, non è curabile se non con la conquista della consapevolezza del suo problema e il doloroso passaggio attraverso una buona psicoterapia.
Le donne devono imparare ad essere prudenti e a difendersi dai primi segnali dalla violenza maschile, non esponendosi a chiarimenti o incontri di discussione in situazioni di conflitto e violenza (Camille Paglia).
Dr.ssa Mariachiara Pagone


                                          Abuso Psicologico

Ci sono molti modi di fare violenza, il più subdolo è la violenza psicologica, purtroppo difficile da capire, dimostrare e curare. Questa violenza prende il nome di "gaslighting", termine preso in prestito da un film del 1944, Gaslight (Angoscia), un dramma psicologico basato sull’insano rapporto coniugale in cui il marito, attraverso una manipolazione lucida e costante, conduce la giovane moglie a dubitare delle proprie facoltà mentali.
Far violenza non è solo sinonimo di grida e percosse cioè di segni tangibili sulla pelle ma esistono svariati modi di far male un esempio può essere quello di porre il soggetto in una condizione di inferiorità e di isolamento da cui sarà difficile uscire.
La violenza psicologica è definita come un insieme di comportamenti che hanno come obiettivo quello di ledere la dignità dell'individuo indebolendolo. Alcuni esempi possono essere:
 RIFIUTARE: inteso come non ascolto, non accettazione e rifiuto della persona nel suo insieme;
 ISOLARE: inteso come gesto di separazione volto a non consentire interazioni o relazioni con l’esterno;
 INTIMORIRE: inteso come azioni che creano paure per mezzo di condotte minacciose e similmente aggressive.

Questo tipo di comportamento è frequente nei casi di relazioni patologiche (dipendenza affettiva) e si struttura secondo alcune fasi:
 DISTORSIONE DELLA COMUNICAZIONE: la relazione diventa distorta e il gaslighter induce confusione nell'altro;
 INCREDULITA': la vittima non crede a ciò che accade;


 DIFESA: la vittima si difende con rabbia per sostenere la sua posizione di persona sana;
 DEPRESSIONE: la vittima si convince che ciò che dice il manipolatore è reale a tal punto da giungere ad una fase di totale rassegnazione.

Giuridicamente il gaslighting non è direttamente riconosciuto come reato, ma nelle azioni del gaslighter si possono rilevare i reati previsti nell’art. 570 del c.p. “Violazione degli obblighi di assistenza familiare” e nell’ art. 572 del c.p. “Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli”: forme di violenza morale e psicologica come il gaslighting trovano spazio in entrambi gli articoli. Il gaslighting, inoltre, potrebbe rientrare nella nozione di atti persecutori così come definiti dall’art. 612 del c.p., anche se sarà necessario valutare caso per caso.
Il sostegno ed il trattamento psicologico è complesso in tutti i casi di violenza psicologica, specie nel gaslighting, perché la vittima è stata isolata e allontanata dal senso di sè. Ella non chiede aiuto per se stessa e difende il "carnefice" da cui è dipendente e a cui, paradossalmente, chiede aiuto.
Lo specialista deve essere preparato e abile a riconoscere i sintomi, studiando non solo la vittima ma anche la relazione affettiva nella quale è invischiata. Tutto questo deve essere fatto con sensibilità e gradualità per non ostacolare l’alleanza terapeutica e rigettare la donna tra le braccia del suo "carnefice".
dr.ssa Mariachiara Pagone





Oggi la tecnologia è sempre più presente nelle nostre modalità comunicative (il concetto è sintetizzato dai social network) ed è asincrona, ha cioè una risposta differita nel tempo. Le conversazioni in tempo reale sono sempre state difficili da gestire perchè la vera conversazione è sempre stata faticosa, in quanto una volta incalzati dalle domande dell'altro, siamo costretti a ridefinire continuamente la nostra identità. Lo scopo delle relazioni è proprio quello di definire noi stessi attraverso le relazioni con l'altro.
La psicologa Statunitense Turkle descrive nel suo libro, "Insieme ma soli", l'impoverimento delle nostre relazioni determinate dal crescente uso della tecnologia. Va a marcare il modo con cui la tecnologia della connessione permanente sul web ci sottrae dalla vera conversazione che diventa in tal modo impossibile. Sul web si va ad imporre la nostra identità fittizia senza il timore che venga sottoposta a critiche.
Secondo la Turkle la "tecnologia ci permette di ingannare noi stessi, rendendo possibile una vera operazione cosmetica della nostra identità virtuale: possiamo truccarla, ritoccarla, falsificarla a nostro piacimento".
Il mezzo tecnologico ci attrae proprio quando siamo più vulnerabili e quand'è che lo siamo?? Quando ci sentiamo soli, ma allo stesso tempo abbiamo timore dell'intimità con l'altro, dunque la tecnologia ci illude di essere in compagnia, una compagnia controllata. Tutto questo desiderio di essere sempre connessi nasconde il male del nostro tempo: la solitudine ed il rifiuto di essa. Un aspetto fondamentale della solitudine che l'essere umano sta ignorando è che essa, non è sempre sinonimo di negatività ma è un momento di riservatezza con noi stessi, di puro ascolto della nostra interiorità.
I giovani si stanno perdendo in queste reti e in esse stanno costruendo false realtà fatte di illusioni. Sottraggono sempre più tempo al confrontarsi con la loro natura, con il loro pensiero, con la loro reale identità e personalità.
Con questo non voglio condannare o emarginare il mezzo, oggi potremmo dire che sarebbe quasi impossibile vivere senza, ma se tornassero i nostri bisnonni, oggi e guardassero ciò che siamo diventati, cosa penserebbero di noi?? Riuscirebbero ancora a giocare a carte in compagnia del loro bicchiere di vino e degli amici storici? Forse per un momento le cose si capovolgerebbero saranno loro a vederci in pellicole in bianco e nero. Uomini attuali senza storia e senza emozioni.
Il mezzo ha le sue grandi potenzialità ma allo stesso tempo possiede grandi sentieri sconosciuti che ci intrappolano arrivando a privarci dello sguardo del nostro vicino di banco, del nostro collega di lavoro, di nostro figlio. Come ci si può lamentare che i bambini non hanno più rispetto dell’adulto se non sentono più l’autorità di quest’ultimo? Se questo non reinserisce regole e controllo utili alla regolazione dei più piccoli, questi da chi potranno mai imparare??
Importante sarebbe riuscire a integrare la tecnologia e le relazioni sociali reali. Non bisogna aver timore del giudizio esso è conoscenza dell’altro e di noi stessi. Perchè pubblicare solo la foto più bella.. ?? La perfezione non è di questo mondo e la bellezza è ovunque: è nella stanchezza, nella manifestazione di debolezza, nella tristezza, nel deficit fisico e cognitivo, è nel pantalone strappato, scucito e scolorito e ci siamo mai chiesti perché? Perché dietro ad ognuna di queste caratteristiche c’è un individuo unico, c’è vita.
Dopo il convegno di alcuni giorni fa ho avuto modo di confrontarmi con l’argomento e proprio in questi giorni mi è saltata all’occhio una pubblicità della Coca-Cola (http://www.youtube.com/watch?v=_u3BRY2RF5I) . Il marchio Coca-Cola è da sempre stato presente sulle nostre tavole, nei momenti tra amici e durante i pasti veloci.
L’anno scorso proprio il marketing della bevanda ha dato il via ad una mastodontica campagna pubblicitaria che portava con se il messaggio “CONDIVIDI UNA COCA COLA CON..” linguaggio << condiviso >> dal mondo dei social network.
Questa “we-brending” è stata un’idea che ha regalato al consumatore un esperienza nuova ed ha creato ed acceso socialità e felicità, punti focali del marchio. La risonanza ebbe un effetto a cascata proprio all’interno dei social network, ma ecco che ad un anno di distanza la situazione sembra capovolgersi e Coca Cola manda un messaggio apparentemente antisocial. Coca Cola fa indossare alle persone un bel
collare che impedisce ad esse di avere lo sguardo chino sui smart phon. Solo dopo un istante di smarrimento si ha l’incontro con l’altro, con il suo sguardo, con la sua naturalezza ed innocenza. Si riprende contatto con il giorno e con il suo cambiar colore , ciò rapisce lo sguardo e sconvolge l’animo.
Questa riflessione ha un significato piuttosto personale nel senso che Coca Cola come dicevo manda un messaggio apparentemente ANTISOCIAL, ma io ne vorrei cogliere l’essenza. Voglio calcare il visibile e non il subliminare, soffermarmi sulla freddezza che ormai scalda i rapporti sociali, il distacco emotivo che salda relazioni superficiali e lasciare ovviamente a ciascun lettore un momento di riflessione personale…
Dr.ssa Mariachiara Pagone




 Cercando la leggerezza: fame emotiva e sostegno psicologico

Circa due terzi delle persone che fanno una dieta, senza un supporto psicologico, riacquistano peso, peso a volte superiore rispetto a quello perso.
Perchè questo accade?
Le persone insoddisfatte del proprio corpo e del loro peso, si sentono incapaci di controllare la loro alimentazione e di mangiare anche senza fame. Spesso riferiscono di non riuscire a controllare la spinta che hanno a nutrirsi perchè si sentono preda delle emozioni. Le emozioni principalmente vissute sono: nervosismo, ansia, noia e insoddisfazione.
Questo ci deve far rifletter sul fatto che spesso l'alimentazione viene usata in modo inappropriato per regolare gli stati emotivi. Questo fa comprendere come l'aspetto psicologico è strettamente connesso con l'alimentazione.
Due sono le ragioni per cui mangiamo: 1) la fame, 2) l'appetito.
Due termini che seppur appaiono come la stessa cosa non lo sono affatto, in quanto la fame è il bisogno fisiologico di mangiare ed è un meccanismo innato che ci assicura la sopravvivenza, mentre l'appetito non è altro che il desiderio di cibo, di conseguenza non istinto ma reazione emotiva e psicologica.
La fame e l'appetito subiscono influenze da parte dell'ambiente fisico e psichico. Potremmo mangiare di più o di meno in relazione alla situazione in cui ci troviamo. La fame che nasce non da una necessità fisiologica ma da un preciso stato emotivo è chiamata fame nervosa o fame emotiva.
La fame emotiva innesca un circolo vizioso tra condizione iniziale di disagio e cibo. Essere a disagio spinge a mangiare ma il cibo a sua volta è in grado di provocare una condizione di benessere, ciò è determinato dall'aumento delle endorfine prodotte, dalla serotonina presente nel nostro corpo e dalla riduzione dell’intensità del disagio vissuto.
Questa primaria reazione di sollievo viene sostituita da reazioni secondarie al non essere riusciti a controllarci come sensi di colpa, rabbia, tristezza e disgusto verso se stessi.
La fame emotiva nell'immediato è in grado di ridurre il nostro disagio, successivamente lo aumenta e lo amplifica..
Questo però non è indicativo di disagio psicologico, spesso si mangia per semplice noia.
È però evidente che, quando questo aspetto ci ostacola nel raggiungimento degli obiettivi preposti come il perdere peso e ci causa sofferenza, diventa necessario occuparsene, al fine di poter intervenire.
La figura dello psicologo può preparare e accompagnare la persona durante il percorso dietetico e durante la rieducazione alimentare, facendo comprendere al soggetto le sue modalità di funzionamento e il modo di gestire le sue emozioni negative. Non bisogna dimenticare che il nostro comportamento alimentare può essere sintomo di un disagio con origini più profonde che ci chiede di essere ascoltato e affrontato.
Abbinare quindi ad una corretta rieducazione alimentare anche l’educazione emotiva è di fondamentale importanza per poter ottenere risultati ottimali e per poterli mantenere nel tempo.
Dr.ssa Mariachiara Pagone



 Tossicodipendenza: Riabilitare con l’arte terapia

La tossicodipendenza è la condizione di chi ha la necessità irrefrenabile di assumere una sostanza nociva solitamente una droga, nonostante questa crei danni fisici, psicologici, affettivi e sociali. È considerata una malattia bio-psico-sociale data dall’abuso di sostanze stupefacenti. La categoria sociale maggiormente coinvolta è la fascia giovanile.
Per quanto riguarda la dipendenza psicologica si può parlare di “assuefazione mentale”, condizione dove la mente associa uno stato piacevole del passato e vuole reiterarlo con nuove assunzioni.
La condizione sociale del tossicodipendente è segnata dalla tendenza all’isolamento. Il soggetto è incapace di sopportare la frustrazione ed insegue l’indipendenza non accettando la dipendenza sociale in cui tutti viviamo, preferisce il piacere alla realtà e non ha accesso al simbolico.
La cosa che si può notare è come la sostanza va a creare ripercussioni nella vita affettiva del soggetto determinando una modifica sulla percezione delle emozioni, dei sentimenti e delle passioni.
Essendo una sindrome bio-psico-sociale non bisogna sottovalutare il supporto farmacologico e sanitario in quanto la sofferenza cerebrale è reale e va osservata non solo durante le crisi d’astinenza ma lungo tutta la carriera del tossicomane. Il percorso di salvezza del paziente è scandito da ripetuti tentativi che gli permetteranno di rimettersi in gioco partendo dalla ricostruzione di un nuovo Sé. Il tossicodipendente non sempre avverte il bisogno di essere “curato”, spesso lo considera come una vera e propria intrusione nella sua libera espressione.
È possibile riabilitare attraverso l’arte terapia!!!!
La tossicodipendenza è vista in letteratura scientifica come un fenomeno prodotto da fattori convergenti, di natura psicologica, educativa, sociale e culturale. Il fattore di rischio sembra essere la frattura precoce con il mondo emozionale. L’arte terapia ha dato i suoi risultati in quanto grazie all’uso del colore e del disegno il tossicodipendente riprende contatto con il suo mondo emozionale che aveva cercato di soffocare. Il soggetto ha la possibilità di guardarsi dentro mettendo a fuoco immagini interne e attraverso l’uso delle mani può concretizzare i suoi pensieri. È un tipo di intervento che aggira i meccanismi di difesa, rispettandoli. L’arte terapia è uno strumento che fa ragionare la persona su se stessa e su quello che l’aspetta. Si ha con essa accesso alle paure concrete e alle aspirazioni irrealizzabili del soggetto.
È l’arte del mettere in ordine, del mettere tutto al suo posto, del far meglio, dell’aggiustare il ricordo non piacevole, con questo strumento si lavora per una ricostruzione dell’identità ripristinando l’equilibrio esistenziale.
Dr.ssa Mariachiara Pagone


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