"In questo spazio parlerò della montagna per farne conoscere la bellezza e i problemi che la circondano, le esigenze di tutela e le possibilità di sviluppo economico".Roberto Bezzu
LA PRUDENZA NON E' MAI TROPPA
“Non esistono montagne assassine ma uomini imprudenti o sfortunati” così recitava un manifesto del Club Alpino Italiano dedicato alla sicurezza in montagna. Alla fatalità è difficile porvi rimedio, ma l’imprudenza è sempre pronta a manifestarsi e può trasformare una tranquilla escursione in una giornata di paura o peggio in tragedia. Come tutte le attività all’aria aperta anche andar per monti comporta alcuni rischi, forse meno che andare in bicicletta su una strada trafficata, di cui però bisogna sempre tenerne conto per prevenirli.
Gli elementi che possono comportare pericoli sono molteplici, ma forse i più importanti sono il terreno su cui si cammina e le condizioni atmosferiche. Anche i più facili sentieri possono nascondere insidie: prendere una “storta” alla caviglia, percorrere un terreno sdrucciolevole e cadere, attraversare tratti esposti al vuoto. Per prevenire queste situazioni è sempre bene dotarsi di attrezzatura adeguata come le calzature, una robusta scarpa o meglio il caro vecchio scarpone, previene molti incidenti. Se non si conosce il sentiero da percorrere è sempre bene informarsi prima di partire sulle eventualità difficoltà da affrontare, se lo si conosce vale la vecchia regola ma sempre attuale: fare attenzione o per meglio dire, guardare dove si mettono i piedi. Può sembrare banale ma molti lo dimenticano. Altro fattore di rischio sono le condizioni atmosferiche che, nel corso della giornata, possono sempre mutare, anche se le previsioni davano bello stabile. Con la bella stagione il pericolo maggiore sono i temporali e i fulmini, sarebbe bene evitarli, ma se ci si trova nel mezzo è necessario prendere semplici accorgimenti come stare lontani da oggetti metallici e da alberi isolati. Altra insidia è la nebbia che può comparire all’improvviso anche in belle giornate e che, se molto fitta, può provocare lo smarrimento su percorsi che si conoscono a memoria. Anche in questi casi è importante la prevenzione, ascoltando le previsioni meteo o più semplicemente tornando sui propri passi alle prime avvisaglie di maltempo. Le montagne rimangono sempre al loro posto e se un giorno ti respingono o non ti va di affrontarle un altro giorno ti accolgono a braccia aperte. R.B.
IL SENTIERO IERI E OGGI
Domenica mattina, appuntamento a
Piazza Capograssi, decidiamo di fare una breve escursione a Guado di Coccia da
Campo di Giove così che saremo a casa per l’ora di pranzo. Saliamo sulle
macchine e ci avviamo
L’ordine di
radunarci e partire arriva il giorno prima: -Domani saliremo a Campo di Giove,
in quattro ore dovremo farcela, durante la notte saliremo a Guado di Coccia e,
se tutto va bene, alle prime luci del giorno passeremo il fronte-.
Lasciamo le macchine al parcheggio
della seggiovia, Valter come al solito ci raggiunge dopo un quarto d’ora, ci
infiliamo gli scarponi, zaino in spalla e partiamo, con Tonino che comincia a
raccontare le sue barzellette.
La guida ci
accoglie vicino al Cimitero, in poche parole ci dice di rimanere uniti durante
la marcia, se qualcuno si ferma o non ce la fa a proseguire dovrà vedersela da
solo, non sarà aspettato. Il nostro gruppo è molto vario. Una famiglia di ebrei,
il padre si è legato con degli stracci dietro la schiena il figlio più piccolo
mentre la madre porta per mano la figlia più grandicella, alcuni prigionieri
inglesi scappati dal campo di prigionia di Fonte D’Amore, un ufficiale
dell’Esercito Italiano che era nascosto a Scanno ed alcuni confinati politici
che vogliono raggiungere l’Italia liberata a sud.
A metà strada incontriamo la neve
gelata e dobbiamo mettere i ramponi, un paio di noi sono indietro a
chiacchierare, mentre li aspettiamo facciamo uno spuntino.
Cominciamo
a camminare lungo uno stretto sentiero che dopo un po’ è ricoperto di neve
gelata, è difficile non scivolare. Procediamo nella notte illuminata solo dalle
stelle. Prima di attraversare un pendio ripido e pericoloso la guida ci dice di
stare attenti ed ancora una volta ci ricorda che se qualcuno scivola giù non
sarà soccorso, morirà congelato o bene che gli andrà sarà trovato dai Tedeschi.
Riprendiamo a camminare mettendo i piedi sulle piccole tracce di quello che ci
precede, la paura di scivolare è tanta.
Siamo quasi arrivati al Guado, il
vento fischia tra i piloni della seggiovia e alza la neve caduta ieri. Per
fortuna è aperto il bar e ci riscaldiamo con un the, Qualche minuto per
indossare le giacche e riscendiamo a valle.
Prima di
uscire dal bosco la guida ci fa improvvisamente fermare e sdraiare nella neve,
sulla sella sta passando una pattuglia di soldati tedeschi, tutti guardiamo
verso i bambini, la madre stringe la figlia, il padre ha messo una mano sulla
bocca del figlio. I soldati si fermano, parlano tra di loro, il tempo si è
fermato. Dopo lunghi minuti vanno via senza accorgersi di noi. Mentre eravamo a
Campo di Giove ci hanno raccontato che qualche giorno fa un ufficiale italiano
era stato ucciso da una pattuglia proprio in questo posto. La guida ci ordina
di rialzarci e di correre sul tratto scoperto, le gambe ci fanno male per la
sosta nella neve, i polmoni ci bruciano ma dopo ancora qualche metro cominciamo
a scendere verso il fronte. Con un po’ di fortuna attraverseremo il fiume e
saremo salvi.
Queste poche righe raccontano quello
che è accaduto e quello che accade sullo stesso sentiero.
Il 27, 28 e 29 aprile il Sentiero
della Libertà unirà questi due momenti. R.B.
L’ultimo treno
Fino a qualche anno fa era tradizione per un gruppo di
appassionati di montagna fare la traversata da Sulmona a Pescocostanzo, passando
per la Cresta
di Pietramaggiore, andare a pranzo in un noto ristorante del paese e ritornare
in città in treno. E sicuramente sarà ancora vivo il ricordo di tutti quei
bambini, ora più che ragazzi, che salirono sul treno alla stazione di Sulmona
per scendere a Campo di Giove e tornare a scuola a piedi per il sentiero di
montagna accompagnati da maestri poco convinti della scarpinata. La linea
ferroviaria Sulmona Isernia ne potrebbe raccontare infiniti di questi episodi
sin da quando fu inaugurata negli ultimi anni del 1800, da un’idea del Senatore
Giuseppe Andrea Angeloni, contribuendo a diminuire l’isolamento di una delle
zone più impervie d’Abruzzo e dando la possibilità agli abitanti del Centro
Abruzzo di raggiungere più facilmente Napoli. Ma i tempi cambiano e adesso è la
linea ferroviaria ad essere isolata dal territorio dopo che l’ultimo treno è
passato nel dicembre 2011 e non si sa se mai se ne rivedranno, in tempi che
anche un servizio pubblico deve sottostare alle leggi del mercato, non potendo
sopportare gli alti costi per un numero esiguo di passeggeri. Però è difficile
capire perché non è stato fatto nulla per aumentare i passeggeri. La linea
collega l’importante snodo ferroviario di Sulmona con note località turistiche
invernali ed estive abruzzesi come Roccaraso o il Parco Nazionale d’Abruzzo,
passando per il Parco della Majella, costituendo il tracciato stesso
un’attrattiva per i suoi panorami. D’inverno è l’unico collegamento tra Campo
di Giove e Roccaraso, poiché alle prime nevicate la strada della Forchetta è
chiusa per il pericolo di slavine. Quante proposte turistiche, invernali ed
estive, si potrebbero formulare? Sciatori che potrebbero essere lasciati vicino
agli impianti di risalita o escursionisti che scenderebbero dal treno già con
lo zaino in spalla visto che le stazioni si trovano all’inizio dei sentieri.
Tutto questo potrebbe sembrare frutto di una fervida fantasia ma basta
guardarsi un po’ intorno per rendersi conto che sono già affermate realtà,
sempre all’ombra di montagne. R.B.
SOLDI NEL BOSCO
E’ di
qualche settimana fa la notizia che il Comune di Pratola Peligna ha ricevuto un
finanziamento dalla Comunità Europea per la realizzazione di opere rivolte alla
prevenzione di incendi boschivi nella zona del Colle delle Vacche e per la
successiva manutenzione per un periodo di cinque anni, dando così lavoro ad una
decina di persone nello stesso periodo. Vista la penuria di lavoro nella Valle
Peligna questa è certo una buona notizia, ma lo è ancora di più se si pensa che
il lavoro deriverà dalla manutenzione di una piccola porzione di bosco del
Morrone e quanto lavoro ci sarebbe da fare in tutti boschi che circondano la
nostra valle. Il bosco, oltre all’importanza che ha in natura, è anche un’importante
risorsa economica se opportunamente valorizzata. In questi anni di continui
aumenti dei prezzi dei combustibili nelle abitazioni si trovano sempre di più i
termocamini, edizione ammodernata del vecchio caminetto, che usano come
combustibile la legna, più economica e meno inquinante. Il legno sta lentamente
tornando ad essere un materiale utilizzato al posto di altri come la plastica.
Senza dimenticare che rimane sempre la materia prima per produrre la carta
anche se combinata con la carta riciclata. E se in passato per fare tutto
questo si radevano al suolo intere foreste, oggi sono stati creati appositi
organismi di certificazione come il Forest Stewardship Council che “ identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera
corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed
economici. La foresta di origine è stata controllata e valutata in maniera
indipendente in conformità a questi standard ” (http://www.fsc-italia.it/).
Quindi
sulle nostre montagne c’è un patrimonio economico oltre che naturale che
aspetta solo di essere sapientemente gestito come peraltro stanno già facendo i
Consorzi forestali abruzzesi (http://www.consorziforestali.net)
che sono organismi di gestione di aree agro-silvo-pastorali e che si occupano
dal taglio fino alla progettazione per accedere ai finanziamenti di C.E.E.
Stato e Regione. Naturalmente creando posti di lavoro. R.B.
NEVE E SOLDI
Ormai sono abbandonati da tanti anni, da troppi. Scheletri di ferro
allineati che ricordano passate stagioni dove lo sviluppo economico, o presunto
tale, era rappresentato “dall’industria della neve”. Così si presentano gli
impianti di risalita di Tavola Rotonda sulla Maiella, simbolo di un assalto alla montagna che voleva creare ricchezza ma che
alla fine ha creato solo deturpamenti. Nati in un posto sbagliato, sulla cresta
della montagna ed esposti a sud, funzionarono i primi anni dopo la costruzione,
quando ancora faceva tanta neve, ma dopo furono progressivamente abbandonati.
Passava qualche tempo e qualcuno pensava di riattivarli magari verniciando i
piloni un anno di rosso e dopo qualche anno di verde ma non sono andati oltre.
Nel frattempo, sempre per un presunto sviluppo economico, sono stati costruiti
altri impianti di risalita da Palena che avrebbero dovuto portare sciatori dal
versante della Provincia di Chieti. Hanno funzionato, dopo molti anni dalla
costruzione, solo per una breve stagione ed ora sono fermi. Sarebbe
interessante conoscere quell’eroico imprenditore che ha investito tanto denaro
per ricavarne poco o nulla. O forse sono stati spesi soldi provenienti da
contributi pubblici? Sarebbe ancora più interessante saperlo visto che sono
stati presi dalle tasche dei cittadini e qualcuno ne dovrebbe rendere conto. Intanto
i piloni di Tavola Rotonda aspettano il loro destino anche se in questi giorni
non sono soli, visto che c’è qualcuno che gira tra di loro guardandoli e
valutando se sia il caso di investire qualche milione di euro per creare altri
impianti più belli e più grandi di prima. E sì, proprio così, dopo decenni di
fallimenti, dopo anni di inverni miti e con poca neve c’è un’altro eroico
imprenditore che vuole investire denaro in impianti di risalita; con denaro
proprio? Forse è il caso di ricordare che tutto questo accade all’interno di un
Parco Nazionale e in virtù di ciò si dovrebbe fare una scelta in controtendenza
e coraggiosa, smantellare gli impianti e ripristinare i luoghi alla primitiva
bellezza, senza le preoccupazioni di inverni capricciosi e richiamando in
estate ed inverno escursionisti e scialpinisti, che già si incontrano, dicendogli
che lassù vale la fatica di andarci anche solo per il panorama che si gode. R.Bezzu
Vado in città
“Ormai sono rimasti solo i vecchi” si sente dire nei paesi
di montagna, e non è solo una constatazione, ma anche una forma di rassegnazione
agli eventi, all’abbandono. I giovani vanno via, oltre che per la mancanza di
lavoro, anche per la mancanza di servizi, a volte essenziali, nel loro paese. Se
una giovane coppia decide di sposarsi è difficile che scelga di rimanere nel
piccolo paese quando deve fare molti chilometri per recarsi al lavoro o più
semplicemente a fare la spesa e lo deve fare con la propria auto in mancanza di
un servizio efficiente di trasporto pubblico. E pensando ai figli che verranno,
sceglierà una città che abbia la scuola non troppo lontano da casa o almeno
l’asilo visto che in qualche paese non c’è più nemmeno quello. Ma non serve
solo la scuola c’è bisogno anche degli ambulatori sanitari, degli uffici
postali e degli altri servizi che un “cittadino” ha relativamente vicino. Per
non parlare dei divertimenti, il cinema il teatro la discoteca, internet che
non dovrebbe essere un divertimento ma una necessità e invece arriva ancora con
connessioni lente dato che i gestori non hanno l’interesse ad investire su
nuove centrali.
Ecco, l’interesse. L’ufficio postale, la scuola, altri
uffici chiudono perché non c’è interesse a tenerli aperti, poca gente se ne
serve e costano troppo ma se ciò servirà a ridurre la spesa pubblica
significherà anche l’abbandono di quei piccoli paesi di montagna e di un loro
possibile sviluppo economico e, non meno importante, di qualità della vita.
Il cerbiatto e il lupo
Cominciamo l’escursione con una piacevole sorpresa, al di là
della recinzione si avvicinano due femmine di cervo che appoggiano il muso alla
rete per farselo accarezzare e magari cercare del cibo, un cerbiatto si
nasconde tra le loro gambe, il maschio invece con il suo atteggiamento fiero si
tiene distante e dopo un po’ si allontana. Vicino al recinto c’è un laghetto e
tutt’intorno un percorso per disabili; proprio un bel posto per famiglie e per
far conoscere ai bambini gli animali selvatici. Continuiamo il cammino lungo il
sentiero ricoperto di foglie in una calda e luminosa domenica di novembre
quando sotto un albero notiamo un animale morto, a prima vista sembra una volpe
ma quando ci avviciniamo ci accorgiamo che è un bell’esemplare di lupo, ha gli
occhi aperti, alla bocca un grumo di schiuma intrisa di sangue, vicino il
boccone di carne. La tutela della fauna selvatica ha portato a effetti
insperati fino a qualche anno fa, ora è facile incontrare caprioli e cervi, il
lupo, seppur elusivo, si è riprodotto in gran numero e dagli Appennini si è
spostato sulle Alpi. Qualche problema lo dà l’orso che si trova ancora sulla
linea di confine tra la sopravvivenza e l’estinzione. Tutto bello con un solo
problema. Questi animali, come tutti noi, vogliono mangiare e per farlo non è
che si mettano a scegliere: il capriolo mangia l’insalata dell’orticello, il
lupo fino a quando ci riesce il capriolo ma più di una volta capisce che è più
facile addentare una pecora, l’orso è capace di scoperchiare un pollaio per
fare strage di galline. E così questi animali dietro un recinto sono dei teneri
Bambi, Lupo Alberto e Yoghi, fuori diventano dei nocivi che devono essere
abbattuti a fucilate o vigliaccamente avvelenati.
L’unica soluzione di coesistenza è la consapevolezza che
questi animali agiscono come noi, per istinto naturale, e ciò che per l’uomo è
un danno per loro è la vita stessa. Quindi si devono accettare per quello che
fanno, naturalmente adottando gli opportuni rimedi come le difese delle greggi
o, nei casi di predazione, riconoscendo un giusto indennizzo a chi è stato
danneggiato, come già sta facendo, notizia di qualche giorno fa, il Parco
Nazionale d’Abruzzo e, si spera, anche altri enti al di fuori delle aree
protette. R.B.
| monte Morrone |
UN'ALTA VIA
| Monte Genzana |
Un’Alta Via è un percorso escursionistico di più tappe che è
possibile percorre in più giorni avvalendosi di posti tappa come rifugi o
alberghi e che si snoda lungo sentieri che hanno un importanza naturalistica o
culturale. Sulle Alpi sono famose le Alte Vie delle Dolomiti o della Valle
d’Aosta che si inoltrano in massicci montuosi di incomparabile bellezza. Tra
questi percorsi rientra anche il Sentiero Italia, un itinerario che attraversa
tutto il territorio nazionale partendo da Santa Teresa di Gallura in Sardegna
per arrivare a Trieste passando per la Sicilia , gli Appennini e tutto l’arco alpino. Sulle
Alpi questi percorsi ogni anno sono frequentati da migliaia di escursionisti,
in buona parte stranieri, che si avvalgono degli innumerevoli rifugi gestiti
lungo i sentieri o delle strutture ricettive dei paesi di valle, che a loro
volta sono supportati da un’organizzazione che provvede alla cura ed alla
promozione dei percorsi. Basta guardare su Internet per rendersene conto. Tutto
ciò non sarebbe possibile anche nel nostro territorio? Sulle nostre montagne
mancano i rifugi gestiti ma i posti tappa potrebbero essere i paesi che si
trovano a valle con i loro alberghi o B&B, i sentieri potrebbero essere
puliti e segnalati con una spesa modesta dalle amministrazioni pubbliche o
dagli stessi operatori turistici che hanno tutto l’interesse a creare e
promuovere questi percorsi. Non ci vuole molta fantasia per immaginare un’Alta
Via del Centro Abruzzo. Il Morrone partendo da Pacentro per Roccacasale e Popoli,
poi Vittorito e Prezza con una deviazione nella Valle Subequana, il Genzana da
Bugnara o Introdacqua per Anversa e Scanno, una tappa a Pettorano per poi
proseguire verso Campo di Giove e tornare a Pacentro, e per finire una visita a
Sulmona. Sarebbe impossibile o costerebbe troppo questo progetto? R.B.
LA STORIA NEL BOSCO
| "SEPT 43" |
Ci incontriamo al solito posto per l’escursione, il meteo
dei giorni scorsi ha scoraggiato molti e così ci ritroviamo in pochi a sfidare
le previsioni di pioggia per la giornata. Il cielo è grigio ma l’occasione è
speciale e così si parte, incoraggiati anche dalle parole propiziatorie dei più
esperti: “E’ solo nebbia”.
Dopo una sosta nel piccolo rifugio rientriamo nel bosco che
ci accoglie con le ombre dell’autunno e ci avvolge con il suo mantello di
freddo, non per respingerci ma solo per ricordarci che quel luogo conserva la
memoria di due ragazze venute tra le nostre montagne per vivere la loro vita
senza immaginare che non sarebbero più tornate a casa. Osserviamo gli oggetti e
le dediche a Diana e Tamara,(foto) lasciamo un mazzo di fiori, vorremmo dire qualcosa
ma il silenzio vale più di tante parole.
Adesso non ci resta che scendere, il sentiero non è proprio
comodo, gli scarponi cominciane a far male insieme a caviglie e ginocchia, la
fatica rende l’umore meno allegro ma arrivati alle auto già si fanno progetti
per le prossime domeniche.
Roberto Bezzu
SCUSI DOV'E' IL RIFUGIO?
E’ capitato qualche volta di incontrare
escursionisti, magari con accento del nord, che chiedevano dov’era il rifugio
indicato sulla cartina. Dopo un primo momento di perplessità e avergli chiesto
cosa intendevano per rifugio, abbiamo dovuto spiegargli che il rifugio che loro
cercavano e desideravano non era altro che un rudere abbandonato. Tranne alcune
eccezioni che si contano sulle dita di una mano (ad es. sul Gran Sasso) in
Abruzzo e più in generale nell’Appennino, non esistono Rifugi gestiti che
possano accogliere gli escursionisti in visita alle nostre montagne. Il paragone
con le Alpi viene spontaneo. Lì i rifugi sono quasi degli alberghi, anche se
molto spartani. Una volta arrivati è possibile farsi una doccia e le camere
sono accoglienti, per i pasti ci sono dei veri ristoranti con molta scelta.
Settembre.
La montagna respira.
Due olandesi
| Monte Marsicano |
RITORNO ALLA MONTAGNA
| Monte Marsicano |
Con gli anni ‘90 però qualcosa cominciò a cambiare, ad ogni
visita si vedevano sempre più case ristrutturate da destinare alle vacanze,
almeno d’estate c’era più movimento. Nel nuovo secolo si creò il Museo
Etnografico, anche se poi lo si trovava chiuso, con una lettera di protesta
attaccata sul portone, la via principale
ripavimentata anche se solo a metà per qualche tempo. Ma ormai la svolta c’era
stata, sancita dalla decisione di qualche coraggioso di risiedere nel borgo, di
aprirvi qualche bottega e B&B, e di dedicare al paese un sito internet. Oggi Roccacaramanico ti accoglie con la facciata del Museo
restaurata, con un orario visite in bella mostra, con la via principale rimessa
a nuovo, con i balconi delle case piene di fiori e con un manifesto che
annuncia una notte “bianca” di spettacoli. L’unica cosa che non è cambiata, e
che rimarrà sempre la stessa, è il panorama mozzafiato della Maiella che si
vede dalla piazza principale. Certo, c’è ancora molto da fare, ma ricordandosi le prime
visite… “qualcosa” è cambiato.
La parabola, questa volta ascendente, di questo piccolo
paese, ci fa capire che può esistere una via di crescita per la montagna diversa
da quella tumultuosa e consumistica voluta negli anni precedenti. Se
Roccacaramanico rappresenta un caso estremo, tutti i piccoli centri montani
possono percorrere questa via di crescita sostenibile, di piccoli passi verso
uno sviluppo non solo economico ma anche di qualità della vita. R.B.
UN PASTORE
Lo incontriamo una domenica di agosto sulla cima di Monte Greco con due cani al seguito che gli camminano dietro e un cellulare in mano. Si riconosce subito che è un pastore.
-“Dove stai?” chiediamo noi
“Oggi sei venuto in cima...”
“Sono venuto per telefonare a casa, giù no linea”
“Di dove sei?”
“Macedonia”
“E per telefonare devi arrivare quassù a 2.200 metri ?”
“Sì”
“Ma in paese non ci vai mai?”
“No”
“Da quando stai allo stazzo”
“Da maggio”
“E quando vai via”
“A novembre”
“Tutto questo tempo giù allo stazzo?”
“Così vuole il padrone”
Vorrei parlarci un altro po’, ma si allontana per telefonare e poi riscende giù dal gregge.
Chiacchierare con i pastori, quando sono italiani, è sempre stato piacevole, anche perché non bisogna fare niente, cominciano loro a parlare e conversano per una buona mezz’ora, raccontando fatti personali. Gli chiediamo dei lupi, degli orsi, dei sentieri e dalle loro risposte ci si accorge che sono loro i “padroni” della montagna. Quelli che incontriamo adesso appaiono schivi, quasi timorosi, se provi a parlarci, a volte, sanno dire poche parole di italiano e li avverti carichi di solitudine. Ma continuano a fare il duro lavoro per farci arrivare sulla tavola il pecorino, “quello buono”. Quel dialogo di una mattina di agosto mi torna sempre in mente quando sento parlare di immigrati, di clandestini e di chi vuole tenerli lontani. Roberto Bezzu
| Monte Greco SENTIERI PULITI |
I nostri operatori hanno mai pensato a questo?
R. B.
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