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RUBRICA "Impressioni di montagna"

IMPRESSIONI DI MONTAGNA
"In questo spazio parlerò della montagna per farne conoscere la bellezza e i problemi che la circondano, le esigenze di tutela e le possibilità di sviluppo economico".Roberto Bezzu    
LA PRUDENZA NON E' MAI TROPPA
“Non esistono montagne assassine ma uomini imprudenti o sfortunati” così recitava un manifesto del Club Alpino Italiano dedicato alla sicurezza in montagna. Alla fatalità è difficile porvi rimedio, ma l’imprudenza è sempre pronta a manifestarsi e può trasformare una tranquilla escursione in una giornata di paura o peggio in tragedia. Come tutte le attività all’aria aperta anche andar per monti comporta alcuni rischi, forse meno che andare in bicicletta su una strada trafficata, di cui però bisogna sempre tenerne conto per prevenirli.
Gli elementi che possono comportare pericoli sono molteplici, ma forse i più importanti sono il terreno su cui si cammina e le condizioni atmosferiche. Anche i più facili sentieri possono nascondere insidie: prendere una “storta” alla caviglia, percorrere un terreno sdrucciolevole e cadere, attraversare tratti esposti al vuoto. Per prevenire queste situazioni è sempre bene dotarsi di attrezzatura adeguata come le calzature, una robusta scarpa o meglio il caro vecchio scarpone, previene molti incidenti. Se non si conosce il sentiero da percorrere è sempre bene informarsi prima di partire sulle eventualità difficoltà da affrontare, se lo si conosce vale la vecchia regola ma sempre attuale: fare attenzione o per meglio dire, guardare dove si mettono i piedi. Può sembrare banale ma molti lo dimenticano. Altro fattore di rischio sono le condizioni atmosferiche che, nel corso della giornata, possono sempre mutare, anche se le previsioni davano bello stabile. Con la bella stagione il pericolo maggiore sono i temporali e i fulmini, sarebbe bene evitarli, ma se ci si trova nel mezzo è necessario prendere semplici accorgimenti come stare lontani da oggetti metallici e da alberi isolati. Altra insidia è la nebbia che può comparire all’improvviso anche in belle giornate e che, se molto fitta, può provocare lo smarrimento su percorsi che si conoscono a memoria. Anche in questi casi è importante la prevenzione, ascoltando le previsioni meteo o più semplicemente tornando sui propri passi alle prime avvisaglie di maltempo. Le montagne rimangono sempre al loro posto e se un giorno ti respingono o non ti va di affrontarle un altro giorno ti accolgono a braccia aperte. R.B.
IL SENTIERO IERI E OGGI

Domenica mattina, appuntamento a Piazza Capograssi, decidiamo di fare una breve escursione a Guado di Coccia da Campo di Giove così che saremo a casa per l’ora di pranzo. Saliamo sulle macchine e ci avviamo
L’ordine di radunarci e partire arriva il giorno prima: -Domani saliremo a Campo di Giove, in quattro ore dovremo farcela, durante la notte saliremo a Guado di Coccia e, se tutto va bene, alle prime luci del giorno passeremo il fronte-.
Lasciamo le macchine al parcheggio della seggiovia, Valter come al solito ci raggiunge dopo un quarto d’ora, ci infiliamo gli scarponi, zaino in spalla e partiamo, con Tonino che comincia a raccontare le sue barzellette.
La guida ci accoglie vicino al Cimitero, in poche parole ci dice di rimanere uniti durante la marcia, se qualcuno si ferma o non ce la fa a proseguire dovrà vedersela da solo, non sarà aspettato. Il nostro gruppo è molto vario. Una famiglia di ebrei, il padre si è legato con degli stracci dietro la schiena il figlio più piccolo mentre la madre porta per mano la figlia più grandicella, alcuni prigionieri inglesi scappati dal campo di prigionia di Fonte D’Amore, un ufficiale dell’Esercito Italiano che era nascosto a Scanno ed alcuni confinati politici che vogliono raggiungere l’Italia liberata a sud.
A metà strada incontriamo la neve gelata e dobbiamo mettere i ramponi, un paio di noi sono indietro a chiacchierare, mentre li aspettiamo facciamo uno spuntino.
Cominciamo a camminare lungo uno stretto sentiero che dopo un po’ è ricoperto di neve gelata, è difficile non scivolare. Procediamo nella notte illuminata solo dalle stelle. Prima di attraversare un pendio ripido e pericoloso la guida ci dice di stare attenti ed ancora una volta ci ricorda che se qualcuno scivola giù non sarà soccorso, morirà congelato o bene che gli andrà sarà trovato dai Tedeschi. Riprendiamo a camminare mettendo i piedi sulle piccole tracce di quello che ci precede, la paura di scivolare è tanta.
Siamo quasi arrivati al Guado, il vento fischia tra i piloni della seggiovia e alza la neve caduta ieri. Per fortuna è aperto il bar e ci riscaldiamo con un the, Qualche minuto per indossare le giacche e riscendiamo a valle.
Prima di uscire dal bosco la guida ci fa improvvisamente fermare e sdraiare nella neve, sulla sella sta passando una pattuglia di soldati tedeschi, tutti guardiamo verso i bambini, la madre stringe la figlia, il padre ha messo una mano sulla bocca del figlio. I soldati si fermano, parlano tra di loro, il tempo si è fermato. Dopo lunghi minuti vanno via senza accorgersi di noi. Mentre eravamo a Campo di Giove ci hanno raccontato che qualche giorno fa un ufficiale italiano era stato ucciso da una pattuglia proprio in questo posto. La guida ci ordina di rialzarci e di correre sul tratto scoperto, le gambe ci fanno male per la sosta nella neve, i polmoni ci bruciano ma dopo ancora qualche metro cominciamo a scendere verso il fronte. Con un po’ di fortuna attraverseremo il fiume e saremo salvi.
Queste poche righe raccontano quello che è accaduto e quello che accade sullo stesso sentiero.
Il 27, 28 e 29 aprile il Sentiero della Libertà unirà questi due momenti. R.B.

L’ultimo treno

Fino a qualche anno fa era tradizione per un gruppo di appassionati di montagna fare la traversata da Sulmona a Pescocostanzo, passando per la Cresta di Pietramaggiore, andare a pranzo in un noto ristorante del paese e ritornare in città in treno. E sicuramente sarà ancora vivo il ricordo di tutti quei bambini, ora più che ragazzi, che salirono sul treno alla stazione di Sulmona per scendere a Campo di Giove e tornare a scuola a piedi per il sentiero di montagna accompagnati da maestri poco convinti della scarpinata. La linea ferroviaria Sulmona Isernia ne potrebbe raccontare infiniti di questi episodi sin da quando fu inaugurata negli ultimi anni del 1800, da un’idea del Senatore Giuseppe Andrea Angeloni, contribuendo a diminuire l’isolamento di una delle zone più impervie d’Abruzzo e dando la possibilità agli abitanti del Centro Abruzzo di raggiungere più facilmente Napoli. Ma i tempi cambiano e adesso è la linea ferroviaria ad essere isolata dal territorio dopo che l’ultimo treno è passato nel dicembre 2011 e non si sa se mai se ne rivedranno, in tempi che anche un servizio pubblico deve sottostare alle leggi del mercato, non potendo sopportare gli alti costi per un numero esiguo di passeggeri. Però è difficile capire perché non è stato fatto nulla per aumentare i passeggeri. La linea collega l’importante snodo ferroviario di Sulmona con note località turistiche invernali ed estive abruzzesi come Roccaraso o il Parco Nazionale d’Abruzzo, passando per il Parco della Majella, costituendo il tracciato stesso un’attrattiva per i suoi panorami. D’inverno è l’unico collegamento tra Campo di Giove e Roccaraso, poiché alle prime nevicate la strada della Forchetta è chiusa per il pericolo di slavine. Quante proposte turistiche, invernali ed estive, si potrebbero formulare? Sciatori che potrebbero essere lasciati vicino agli impianti di risalita o escursionisti che scenderebbero dal treno già con lo zaino in spalla visto che le stazioni si trovano all’inizio dei sentieri. Tutto questo potrebbe sembrare frutto di una fervida fantasia ma basta guardarsi un po’ intorno per rendersi conto che sono già affermate realtà, sempre all’ombra di montagne. R.B.
SOLDI NEL BOSCO
E’ di qualche settimana fa la notizia che il Comune di Pratola Peligna ha ricevuto un finanziamento dalla Comunità Europea per la realizzazione di opere rivolte alla prevenzione di incendi boschivi nella zona del Colle delle Vacche e per la successiva manutenzione per un periodo di cinque anni, dando così lavoro ad una decina di persone nello stesso periodo. Vista la penuria di lavoro nella Valle Peligna questa è certo una buona notizia, ma lo è ancora di più se si pensa che il lavoro deriverà dalla manutenzione di una piccola porzione di bosco del Morrone e quanto lavoro ci sarebbe da fare in tutti boschi che circondano la nostra valle. Il bosco, oltre all’importanza che ha in natura, è anche un’importante risorsa economica se opportunamente valorizzata. In questi anni di continui aumenti dei prezzi dei combustibili nelle abitazioni si trovano sempre di più i termocamini, edizione ammodernata del vecchio caminetto, che usano come combustibile la legna, più economica e meno inquinante. Il legno sta lentamente tornando ad essere un materiale utilizzato al posto di altri come la plastica. Senza dimenticare che rimane sempre la materia prima per produrre la carta anche se combinata con la carta riciclata. E se in passato per fare tutto questo si radevano al suolo intere foreste, oggi sono stati creati appositi organismi di certificazione come il Forest Stewardship Council che “ identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. La foresta di origine è stata controllata e valutata in maniera indipendente in conformità a questi standard ” (http://www.fsc-italia.it/).
Quindi sulle nostre montagne c’è un patrimonio economico oltre che naturale che aspetta solo di essere sapientemente gestito come peraltro stanno già facendo i Consorzi forestali abruzzesi (http://www.consorziforestali.net) che sono organismi di gestione di aree agro-silvo-pastorali e che si occupano dal taglio fino alla progettazione per accedere ai finanziamenti di C.E.E. Stato e Regione. Naturalmente creando posti di lavoro. R.B.


NEVE E SOLDI
Ormai sono abbandonati da tanti anni, da troppi. Scheletri di ferro allineati che ricordano passate stagioni dove lo sviluppo economico, o presunto tale, era rappresentato “dall’industria della neve”. Così si presentano gli impianti di risalita di Tavola Rotonda sulla Maiella, simbolo di un assalto alla montagna che voleva creare ricchezza ma che alla fine ha creato solo deturpamenti. Nati in un posto sbagliato, sulla cresta della montagna ed esposti a sud, funzionarono i primi anni dopo la costruzione, quando ancora faceva tanta neve, ma dopo furono progressivamente abbandonati. Passava qualche tempo e qualcuno pensava di riattivarli magari verniciando i piloni un anno di rosso e dopo qualche anno di verde ma non sono andati oltre. Nel frattempo, sempre per un presunto sviluppo economico, sono stati costruiti altri impianti di risalita da Palena che avrebbero dovuto portare sciatori dal versante della Provincia di Chieti. Hanno funzionato, dopo molti anni dalla costruzione, solo per una breve stagione ed ora sono fermi. Sarebbe interessante conoscere quell’eroico imprenditore che ha investito tanto denaro per ricavarne poco o nulla. O forse sono stati spesi soldi provenienti da contributi pubblici? Sarebbe ancora più interessante saperlo visto che sono stati presi dalle tasche dei cittadini e qualcuno ne dovrebbe rendere conto. Intanto i piloni di Tavola Rotonda aspettano il loro destino anche se in questi giorni non sono soli, visto che c’è qualcuno che gira tra di loro guardandoli e valutando se sia il caso di investire qualche milione di euro per creare altri impianti più belli e più grandi di prima. E sì, proprio così, dopo decenni di fallimenti, dopo anni di inverni miti e con poca neve c’è un’altro eroico imprenditore che vuole investire denaro in impianti di risalita; con denaro proprio? Forse è il caso di ricordare che tutto questo accade all’interno di un Parco Nazionale e in virtù di ciò si dovrebbe fare una scelta in controtendenza e coraggiosa, smantellare gli impianti e ripristinare i luoghi alla primitiva bellezza, senza le preoccupazioni di inverni capricciosi e richiamando in estate ed inverno escursionisti e scialpinisti, che già si incontrano, dicendogli che lassù vale la fatica di andarci anche solo per il panorama che si gode. R.Bezzu                                                           

Vado in città 
“Ormai sono rimasti solo i vecchi” si sente dire nei paesi di montagna, e non è solo una constatazione, ma anche una forma di rassegnazione agli eventi, all’abbandono. I giovani vanno via, oltre che per la mancanza di lavoro, anche per la mancanza di servizi, a volte essenziali, nel loro paese. Se una giovane coppia decide di sposarsi è difficile che scelga di rimanere nel piccolo paese quando deve fare molti chilometri per recarsi al lavoro o più semplicemente a fare la spesa e lo deve fare con la propria auto in mancanza di un servizio efficiente di trasporto pubblico. E pensando ai figli che verranno, sceglierà una città che abbia la scuola non troppo lontano da casa o almeno l’asilo visto che in qualche paese non c’è più nemmeno quello. Ma non serve solo la scuola c’è bisogno anche degli ambulatori sanitari, degli uffici postali e degli altri servizi che un “cittadino” ha relativamente vicino. Per non parlare dei divertimenti, il cinema il teatro la discoteca, internet che non dovrebbe essere un divertimento ma una necessità e invece arriva ancora con connessioni lente dato che i gestori non hanno l’interesse ad investire su nuove centrali.
Ecco, l’interesse. L’ufficio postale, la scuola, altri uffici chiudono perché non c’è interesse a tenerli aperti, poca gente se ne serve e costano troppo ma se ciò servirà a ridurre la spesa pubblica significherà anche l’abbandono di quei piccoli paesi di montagna e di un loro possibile sviluppo economico e, non meno importante, di qualità della vita.

Il cerbiatto e il lupo
Cominciamo l’escursione con una piacevole sorpresa, al di là della recinzione si avvicinano due femmine di cervo che appoggiano il muso alla rete per farselo accarezzare e magari cercare del cibo, un cerbiatto si nasconde tra le loro gambe, il maschio invece con il suo atteggiamento fiero si tiene distante e dopo un po’ si allontana. Vicino al recinto c’è un laghetto e tutt’intorno un percorso per disabili; proprio un bel posto per famiglie e per far conoscere ai bambini gli animali selvatici. Continuiamo il cammino lungo il sentiero ricoperto di foglie in una calda e luminosa domenica di novembre quando sotto un albero notiamo un animale morto, a prima vista sembra una volpe ma quando ci avviciniamo ci accorgiamo che è un bell’esemplare di lupo, ha gli occhi aperti, alla bocca un grumo di schiuma intrisa di sangue, vicino il boccone di carne. La tutela della fauna selvatica ha portato a effetti insperati fino a qualche anno fa, ora è facile incontrare caprioli e cervi, il lupo, seppur elusivo, si è riprodotto in gran numero e dagli Appennini si è spostato sulle Alpi. Qualche problema lo dà l’orso che si trova ancora sulla linea di confine tra la sopravvivenza e l’estinzione. Tutto bello con un solo problema. Questi animali, come tutti noi, vogliono mangiare e per farlo non è che si mettano a scegliere: il capriolo mangia l’insalata dell’orticello, il lupo fino a quando ci riesce il capriolo ma più di una volta capisce che è più facile addentare una pecora, l’orso è capace di scoperchiare un pollaio per fare strage di galline. E così questi animali dietro un recinto sono dei teneri Bambi, Lupo Alberto e Yoghi, fuori diventano dei nocivi che devono essere abbattuti a fucilate o vigliaccamente avvelenati.
L’unica soluzione di coesistenza è la consapevolezza che questi animali agiscono come noi, per istinto naturale, e ciò che per l’uomo è un danno per loro è la vita stessa. Quindi si devono accettare per quello che fanno, naturalmente adottando gli opportuni rimedi come le difese delle greggi o, nei casi di predazione, riconoscendo un giusto indennizzo a chi è stato danneggiato, come già sta facendo, notizia di qualche giorno fa, il Parco Nazionale d’Abruzzo e, si spera, anche altri enti al di fuori delle aree protette. R.B. 

monte Morrone
UN'ALTA VIA
Monte Genzana
Un’Alta Via è un percorso escursionistico di più tappe che è possibile percorre in più giorni avvalendosi di posti tappa come rifugi o alberghi e che si snoda lungo sentieri che hanno un importanza naturalistica o culturale. Sulle Alpi sono famose le Alte Vie delle Dolomiti o della Valle d’Aosta che si inoltrano in massicci montuosi di incomparabile bellezza. Tra questi percorsi rientra anche il Sentiero Italia, un itinerario che attraversa tutto il territorio nazionale partendo da Santa Teresa di Gallura in Sardegna per arrivare a Trieste passando per la Sicilia, gli Appennini e tutto l’arco alpino. Sulle Alpi questi percorsi ogni anno sono frequentati da migliaia di escursionisti, in buona parte stranieri, che si avvalgono degli innumerevoli rifugi gestiti lungo i sentieri o delle strutture ricettive dei paesi di valle, che a loro volta sono supportati da un’organizzazione che provvede alla cura ed alla promozione dei percorsi. Basta guardare su Internet per rendersene conto. Tutto ciò non sarebbe possibile anche nel nostro territorio? Sulle nostre montagne mancano i rifugi gestiti ma i posti tappa potrebbero essere i paesi che si trovano a valle con i loro alberghi o B&B, i sentieri potrebbero essere puliti e segnalati con una spesa modesta dalle amministrazioni pubbliche o dagli stessi operatori turistici che hanno tutto l’interesse a creare e promuovere questi percorsi. Non ci vuole molta fantasia per immaginare un’Alta Via del Centro Abruzzo. Il Morrone partendo da Pacentro per Roccacasale e Popoli, poi Vittorito e Prezza con una deviazione nella Valle Subequana, il Genzana da Bugnara o Introdacqua per Anversa e Scanno, una tappa a Pettorano per poi proseguire verso Campo di Giove e tornare a Pacentro, e per finire una visita a Sulmona. Sarebbe impossibile o costerebbe troppo questo progetto? R.B.

LA STORIA NEL BOSCO
"SEPT 43" 
Andare per sentieri qualche volta vuol dire anche incrociare i propri passi in luoghi che rievocano eventi storici dai più lontani nei secoli agli ultimi della seconda guerra mondiale, dalle pitture rupestri agli insediamenti di antichi popoli, dai segni lasciati dai crociati alle pietre incise dai briganti, su una di queste si legge:”Nel 1824 nacque Vittorio Emanuele. Prima del 1860 era il regno dei fiori, oggi è il regno della miseria”. Ma forse le più coinvolgenti sono le testimonianze dell’ ultima guerra che richiamano alla memoria tragedie mai troppo lontane. La cresta del Monte Arazzecca divide il Piano dell’Aremogna dalla valle di Castel di Sangro, ora è una piacevole passeggiata nel bosco, dove è possibile incontrare branchi di cervi, ma sono ancora ben visibili le postazioni dell’esercito tedesco che si fronteggiava con gli alleati lungo il fronte del fiume Sangro. Nella Valle di Santo Spirito della Maiella in un posto riparato, accanto ad un ruscello,  su una roccia sono incisi due nomi inglesi ed una data: “Sept 43”, quasi sicuramente due soldati britannici fuggiti dal Campo di Prigionia di Fonte D’Amore dopo l’armistizio del 1943, braccati dai soldati tedeschi, e che si erano fermati lì per riposare in attesa di ricongiungersi al proprio esercito dopo aver attraversato la pericolosa linea del fronte. In una zona della Valle di Femmina Morta, poco distante da Monte Amaro, sono ancora visibili alcuni rottami, pezzi di motore, una parte di un elica, di un aereo abbattuto dalla contraerea tedesca posta proprio sulla cima della Maiella, rifornita da un’ardita teleferica che partiva da Fonte Romana e che i Partigiani della Brigata Maiella tentarono invano di distruggere, respinti dai ben addestrati Alpenjager.Ogni anno gli studenti del Liceo Scientifico di Sulmona ritornano sui sentieri che furono percorsi nel 1943 da un Sottotenente dell’Esercito Italiano in fuga verso la libertà, Carlo Azeglio Ciampi. Roberto Bezzu
I PASSI E LA MEMORIA 
Ci incontriamo al solito posto per l’escursione, il meteo dei giorni scorsi ha scoraggiato molti e così ci ritroviamo in pochi a sfidare le previsioni di pioggia per la giornata. Il cielo è grigio ma l’occasione è speciale e così si parte, incoraggiati anche dalle parole propiziatorie dei più esperti: “E’ solo nebbia”.



Cominciamo a salire da Pacentro per il sentiero del Parco che abbiamo riaperto e segnato quest’estate e che dopo tante fatiche ci vogliamo “gustare” con calma avvolti nelle nostre felpe dopo le tante ore di lavoro con il caldo afoso dei mesi scorsi.  Nel bosco la nebbia ci avvolge e ci regala un’atmosfera un po’ fiabesca, il sentiero si fa ripido e la voglia di parlare diminuisce, nonostante il freddo qualcuno è una fontana di sudore. Ma il cielo è sempre più chiaro e in una radura ci raggiunge il primo raggio di sole, ancora qualche passo e la fatica è per un momento dimenticata alla vista del mare di latte che si estende ai nostri piedi, la Valle Peligna (foto) coperta di nebbia da cui spuntano solo le cime delle montagne. Scaldati dal sole continuiamo l’escursione per valli e prati tra le espressioni di meraviglia di chi percorre questi sentieri per la prima volta. Sul punto più alto del percorso siamo al cospetto della Maiella già colorata di bianco.

Dopo una sosta nel piccolo rifugio rientriamo nel bosco che ci accoglie con le ombre dell’autunno e ci avvolge con il suo mantello di freddo, non per respingerci ma solo per ricordarci che quel luogo conserva la memoria di due ragazze venute tra le nostre montagne per vivere la loro vita senza immaginare che non sarebbero più tornate a casa. Osserviamo gli oggetti e le dediche a Diana e Tamara,(foto) lasciamo un mazzo di fiori, vorremmo dire qualcosa ma il silenzio vale più di tante parole.
 Adesso non ci resta che scendere, il sentiero non è proprio comodo, gli scarponi cominciane a far male insieme a caviglie e ginocchia, la fatica rende l’umore meno allegro ma arrivati alle auto già si fanno progetti per le prossime domeniche.
Roberto Bezzu


SCUSI DOV'E' IL RIFUGIO?


E’ capitato qualche volta di incontrare escursionisti, magari con accento del nord, che chiedevano dov’era il rifugio indicato sulla cartina. Dopo un primo momento di perplessità e avergli chiesto cosa intendevano per rifugio, abbiamo dovuto spiegargli che il rifugio che loro cercavano e desideravano non era altro che un rudere abbandonato. Tranne alcune eccezioni che si contano sulle dita di una mano (ad es. sul Gran Sasso) in Abruzzo e più in generale nell’Appennino, non esistono Rifugi gestiti che possano accogliere gli escursionisti in visita alle nostre montagne. Il paragone con le Alpi viene spontaneo. Lì i rifugi sono quasi degli alberghi, anche se molto spartani. Una volta arrivati è possibile farsi una doccia e le camere sono accoglienti, per i pasti ci sono dei veri ristoranti con molta scelta.


Da noi si incontrano vecchi ovili abbandonati pieni di sporcizia, quando va bene queste costruzioni sono ristrutturate dalle varie amministrazioni pubbliche che mettono sulla porta in bella mostra un cartello con scritto: “Questo edificio è stato ristrutturato con fondi della Comunità Europea” ma poi sono, comunque, lasciati abbandonate in balia degli animali o dei vandali, come la vicenda di un ovile sul Genzana dove era stata messa una bella e nuova stufa a legna: ora non c’è più.

Alcune associazioni di appassionati della montagna cercano di intervenire “adottando” qualche vecchia costruzione rendendola accogliente, ma rimangono casi isolati e, comunque, sono sempre strutture non gestite. Invece l’escursionista, soprattutto chi  fa trekking per  più giorni, ha bisogno di strutture che a fine giornata lo accolgano e gli permettano di riposarsi per il giorno successivo.

Esempi di rifugi da ristrutturare e gestire ce ne sono tanti, sia all’interno dei Parchi nazionali sia su montagne “minori” ma non meno belle, magari inseriti in una rete sentieristica sul modello delle “Alte Vie” delle Alpi.

Chi lo deve fare? E’ impossibile trovare un soggetto privato che da quattro mura e un tetto crei un accogliente rifugio; questi sono investimenti, comunque sempre piccoli rispetto ad altri, che solo le amministrazioni pubbliche possono attuare nell’ambito di progetti di sviluppo del turismo “a basso impatto”. Roberto Bezzu

Settembre. La montagna respira.

Colori d'autunno. Inizi a camminare in maniche di camicia per abitudine e ti sembrano strani i brividi di freddo che senti. Ti meravigli del calore della felpa o del bisogno di mettere le mani in tasca dopo settimane di caldo feroce e di afa soffocante. Ma una nuova stagione è iniziata e l’autunno si presenta con i suoi colori e i suoi suoni. Il bosco è stanco dopo tutte quelle lunghe giornate di sole e reclama il meritato riposo. La faggeta si tinge di giallo facendo risaltare il rosso degli aceri, il vento strappa dai rami le prime foglie secche che cadono a terra con un piccolo crepitio. Usciti dal bosco l’erba alta e secca forma delle onde al passaggio del vento, i piccoli frutti rossi sono pronti a diventare cibo per gli animali prima dell’inverno, sulla cresta in alto senti i bramiti dei cervi, incontri le orme dell’orso in cerca della tana per il letargo. Nonostante la salita il passo è leggero, vedi la cima e ti affretti perché sai cosa ti aspetta. Un cielo limpido che ti avvolge con la sua luce, nuvole bianche che si rincorrono oltre l’orizzonte, una distesa di cime non più nascoste dalla foschia. Ti siedi e guardi. R.B.















Due olandesi

Monte Marsicano
Cominciamo l’escursione sul monte Marsicano, (foto) nel Parco Nazionale d’Abruzzo, in una fresca mattina. Lasciata l’auto, il primo segnavia è un tabellone con la cartina e i sentieri della zona. Proseguiamo nel bosco e per i prati lungo i pendii della montagna. Un branco di cervi ci osserva da lontano. Più incuriosito che impaurito. In fondo alla valle il lago di Barrea brilla ai primi raggi di sole. Ricordo quando venni qui la prima volta vent’anni fa, faticando molto per trovare il sentiero senza l’aiuto di alcun segnale, ora le bandierine bianche e rosse quasi ti tengono “per mano”. Arrivati in cima lo sguardo spazia dalla sottostante Valle Orsara, regno dell’orso marsicano, fino ad arrivare alla Maiella. Sbuffi di nebbia si rincorrono sulle creste della montagna. Poco dopo di noi arrivano fino in cima un uomo e una donna. Già dal saluto si capisce che sono stranieri. La curiosità ha la meglio sulla riservatezza e gli chiediamo di dove sono. In un buon italiano ci dicono che sono olandesi, sono in campeggio a Pescasseroli e che, anche se dall’Olanda il viaggio è lungo, è la seconda volta che tornano in Abruzzo perché le montagne sono “belle e tranquille” e ogni volta che tornano si sforzano di imparare meglio la nostra lingua. Dopo qualche minuto vanno via salutandoci con un cordiale “Signori buonciorno!”. Così ti ritrovi a chiederti che ci fanno due olandesi su una sperduta montagna abruzzese, ma la risposta non è difficile: bastano un posto accogliente dove soggiornare, un sentiero ben segnato che ti faccia camminare sicuro e naturalmente montagne “belle e tranquille”. E’ così complicato portare altri olandesi, altri europei, altri e basta, sulle nostre montagne? R.B.


RITORNO ALLA MONTAGNA

Monte Marsicano
Visitare Roccacaramanico, ogni due o tre anni, fa sempre uno strano effetto, visto che ogni volta ci si trova qualcosa in più o di nuovo. Vi chiederete che cosa c’è di strano. C’è molto di strano, se si compara alla prima visita che risale agli anni 70. In quegli anni, il paese era quasi abbandonato, sembrava che gli abitanti fossero scappati lasciando le porte delle case aperte. Entravi, ti potevi sedere su una sedia in cucina e vedere ancora i piatti nella credenza. Molti edifici erano ridotti a ruderi. In una estate degli anni ‘80 la visita si spinse fina al cimitero che aveva le tombe scoperchiate con i poveri resti umani alla vista di tutti. L’unica abitante rimasta era Angiolina, una tipa po’ scontrosa, che però divenne famosa dopo un collegamento alla televisione con Raffaella Carrà. D’estate qualcuno in più si vedeva, come Pasqualino, l’ultimo vero Roccolano.

Con gli anni ‘90 però qualcosa cominciò a cambiare, ad ogni visita si vedevano sempre più case ristrutturate da destinare alle vacanze, almeno d’estate c’era più movimento. Nel nuovo secolo si creò il Museo Etnografico, anche se poi lo si trovava chiuso, con una lettera di protesta attaccata sul portone,  la via principale ripavimentata anche se solo a metà per qualche tempo. Ma ormai la svolta c’era stata, sancita dalla decisione di qualche coraggioso di risiedere nel borgo, di aprirvi qualche bottega e B&B, e di dedicare al paese un sito internet. Oggi Roccacaramanico ti accoglie con la facciata del Museo restaurata, con un orario visite in bella mostra, con la via principale rimessa a nuovo, con i balconi delle case piene di fiori e con un manifesto che annuncia una notte “bianca” di spettacoli. L’unica cosa che non è cambiata, e che rimarrà sempre la stessa, è il panorama mozzafiato della Maiella che si vede dalla piazza principale. Certo, c’è ancora molto da fare, ma ricordandosi le prime visite… “qualcosa” è cambiato.

La parabola, questa volta ascendente, di questo piccolo paese, ci fa capire che può esistere una via di crescita per la montagna diversa da quella tumultuosa e consumistica voluta negli anni precedenti. Se Roccacaramanico rappresenta un caso estremo, tutti i piccoli centri montani possono percorrere questa via di crescita sostenibile, di piccoli passi verso uno sviluppo non solo economico ma anche di qualità della vita. R.B.

UN PASTORE

Lo incontriamo una domenica di agosto sulla cima di Monte Greco con due cani al seguito che gli camminano dietro e un cellulare in mano. Si riconosce subito che è un pastore.

-“Dove stai?”  chiediamo noi
-“Giù allo stazzo Pantaniello” risponde l’uomo.
“Oggi sei venuto in cima...”
“Sono venuto per telefonare a casa, giù no linea”
“Di dove sei?”
“Macedonia”
“E per telefonare devi arrivare quassù a 2.200 metri?”
“Sì”
“Ma in paese non ci vai mai?”
“No”
“Da quando stai allo stazzo”
“Da maggio”
“E quando vai via”
“A novembre”
“Tutto questo tempo giù allo stazzo?”
“Così vuole il padrone”
Vorrei parlarci un altro po’, ma si allontana per telefonare e poi riscende giù dal gregge.
Chiacchierare con i pastori, quando sono italiani, è sempre stato piacevole, anche perché non bisogna fare niente, cominciano loro a parlare e conversano per una buona mezz’ora, raccontando fatti personali. Gli chiediamo dei lupi, degli orsi, dei sentieri e dalle loro risposte ci si accorge che sono loro i “padroni” della montagna. Quelli che incontriamo adesso appaiono schivi, quasi timorosi, se provi a parlarci, a volte, sanno dire poche parole di italiano e li avverti carichi di solitudine. Ma continuano a fare il duro lavoro per farci arrivare sulla tavola il pecorino, “quello buono”. Quel dialogo di una mattina di agosto mi torna sempre in mente quando sento parlare di immigrati, di clandestini e di chi vuole tenerli lontani. Roberto Bezzu

Monte Greco
SENTIERI PULITI 
Quando andiamo in vacanza sulle Alpi, oltre alla bellezza dei luoghi, ciò che colpisce è l’impeccabile cura che hanno per i sentieri: mai invasi dalla vegetazione nel bosco, ben protetti nei punti di maggiore erosione, una segnaletica a prova di sbadato. Su tutti i sentieri, non solo su quelli nelle aree protette. E ogni volta ci poniamo sempre la stessa domanda: “Ma da noi tutto questo non è possibile?”
Si sente spesso parlare di sviluppo del turismo e in un territorio montano come il nostro sarebbe ovvio predisporre una rete sentieristica fruibile da chi vuole ammirare le bellezze delle nostre montagne, basti l’esempio di un gruppo di olandesi incontrati sul Genzana in una nebbiosa domenica di novembre. Ma da noi questo non succede. Ad esclusione delle aree protette, dove comunque problemi ci sono, la cura dei sentieri non esiste. Ogni tanto si sente parlare di progetti, di finanziamenti, ma in attesa che arrivino, se mai arriveranno, la vegetazione o il vento cancellano molto presto ogni traccia. Il turista, invece, ha bisogno subito di trovare il sentiero in buone condizioni, così sarà più invogliato a dormire negli alberghi ai piedi della montagna o a gustare i prodotti tipici delle nostre zone. Sulle Alpi i primi ad avere interesse alla cura dei sentieri sono proprio gli operatori turistici che conoscono bene le esigenze degli appassionati della montagna.
I nostri operatori hanno mai pensato a questo?
E quando si parla di cura dei sentieri non si pensi a dei cantieri per grandi opere, bastano due persone armate di qualche forbice o sega, di un pennello e di un barattolo di vernice, e di tanta buona volontà. Buona volontà che finora ha avuto solo qualche associazione di appassionati e che non può bastare per uno sviluppo turistico.
                                                                                                                                               R. B.
PICCOLE AZIONI
"Un  piccolo episodio per ricordare che bastano piccole azioni per migliorare o peggiorare ciò che ci ospita" Sono tornato a Monte Amaro, sulla Maiella, qualche domenica fa dopo che ci ero stato l’ultima volta nell’agosto del 2010, quando insieme agli amici del C.A.I. di Sulmona abbiamo ridato il giusto decoro al Bivacco Pelino dopo anni di mancata cura. Furono tre giorni di intensa fatica che seguivano a due anni di progettazione e preparazione dei materiali, a rinvii per cattive condizioni meteo e, purtroppo, a superare ostacoli da parte di istituzioni che avrebbero dovuto agevolare i lavori.

Furono tre giorni anche di divertimento, nonostante il mal di schiena di un fisico non più giovane, di risate e di soddisfazione per aver svolto un lavoro che servirà a tutti gli appassionati di montagna, italiani o stranieri, che raggiungeranno la cima più alta della Maiella. Già mi avevano avvertito che avevano sporcato ma entrare nel bivacco e vedere di nuovo le pareti imbrattate con stupidi disegni e scritte, e rifiuti abbandonati sul pavimento, non ha fatto un bell’effetto. Chi va in montagna e la rispetta commette spesso l’errore di credere che siano tutti come lui, che tutti pensino che: “Lassù sentiamo la gioia di vivere, la commozione di sentirci buoni e il sollievo di dimenticare le miserie terrene (E. Comici)” però scontrandosi proprio con le miserie terrene di incivili che scambiano beni della collettività per cose di nessuno e di conseguenza ne fanno ciò che vogliono.
Ma repressa la rabbia, con quella vocina che ti dice beffarda: “Ma chi c... te lo fa fare”, subito riaffiora l’indole romantica dell’appassionato che chiusa la porta del bivacco e sulla via del ritorno, già pensa a sporgere denuncia alla Forestale (la romantica fiducia nelle Istituzioni) e a tornare a Monte Amaro per pulire. R.B.