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venerdì 9 maggio 2014

40 ANNI FA L'EVASIONE DAL CARCERE DELLA BADIA DI HORST FANTAZZINI, IL RICORDO DI MARIO SETTA

(video intervista Mario Setta)
SULMONA - Horst Fantazzini  il 9 maggio 1974, all'età di 35 anni evase dal carcere sulmonese della Badia.Durante la sua fuga si introdusse armato di una pistola nella casa parrocchiale vicina al penitenziario occupata a quel tempo da Don Mario Setta.Fantazzini, con una caviglia rotta per il salto da una finestra del penitenziario, visto che all'appuntamento con la sua evasione non c'erano i suoi complici, si diresse verso l'abitazione vicina e con arma in pugno entrò nella stanza dove il parroco stava scrivendo e lo tenne in ostaggio.
Poi si rifugio' sulla soffitta attraverso una botola.Solo dopo diverse ore di trattative si arrese e fu nuovamente arrestato.La vicenda è stata ricordata questa mattina proprio nella sede della casa parrocchiale, ora dismessa, dove Mario Setta visse quelle lunghe interminabili ore.Grazie alla sua mediazione la vicenda si risolse senza spargimento di sangue.
La vita avventurosa di Horst Fantazzini sembra scritta per diventare leggenda. Nato in Germania nel 1939, ha fatto la sua prima rapina appena diciottenne nei dintorni di Bologna, armato di una pistola giocattolo. Un gesto che gli è valso presto l’etichetta di “bandito gentile” che, insieme ai soprannomi “primula rossa” e “rapinatore in bicicletta”, accompagneranno una vita in cui Horst ha svaligiato le banche di mezza Europa senza mai smettere, in qualità di militante anarchico, di lottare per la giustizia e l’uguaglianza sociale. Protagonista nel 1973 di un clamoroso tentativo di evasione dal carcere di Fossano, ha dedicato a quell’esperienza un famoso testo letterario, Ormai è fatta! (diventato un film con Stefano Accorsi), che testimonia anche della grande forza narrativa trasfusa da Fantazzini nei suoi scritti, raccolti per la prima volta in forma integrale in questo volume: saggi, lettere, poesie e

racconti. Un omaggio a Horst Fantazzini a più di dieci anni della sua morte, avvenuta a Bologna nel Natale del 2001, a pochi giorni dall’arresto dopo un’ultima tentata rapina in bicicletta.
Fantazzini  scrisse il libro "Lo statuto dei gabbiani"ove fa anche riferimento all'episodio della Badia.Da "Ormai è fatta"" alle poesie, vita e opere del Bandito Gentile. In questo volume sono raccolti in forma integrale saggi, lettere, poesie e racconti, un omaggio a Horst Fantazzini a più di dieci anni della sua morte. Prefazione di Pino Cacucci.





art.1) I gabbiani sono nati per volare liberi.
E' l'amore e la gioia di vivere che determina il loro essere sovversivi.
art.2) Con il loro comportamento essi insegnano a volare agli altri uccelli, senza la presunzione d'essere l'avanguardia di chicchessia.

art 3) Essi si cercano e si trovano in base alle affinità comuni e non accettano regole all'infuori delle proprie passioni, dei propri desideri e del loro piacere di vivere e di volare insieme. Su questa base si uniscono in piccoli stormi d'affinità, federati tra di loro, per vivere e volare insieme e per lottare contro tutto quanto umilia il senso della vita e della libertà.

art.4) I gabbiani praticano il mutuo appoggio e quindi s'impegnano ad aprire e rompere le gabbie dove sono rinchiusi i gabbiani e gli uccelli.

art.5) Con questo articolo si annullano i precedenti quattro ed eventuali futuri articoli, perchè i gabbiani non riconoscono statuti, nè leggi, nè regolamenti, nè forme programmate d'esistenza, all'infuori del loro piacere di volare liberi.
Tutto il precostituito e il programmato non fa che limitare e umiliare la vita.

I Gabbiani


Mario Setta nella stanza ove gli fu puntata la pistola dall'evaso


il nascondiglio di Fantazzini


il luogo ove si consumò l'episodio 40 anni fa

 su l' Unità del 10 maggio 1974, l'evasione di Sulmona
BADIA DI SULMONA, 9 MAGGIO 2014 ORE 10.30 - 40 ANNI PRIMA…
RIEVOCAZIONE SUI LUOGHI DELL’EVASIONE

Horst Fantazzini è autore d’un libro dal titolo “Lo statuto dei gabbiani” che raccoglie gli scritti e ne racconta la vita di “bandito gentile”. In realtà, neanche il titolo riesce a dare l’immagine dell’idea di libertà incarnata da Fantazzini. Forse, volendo parafrasare Rousseau, che nel “Contratto sociale” esordisce con l’affermazione “L’uomo è nato libero, ma dovunque è in catene”, Horst Fantazzini, paragonandosi al gabbiano, nega il concetto stesso di statuto, perché i gabbiani “sono nati per volare liberi e per loro non ci sono statuti, né leggi, né regolamenti”.
In “Ormai è fatta!”, trasposto nell’omonimo film di Enzo Monteleone con Stefano Accorsi, che interpreta Fantazzini, raccontando dettagliatamente la sua evasione dal carcere di Fossano, cita Georges Bernanos de “I grandi cimiteri sotto la luna”, la più lucida e tremenda denuncia contro la guerra civile spagnola: “Io credo inevitabile, in un mondo saturo di menzogna, la rivolta degli ultimi uomini liberi”.
E Fantazzini ne riporta una frase lapidaria: “La minaccia peggiore per la libertà non consiste nel lasciarsela strappare – perché chi se l’è lasciata strappare può sempre riconquistarla – ma nel disimparare ad amarla e nel non capirla più”.
Ed è lui stesso a sentirsi in colpa per quello che sta facendo: “Sì, c’è dell’egoismo in quanto sto facendo, ma se le circostanze me lo permetteranno, questo potrebbe anche essere il primo passo d’un cammino più lungo”.
Quel cammino, allora immaginato, lo conduce da un carcere all’altro, da un’evasione all’altra. Una voglia di libertà frustrata, repressa. Una personalità mai domata, quella di Fantazzini, fino all’ennesimo ed ultimo tentativo di rapina in banca, quel 19 dicembre 2001, in via Mascarella, a Bologna.
Tre giorni dopo, la morte per aneurisma aortico. A 62 anni.
“Nessuno muore mai del tutto finché c’è qualcuno che lo ricorda” ha scritto Pino Cacucci nella prefazione al libro “Lo statuto dei gabbiani”. Io lo ricordo con questa sua lettera, inviatami dal carcere di Lecce il 4 ottobre 1975 e con la testimonianza dei fatti che ho vissuto:
« Carissimo don Mario, ti sorprenderai senz’altro ricevere una lettera da me dopo un così lungo silenzio, ma il fatto è che oggi ho ricevuto una comunicazione giudiziaria per i fatti dell’anno scorso ed ho visto con sorpresa che tu sei imputato con me. Dico con sorpresa perché quando l’anno scorso fui interrogato dal procuratore, trassi l’impressione ch’egli s’era convinto della tua buona fede. Probabilmente, quindi, dovrai subire anche tu il processo e t’assicuro che di tutta quella vicenda ciò che maggiormente m’addolora sono i guai che ho causati a te. Come vedi, caro Mario, le nostre leggi vengono applicate con principi ferreamente meccanici che scattano automaticamente senza tenere minimamente in considerazione le motivazioni umane che sono all’origine d’azioni considerate reati. Tu sei imputato verso l’art. 378 C.P. Non ho un codice qui con me, ma immagino che si tratti di favoreggiamento. E’ indubbio che esaminando le cose formalmente, il favoreggiamento c’è perché tu, una volta fuori pericolo, avresti dovuto denunciarmi. Per legge un uomo può essere minacciato da un’arma, ma non dalla propria coscienza. Eppure io ho fatto mettere a verbale dal procuratore che t’avevo minacciato d’uccidermi o di farmi uccidere se tu avessi denunciato la mia presenza nella tua casa, creandoti così un grave problema di coscienza. Evidentemente il procuratore che ha condotto l’istruttoria non ha voluto confrontare la fredda realtà d’un articolo del codice con la calda presenza d’un problema di coscienza improntato ad umanità, preferendo rinviare la decisione ad un tribunale. Caro don Mario, nessun tribunale potrà condannarti, però il fatto che tu debba essere inquisito e giudicato per causa mia è una cosa che m’addolora moltissimo. Caro Mario prima d’ogni cosa fammi sapere se disponi d’un avvocato. Il mio, più che un avvocato, è un amico, e sarebbe sicuramente felice di difendere te piuttosto che me a questo processo. Sono certo che gli interesserebbe moltissimo, difendendoti, sviluppare innanzi ai giudici il concetto della lotta fra dovere morale e dovere civile che può verificarsi in un sacerdote che viene a trovarsi in una situazione come quella in cui ti sei trovato tu quel giorno. Fammi sapere il tuo parere in proposito e non fare complimenti: se il mio avvocato difenderà te io sarò difeso da un suo collega.
Carissimo Mario, da allora ho pensato molto spesso a te, credo che non ti dimenticherò mai. Avrei voluto scriverti ma non l’ho fatto perché compresi che il procuratore era convinto che io e te ci conoscessimo da tempo. Gli era incomprensibile che tra un delinquente e un prete potesse crearsi, in momenti drammatici come quelli, una corrente fatta di simpatia, solidarietà, calore umano. Per questo non ti ho mai scritto. Ora da circa un mese la censura sulla corrispondenza è abolita e questo decreto di citazione mi ha spinto a scriverti. Mario, se ti fa piacere, se ritieni che questo rapporto potrebbe arricchirci entrambi, scrivimi. Io ho di te un ricordo bellissimo e io, che non sono credente, vorrei che ce ne fossero tanti di preti come te, sacerdoti che, più che per la bellezza dell’aldilà, sono disposti a battersi affinché il contenuto sociale presente nell’insegnamento del Cristo possa realizzarsi nell’esistenza terrena d’ogni creatura umana. Ciao, Mario. Non volermene troppo per le seccature che ti ho causate. T’abbraccio fraternamente, Horst.
P.S. Le gambe si sono aggiustate perfettamente.»
Nell’evasione di Sulmona, giovedì 9 maggio 1974, ero nella casa parrocchiale che dista circa cento metri dal carcere. Stavo battendo a macchina il programma di terza media per i lavoratori che frequentavano il corso serale di preparazione agli esami. La porta della canonica era sempre aperta. Horst salì le scale, si presentò sull’uscio della stanza dove scrivevo, richiamato dai colpi sulla tastiera. Puntò contro di me la pistola. Mi obbligò a serrare la porta sbarrandola col tavolo. Restammo per alcuni minuti in silenzio. Soli. Lui in piedi con la pistola, io seduto. Mi disse: “Ce l’ho fatta anche qui”. Un carcere, dove un’evasione sembrava inconcepibile. Vide dei poster, lesse i nomi di Silone, Brecht, Remarque, Levi, don Milani, ecc. Si sentiva a suo agio. Parlammo da amici. Non da prete a delinquente, ma da fratello a fratello, come nell’incontro tra Jean Valjean e il vescovo Myriel ne “I Miserabili” di Victor Hugo, le cui parole erano scritte sulla porta d’ingresso:
« Questa casa non è mia, ma di Gesù Cristo e la sua porta non domanda mai il nome a chi la varca, ma se ha un dolore. Voi soffrite, avete fame, freddo, siate dunque il benvenuto. E non mi ringraziate e non ditemi nemmeno che vi ho ricevuto in casa mia, poiché nessuno, nessuno all’infuori di colui che ha bisogno può dire di essere davvero in casa propria. Sicché voi che siete di passaggio, siete qui in casa vostra più di me stesso e tutto ciò che vi si trova è vostro. Che bisogno ho io di sapere il vostro nome? Prima ancora che me lo diceste, ne avevate già uno che io conoscevo… vi chiamate mio fratello.»
Sentimmo dei passi. Era Francesca, la donna di servizio che accudiva i lavoratori della FIAT che alloggiavano in una stanza della casa canonica. Si spaventò, ma fu lasciata libera.
L’evasione non era riuscita per l’assenza dell’automobile che avrebbe dovuto prelevarlo davanti al portone del carcere. Né io ne avevo una per accompagnarlo nella fuga, dal momento che la Fiat 500 mi era stata distrutta qualche tempo prima.
Ci abbracciammo e lo aiutai a nascondersi nella soffitta. Cercai di recarmi al posto telefonico pubblico per avvertire il medico del carcere, Alfonso De Deo. Non lo trovai. Telefonai al cappellano del carcere, don Antonio Di Nello, che avvertì le guardie. Arrivò un nugolo di carabinieri, poliziotti, giornalisti, tiratori scelti. Il comandante dei carabinieri minacciò di sparare all’evaso con bombe lacrimogene. Mi opposi e dirigendomi verso la soffitta della casa parrocchiale, seguito dal comandante, supplicai Horst a consegnarsi e a cedere l’arma. Dopo qualche ora di colloquio tra il detenuto e i magistrati, verso le due di pomeriggio, Horst consegnò l’arma e tutto si risolse senza spargimento di sangue.
QUELLO STESSO GIORNO, GIOVEDÌ 9 MAGGIO 1974, ALLE ORE 9.50, NELLE CARCERI DI ALESSANDRIA, SI ERA VERIFICATO UN TENTATIVO DI EVASIONE CHE, DOPO 32 ORE, ALLE 17.10 DI VENERDÌ 10 MAGGIO 1974, SI CONCLUSE CON UN TRAGICO EPILOGO: 7 MORTI (5 OSTAGGI E 2 DETENUTI) E 16 FERITI.
Mario Setta
Badia di Sulmona, 9 maggio 2014

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