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giovedì 31 maggio 2018

"POLIZIOTTI PENITENZIARI ABRUZZESI FORTEMENTE STRESSATI E A RISCHIO SALUTE?LA RISPOSTA IN UNO STUDIO DELLA UIL"

SULMONA - Il lavoro dell’agente di Polizia penitenziaria può rappresentare una forte condizione di stress per gli operatori, in relazione ad aspetti organizzativi, quali turni ed orari, ai carichi di lavoro, al difficile rapporto con i detenuti, alle condizioni scadenti in cui spesso versano le strutture ed i mezzi. Di fronte alla richiesta della UIL-PA Polizia penitenziaria di intraprendere iniziative atte a
contrastare queste situazioni, il Comitato tecnico-scientifico UIL – ITALUIL ha promosso un’indagine aperta alla partecipazione di tutti i lavoratori. L’indagine non aveva come obiettivo principale definire “quanto”
possa essere stressante il lavoro della Polizia penitenziaria, ma piuttosto analizzare in dettaglio il “perché” e il “come”, quale premessa indispensabile per possibili soluzioni di miglioramento.

Metodologie e strumenti
L’indagine è stata progettata e condotta dal prof Fulvio d’Orsi, medico del lavoro, membro del CTS
UIL-ITAUIL e dal dott. Pietro Bussotti psicologo del lavoro e dell’organizzazione ed è stata contestualizzata nell’ambito del territorio regionale abruzzese, su espressa volontà del Segretario Confederale UIL Adriatica Gran Sasso Mauro Nardella, dal Dr. Lucente Domenico unitamente a Ernesto D’Eliseo rispettivamente componente e responsabile del Dipartimento Sicurezza, Salubrità e Ambiente UIL Abruzzo  .
Il progetto, partito a settembre 2016, è durato oltre un anno e si è concluso a novembre del 2017.
L’indagine ha preso l’avvio da tre focus group che si sono tenuti a Roma, Milano e Palermo, a cui
hanno partecipato circa 75 lavoratori, che hanno raccontato e discusso le criticità delle loro
situazioni. Successivamente è stata condotta una rilevazione tra i lavoratori, mediante 3 diversi
questionari individuali:
- il questionario strumento indicatore HSE- INAIL composto da 35 domande che valutano la
percezione dell’organizzazione del lavoro;
- il questionario GHQ di Goldberg composto da 12 domande mirate a rilevare i disturbi di
salute correlabili allo stress;
- un questionario sulle criticità del lavoro della polizia penitenziaria, appositamente realizzato
a partire dai risultati dei focus group, per valutare quanto fossero condivise le
problematiche emerse nelle discussioni dei gruppi.
La partecipazione alla rilevazione è stata anonima e volontaria. A tal fine è stata realizzata una
piattaforma informatica per consentire di compilare i questionari on line dal proprio computer,
tablet o telefono, previa registrazione, in modo da evitare che ciascun partecipante potesse
compilare i questionari più volte.

Chi ha partecipato
Alla rilevazione hanno aderito circa 600 lavoratori, equamente distribuiti tra nord, centro, sud e
isole. Circa 100 sono stati i poliziotti penitenziari abruzzesi per lo più dislocati negli istituti di Sulmona, Teramo, Lanciano e Pescara.
Oltre l’80% erano agenti assistenti che operavano in una casa circondariale. Il campione per
il 50% aveva un’età compresa tra 45 e 54 anni, e per il 24% tra 35 e 44, ed era composto per l’80%
di uomini. Queste caratteristiche sono coerenti con quelle di tutta la popolazione di lavoratori della
polizia penitenziaria.

I fattori stressogeni dell’organizzazione del lavoro
Tutte le sette aree dell’organizzazione del lavoro esplorate dal questionario HSE sono risultate
critiche.
Il carico di lavoro è da tutti percepito come eccessivo, difficile da sostenere. Le pause dell’orario di
lavoro non sono sufficienti e gli straordinari hanno la tendenza a diventare ordinari.

La  sicurezza e la tutela della salute dei lavoratori presso gli ambienti di lavoro, rappresentano un binomio inscindibile. L’intera tematica risulta particolarmente complessa a motivo delle sue articolazioni tecniche, giuridiche, organizzative, psicologiche.  Pertanto, la prima esigenza comunicativa si delinea nell’opportunità della semplificazione concettuale.

E' necessario sollecitare l’attenzione comune per portare a conoscenza di tutti il triste fenomeno dei suicidi degli operatori di Polizia Penitenziaria.

Molti si pongono domande in merito a quale sia la motivazione  che porta a gesti estremi, cosa si sia fatto e cosa si sarebbe potuto fare per evitarlo. Domande certamente legittime, che condividiamo. In ogni caso, il nostro contributo allo sforzo finalizzato ad evitare per l’avvenire il protrarsi di questi fatti luttuosi si fonda su un’analisi di natura tecnica con particolare riguardo allo stress da lavoro correlato.

E’ stato posto in essere un progetto durato alcuni anni,  con particolare riguardo al rilevamento di uno dei vari fattori di incidenza del fenomeno suicidario del personale della Polizia penitenziaria: lo Stress da L.C., cioè quello più analizzabile con i nostri mezzi, nei confronti del quale le amministrazioni pubbliche sono da tempo attente, anche se non sempre con risultati ottimali. All’esito di tale progetto sono stati raccolti dati specifici e i risultati non sono certamente confortevoli.

Il 35,45% degli agenti della Polizia penitenziaria si troverebbe in una condizione di elevato rischio “suicidio” per la presenza di un forte stato depressivo, ansia, alterazione della capacità sociale e forti sintomi somatici.
Il dato che emerge da un questionario sullo stress correlato al lavoro dai 600 agenti che prestano servizio all’interno delle carceri italiane, è davvero sconvolgente.
Solo nel 2017, gli uomini della polizia penitenziaria che si sono tolti la vita in servizio, prima di recarsi sul luogo di lavoro o appena terminato il turno, sono stati sei. Altrettanti hanno compiuto lo stesso drammatico ed estremo gesto l’anno precedente e 5 nel 2015.
In tre anni, diciassette uomini, si sono uccisi perché si sono sentiti abbandonati e sopraffatti dal disagio lavorativo.
Il problema dei detenuti psichiatici
Molto dello stress lamentato dagli agenti, nel questionario, dipenderebbe dalla chiusura degli ospedali psichiatrici Giudiziari Con la chiusura degli OPG, infatti, è aumentata la presenza di questi detenuti negli istituti penitenziari causando nuove criticità e problematiche di gestione sia del detenuto con problemi psichici che del ristretto esasperato dalla coesistenza con il soggetto malato. Tra le cause anche, carenza di personale, formazione scadente e dirigenti poco attenti e preparati.
Ma, se quasi un terzo degli agenti della penitenziaria dichiara un disagio al limite della sopportazione, il 65% lamenta una situazione di forte malessere.
Pochi agenti, troppi detenuti 
Un primo aspetto, all’origine dei disagi, dell'esasperazione e del malessere degli agenti, risulta essere il carico di lavoro da tutti percepito come eccessivo, difficile da sostenere.
Un punto sicuramente di facile comprensione, considerando il sovraffollamento carcerario e l’organico degli operatori di polizia, inadeguato sia sotto il profilo numerico che di età: agenti sempre più anziani a dover contrastare un numero sempre crescente di detenuti.
Dall’indagine è emerso che a creare stress e ansia anche le pause dell’orario di lavoro che risultano non sono sufficienti e gli straordinari che, negli ultimi anni, hanno la tendenza a diventare ordinari.
In generale i lavoratori hanno un controllo molto scarso sulla gestione del proprio lavoro questa scarsa autonomia non riguarda solo le modalità operative, ma anche tempi e ritmi che delineano un contesto rigido e privo di margini di flessibilità.
Altrettanto critica sarebbe la mancanza di chiarezza del ruolo che l’agente è chiamato a svolgere.
Gli incarichi "abusivi" degli agenti
Una percentuale piuttosto importante degli agenti ha dichiarato di non sapere come svolgere il proprio lavoro, di non avere chiari compiti e responsabilità un problema che è consequenziale alla carenza di personale e che li costringe, ogni giorno, a dover ricoprire più ruoli ed incarichi in più settori, talvolta anche di responsabilità maggiori rispetto al grado di servizio dell’agente”
Infatti, sarebbero 9 lavoratori su 10 a lamentarsi di una condizione di scarsità di personale.
Questo genererebbe stanchezza che porterebbe, la maggior parte degli agenti, al timore di sbagliare, con possibili conseguenze sia per la sicurezza del carcere,  sia per gli operatori che hanno rilevanti responsabilità anche di carattere penale.
Ansia e forti stati depressivi sarebbero generati anche dalla gestione dei detenuti stranieri oltre che dai soggetti con problemi di carattere psicologico.


Una formazione inadeguata
Con la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari è aumentata la presenza dei detenuti con problemi psichiatrici nei normali istituti penitenziari anche in questo caso la formazione ricevuta dagli agenti per fronteggiare queste situazioni, è ritenuta dagli stessi insufficiente.
Il 94,5% degli intervistati considera questo uno dei fattori più critici, per la difficoltà di far fronte alle crisi anche violente che hanno frequentemente questi detenuti.
La durata della vita lavorativa si allunga. Si va in pensione più tardi e sono pochi i giovani che subentranou uno degli aspetti più delicati è, infatti, il turno di notte. Circa l’85% degli agenti dichiarano una maggiore e sempre crescente difficoltà di adattamento ai turni avvicendati, comprensivi di quello notturno, soprattutto per gli operatori più anziani”.
A generare il malessere che nel 35% dei casi, ha portato ad un disagio pesante e dai risvolti allarmanti tra gli agenti, c’è anche la poca esperienza e capacità di gestione degli eventi critici da parte dei dirigenti e commissari.
I dirigenti sono "distratti" e poco preparati
Gli agenti dichiarano che di fronte alle difficoltà che si trovano ad affrontare quotidianamente nei settori carcerari, il supporto di dirigenti e, talvolta, dei colleghi è scarso.
In effetti, i dati, fanno emergere rapporti critici con addirittura segnalazioni di molestie, prepotenze e vessazioni.
In generale viene lamentato un approccio distante e poco comprensivo delle problematiche di chi lavora in prima linea e i momenti di comunicazione sono scarsi o del tutto assenti. Sono carenti anche le risposte della direzione alle problematiche dei detenuti. Non a caso quasi la metà degli agenti afferma che “le richieste vengono regolarmente ignorate”, mettendo così il personale nella stressante condizione di non avere delle risposte da dare”.
Ma dall’indagine effettuata tra gli agenti, c’è un aspetto inquietante: il 73% del personale di polizia penitenziaria denuncia di non sentirsi tutelato dalla direzione e teme che “le responsabilità non sarebbero adeguatamente identificate se qualcosa dovesse andare male.
Strutture fatiscenti e divise poco dignitose
Non poteva non emergere dal sondaggio anche le condizioni fatiscenti nelle quali gli uomini e le donne della Penitenziaria, sono costretti a lavorare. Quindi, carceri prive dei requisiti igienico-sanitari minimi e strutture non sicure sotto il profilo costruttivo.
Persino le divise, secondo il 72% dei lavoratori, non permetterebbero di presentarsi in maniera dignitosa ed autorevole.
“E’ necessario un potenziamento del personale e l’ottimizzazione delle procedure operative per ridurre i carichi di lavoro e quindi stati di stress critici tra gli agenti- conclude Angelo Urso- occorre porre attenzione alla formazione in quanto è uno strumento indispensabile per mettere gli operatori in grado di affrontare le situazioni critiche che sono inevitabili nel lavoro carcerario. Analogamente, però, è indispensabile anche quella per i commissari finalizzata a superare le gravi e fondamentali carenze del management che gli agenti hanno denunciato nel sondaggio”.


Tanto deve essere fatto ancora, su questo cammino, ma occorrono soprattutto alcuni fattori determinanti, come la sinergia tra Amministrazione carceraria, rappresentanze sindacali della sicurezza, Enti, Istituzioni, autorità sanitarie competenti, psicologi, compartecipi di un sistema integrato, nonché  l'acquisizione di una specifica conoscenza della problematica, tanto da poterla diffondere,  sensibilizzando l’opinione pubblica.

Quello che suggeriamo come procedura di contrasto al fenomeno in argomento consiste:

1) nell’effettuare dei brainstorming, dividendo i soggetti in base a gruppi omogenei dell'ambiente lavorativo per individuare idee e proposte di soluzioni in merito ai problemi maggiormente emersi nello specifico dei propri ambiti di lavoro.
Questa tecnica è differente dal focus group in merito alle proposte emerse, perché con essa si inducono i soggetti a riflettere sulle soluzioni ai problemi che loro stessi hanno evidenziato durante il focus group.

Ad esempio, durante il progetto di cui sopra è emerso all'unanimità, come risultato dei focus groups, il fatto che sussistono problemi con i detenuti stranieri e psichiatrici e quindi è stata proposta la soluzione dei corsi di formazione; ebbene se si effettuasse un brainstorming, si potrebbero evincere nello specifico le caratteristiche peculiari  che il personale avverte come necessarie, ad esempio tematiche, tempistiche ed altri aspetti ragionati, tali da costituire una soluzione ottimale e soprattutto condivisa.

2)  Con riferimento alle problematiche relative ai detenuti stranieri e psichiatrici,  suggeriamo una specificazione. Infatti, nell'organizzare tali corsi, bisognerebbe tener conto della specificità della  natura e del carattere delle problematiche,  modulandoli  in tal senso, e non strutturandoli con l'impiego di modulistiche standard. E questo dovrebbe  essere stabilito prima e successivamente verificato.

3) Con specifico riferimento alla manifestazione di sintomi di ansia, depressione e disturbi somatici,  andrebbe  valutata la possibilità di istituire uno sportello di supporto clinico psicologico in cui lavori un'equipe di professionisti (psicologo clinico, psicologo del lavoro, medico del lavoro), il cui scopo sia quello di fornire servizi come assessment, formazione, psicodiagnostica, psicoeducazione e ricerca.     
    In parallelo, occorrerebbe  sensibilizzare il personale all'importanza del supporto psicologico, anche di gruppo, al fine di favorire l'accesso a questa opportunità e la comunicazione fra colleghi.
4) Riteniamo  che vada approfondito lo strumento dei  focus groups, in merito alla scarsa chiarezza  su ruoli, compiti e comportamenti da assumere nelle diverse situazioni operative critiche, con particolare attenzione a quali sono, nello specifico, tali situazioni, quando e in che modo si presentano, cioè contestualizzando quanto emerso, al fine di poter operare una valutazione tecnica rispondente in maniera pragmatica alle esigenze manifestate.
5) Riguardo ai problemi interpersonali suggeriamo attività di supporto psicologico per individuare le variabili che influiscono sulle difficoltà relazionali ad esempio basato su tecniche comunicative (importanza della self-disclosure, etc.)

A nostro giudizio  è da ritenere  utile anche la percezione della sicurezza nell’ambiente di lavoro. Nello specifico i Responsabili del servizio di prevenzione e protezione, in piena collaborazione con le R.L.S. ed altri soggetti della sicurezza, che si trovano in “PRIMA LINEA”, dovrebbero prendere in considerazione quanto segue:
1) In considerazione del fatto che l'accertamento dell'incidenza dello stress da lavoro correlato deve avere rilievo nel D.V.R., riteniamo che l'analisi debba essere operata a 360 gradi, ed eventuali cause vadano ricercate anche “ tra le righe” di tale documento.
Dal momento che con tale acronimo si intende  Documento di Valutazione dei Rischi (cioè di tutti i rischi), anche il “rischio” da stress da lavoro correlato, rientra in pieno nel novero di tale fonte. Dunque,  proponiamo di ampliare la raggiera valutativa dell'analisi, integrandola con la lettura tecnica del D.V.R. che potrebbe rivelarsi notevolmente utile dall'ottica della sua esegesi. Si pensi al fatto che lo stress da l.c. nasce anche dalla percezione di un senso di insicurezza generale dell'ambiente di lavoro dove si è costretti a stare. Mostrare cura nell'abbattimento del fattore di rischio  con segni visibili e concreti come controlli, verifiche, espletamento di attività di esercitazione, dimostrare attenzione agli aspetti ergonomici  contribuirebbe in senso migliorativo a rendere diversa quella percezione.

2) Dal punto di vista burocratico amministrativo, anche scritti, certificazioni sanitarie, relazioni di servizio che denunciano situazioni stressogene, note sindacali sul tema, istanze continue di trasferimento interno o esterno sono indici che non vanno trascurati ed andrebbero posti a corredo di quella necessaria istruttoria di elementi che consentirebbe la valutazione del rischio in argomento tramite l'approfondimento delle motivazioni produttive di tale fenomeno e il modus dell'espletamento dei suoi aspetti lesivi, ovvero “il perché e il come” di cui sopra.

3) È auspicabile la creazione di linee guida comportamentali tali da consentire di valutare, in maniera adeguata, taluni fattori come la periodicità di accertamenti negli ambienti lavorativi delle criticità, nonché di diffondere correttamente informative al personale (con ogni mezzo anche informatico). Tutto ciò al fine di fare prevenzione, con contestuale diffusione di codici di comportamento e buone prassi, ad integrazione delle disposizioni del Decreto Legislativo 81/08 e allo scopo di fornire conoscenza, indurre ad approfondimenti tematici, sgombrando il campo da convincimenti errati potenzialmente deleteri ed ignoranza riguardo alle insidie ambientali, organizzative e relazionali determinanti stress da lavoro  correlato.

4) È necessario determinare coinvolgimento. Lo stress da l.c. non scoppia come una bomba, è il frutto di un subdolo processo iterativo, lento ed  insidioso, frutto di una serie consequenziale di fattori che si intersecano fra loro nel tempo. Agire preventivamente non è solo risultanza della comune logica, ma la risposta più semplice ed adeguata.
Per realizzare prevenzione occorre l'apporto di tutti i soggetti agenti a vario titolo per la sicurezza presso gli ambienti di lavoro, “in primis” i lavoratori che sono loro stessi potenziali vittime di inappropriate situazioni lavorative foriere di stress.

5) Riteniamo opportuno infondere il convincimento della necessità di effettuare un maggior numero di riunioni periodiche.
L'argomentazione dello stress da lavoro correlato va promossa, perché il confronto, le proposte, le analisi, in buona sintesi l'impegno comune delle figure del sistema di prevenzione e protezione, sono il  migliore elemento di contrasto. E' necessario richiedere delle riunioni di avanzamento mensili o trimestrali, al fine di avere una visione complessiva della valutazione dell'incidenza del rischio da l.c. all'esito dell'attività di continuo aggiornamento e per l'attuazione di misure di contrasto adeguate, che risultino condivise e dunque applicabili.



IL Segretario UIL CST A.G.S.













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